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SUPERGRASS - Concerto al Rainbow di Milano (12 dicembre 2002)

di Max Cavassa

Un'ora. Hanno suonato un'ora di orologio. Non potevano suonare oltre, vista l'energia profusa. Di più, neanche il pubblico avrebbe potuto tirare avanti molto, data la carica emotiva e fisica delle note dei quattro di Oxford.

Gaz e compagnia partono sparati con "Za", grandissima intro dell'ultimo album "Life on other planets", proseguono alternando pezzi tratti soprattutto da "Life..." e dal primo "I should coco", distanti temporalmente quanto vicini per carica, potenza e freschezza.

La riproposizione incazzata di veloci standards quali "Mansize rooster", "Lose it", "Strange ones" (loro primo singolo), "Caught by the fuzz", alternati alle tracce più corpose dell'ultimo lavoro - "Rush hour soul", la stupenda e cesellata "Brecon beacons", la strangleriana "Never done nothing like that before", la memorabile melodia chiamata "Grace" - ottiene il risultato di elettrizzare un'audience sempre più incredula di questa cavalcata elettrica senza un attimo di respiro.

L'unico momento di calma relativa si verifica durante l'esecuzione di "Run", tipica ballata alla Supergrass, con meravigliosi cori in evidenza e finale con in primo piano il moog sempre sognante e lisergico di Coombes I. Forse paurosa di addormentarsi su psichedelici allori, la band riparte se possibile con maggiore potenza, passando in rassegna anche gli altri due album, estrapolandone comunque le cose più energetiche. "Richard III", "Mary", la stoniana "Pumping on your stereo", il capolavoro "Moving".

Veri movimenti tellurici si sono verificati al momento di "Alright" (introdotta da Gaz come "...canzone eseguita solo alcune volte..."). Il gruppo si congeda, esausto, dopo un'ora. Nessun reclamo. L'esibizione ha avuto un'urgenza fondamentalmente punk e ha mostrato quale lato aggressivo e potente si possa nascondere tra melodie comunque belle ed aggraziate. Nel contempo, c'era sentore di classicità, e di classe, l'altra sera al Rainbow.

I Supergrass sono assolutamente tra le grandi band degli ultimi anni, mirabili ed originali nel fondere a mille gradi quarant'anni di musica inglese, dai Kinks ai Beatles, dai Jam agli Stranglers, sicuri quanto basta da potersi permettere un set di sessanta minuti e di trasformarlo in un monolitico ricordo di piacere, gioia di suonare, gioia di ballare, gioia di essere stati lì, in quei lunghi attimi.



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16 dicembre 2002

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