Una delle caratteristiche della musica contemporanea
è quella di basare la propria genesi sull’iper-produttività,
immagine speculare di un mondo ansiogeno dominato
dalla furia di arrivare (dove, è un mistero
che temo resterà eternamente insoluto):
gli Animal Collective non fanno eccezioni e continuano
a sfornare album a ritmi folli.
A pochi mesi di distanza dallo splendido “Here
Comes the Indian” ecco dunque questo
“Sung Tongs”, ultima creatura partorita
dalle menti schizoidi di Panda Bear e Avey Tare.
L’ossessivo incedere di “Leaf House”
rimanda ancora a quella fusione fra le radici
folk, i ritmi tribali e una psichedelia drogata
che è il marchio di fabbrica del duo, ma
rispetto ai lavori precedenti il tutto sembra
racchiuso in un’ottica più quadrata,
meno aperta a totali voli free form o a pindarici
balzi verso mondi sconosciuti.
L’amore per la materialità della
terra si fa largo in molti episodi, dall’elegiaca
sferzata chitarristica di “Who Could Win
a Rabbit” alla ballata per chitarra e percussioni
ossee “Winters Love” fino a quella
“Good Lovin Outside” che mescola accordi
à la Barrett a una voce dolente, mentre
in sottofondo si fanno strada rumori, riverberi
e clangori inusitati. Così come il suo
predecessore era apparso come una caduta libera
nel Maelstrom, nel magma musicale, da cui usciva
fortificato e inattaccabile, “Sung Tongs”
è un canto di lavoro, ineluttabile e dolente,
riflessivo e decadente.
Gli scherzi e quell’aria da avanguardia
ludica che era uno dei punti di forza del combo
sono rintracciabili solo in alcuni episodi, tra
l’altro tra i più riusciti del lotto:
la snervante “Kids on Holiday”, l’irresistibile
festa deforme messa in scena in “Sweet Road”,
la percussiva “We Tigers” che mescola
timbriche baritonali, urli in falsetto, melodie
di sottofondo, cori da osteria, in un crescendo
emozionale dal quale sembra fuoriuscire una “Cellular
Song” dell’Incredible String Band
in versione a cappella o una delle pazzoidi ed
estemporanee espressioni musicali di cui fu maestro
David Peel.
Pur lontani dalla compattezza e dallo splendore
formale di “Here Comes the Indian”
sembra impossibile non parteggiare per questi
ragazzacci, che sfornano comunque almeno un brano
capace di far realmente gridare al capolavoro:
ascoltare “The Soft Test Voice” per
credere. Il resto è in parte maniera, in
parte ipotesi per un futuro sempre più
lontano dalle onde cosmiche del panteismo e della
psichedelia e più attaccato, oserei dire
abbarbicato, alle radici tribali e sonore della
terra di provenienza. “Sung Tongs”
è, in definitiva, l’album minore
di una band che è cosa buona e giusta tenersi
stretti. Per capire come anche quella che chiamiamo
libertà spesso non è altro che una
gabbia un po’ più larga: il collettivo
animale spesso, anche nel lavoro meno riuscito,
riesce a evadere dalla gabbia più larga.
collegamenti su MusiKàl!
Animal Collective - Intervista
(19-7-2004)
Animal Collective - Here
Comes The Indian
Syd Barrett - Barrett
David Peel - Have
A Marijuana