Un'ora. Hanno suonato un'ora di orologio. Non
potevano suonare oltre, vista l'energia profusa.
Di più, neanche il pubblico avrebbe potuto
tirare avanti molto, data la carica emotiva e
fisica delle note dei quattro di Oxford.
Gaz e compagnia partono sparati con "Za", grandissima
intro dell'ultimo album "Life
on other planets", proseguono alternando pezzi
tratti soprattutto da "Life..." e dal primo "I
should coco", distanti temporalmente quanto
vicini per carica, potenza e freschezza.
La riproposizione incazzata di veloci standards
quali "Mansize rooster", "Lose it", "Strange ones"
(loro primo singolo), "Caught by the fuzz", alternati
alle tracce più corpose dell'ultimo lavoro
- "Rush hour soul", la stupenda e cesellata "Brecon
beacons", la strangleriana "Never done nothing
like that before", la memorabile melodia chiamata
"Grace" - ottiene il risultato di elettrizzare
un'audience sempre più incredula di questa
cavalcata elettrica senza un attimo di respiro.
L'unico momento di calma relativa si verifica
durante l'esecuzione di "Run", tipica ballata
alla Supergrass,
con meravigliosi cori in evidenza e finale con
in primo piano il moog sempre sognante e lisergico
di Coombes I. Forse paurosa di addormentarsi su
psichedelici allori, la band riparte se possibile
con maggiore potenza, passando in rassegna anche
gli altri due album, estrapolandone comunque le
cose più energetiche. "Richard III", "Mary",
la stoniana "Pumping on your stereo", il capolavoro
"Moving".
Veri movimenti tellurici si sono verificati al
momento di "Alright" (introdotta da Gaz come "...canzone
eseguita solo alcune volte..."). Il gruppo si
congeda, esausto, dopo un'ora. Nessun reclamo.
L'esibizione ha avuto un'urgenza fondamentalmente
punk e ha mostrato quale lato aggressivo e potente
si possa nascondere tra melodie comunque belle
ed aggraziate. Nel contempo, c'era sentore di
classicità, e di classe, l'altra sera al
Rainbow.
I Supergrass sono assolutamente tra le grandi
band degli ultimi anni, mirabili ed originali
nel fondere a mille gradi quarant'anni di musica
inglese, dai Kinks ai Beatles,
dai Jam agli Stranglers, sicuri quanto basta da
potersi permettere un set di sessanta minuti e
di trasformarlo in un monolitico ricordo di piacere,
gioia di suonare, gioia di ballare, gioia di essere
stati lì, in quei lunghi attimi.
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