Da una parte del palco uno schermo sezionato
a metà da una linea; una base solida e
continua disturbata dall’interferenza. Dall’altra
parte del palco due ectoplasmi furiosi, decadenti
eppur magnifici nella loro improbabilità.
Questo è stato l’evento romano di
sabato scorso, dominato da due figure fondamentali
della musica elettronica. La techno rumorista
dei finlandesi Pan Sonic contrapposta alle sfuriate
vicine al punk elettronico – ma le direttrici
sonore sono mutate nel corso dei decenni –
dei Suicide di Alan Vega e Martin Rev.
Il concerto dei Pan Sonic possiede una carica
minimale del tutto spiazzante; i loop e le reiterazioni
vengono di volta in volta martoriate e straziate
da esplosioni di feedback, deflagrazioni varie.
I campionamenti sono glaciali, tecnocratici, dotati
di una geometria sonora che non lascia spazio
a voli pindarici. Un’esperienza coinvolgente
eppure estremamente cerebrale (e non è
che Mika Vainio e Ilpo Väisänen aiutino
particolarmente a creare un’atmosfera di
calore, immobili dietro il loro tavolo da operazioni
sintetiche), campo di prova per un approccio alla
musica dal vivo completamente differente da quanto
assimilato dai luoghi comuni sugli eventi Live.
Prova decisamente superata, soprattutto negli
episodi più estremi, laddove Techno e Chill
Out vengono dilatati e barbaricamente sfregiati,
destinati a un epilogo sovrastato dal rumore,
egemonia che appare come base ideologica del duo
– anche e soprattutto considerando la loro
storia, fin dai tempi in cui era ancora possibile
chiamarli Panasonic -.
Così come erano apparsi sul palco i due
lo lasciano, senza parole e senza clamori. Il
pubblico sembra apprezzare, anche se da più
parti arrivano urla di invocazione verso i Suicide,
che si fanno pregare a lungo prima di mettere
piede sul palco. I fedeli lettori di questa rivista
online ben ricorderanno la delusione che fece
seguito alla loro ultima apparizione dal vivo
a Roma (vedi recensione).
All’epoca Vega e Martin proposero una dozzina
di pezzi senza alcuna fantasia strutturale, musica
apatica e priva di alcun tocco di genio. A distanza
di poco più di due anni per fortuna le
cose non sono più così: le basi
registrate spaziano da memorie disco ad attualità
techno fino a esplodere in una “Ghost Rider”
tesa ed elettrica. Il confronto con il proprio
background, la riappropriazione di quel primo
straordinario album omonimo stavolta non presenta
sbavature. Se Rev appare uno strano e mostruoso
ibrido tra un Lou
Reed pacchiano e un Roberto Benigni piovuto
da Marte, Vega è veramente disgustoso nella
sua postura cinquantenne. Si muove a fatica, lancia
baci e stringe mani ma non si preoccupa di buttarsi
a terra per enfatizzare la propria statura teatrale.
Se i Pan Sonic avevano incarnato l’essenza
della musica cerebrale, i Suicide sono la quintessenza
della carne. Carne praticamente già morta,
ma ancora in grado di regalare la sua parte migliore.
E tra riprese di “American Supreme”
e una straordinaria “Cheree” trasformata
da simbolo della purezza e della dolcezza a gioviale
canzone da piano-bar il concerto si avvia alla
fine regalando una sorpresa tanto piacevole quanto
inaspettata.
Tornano sul palco anche i Pan Sonic e si industriano
a costruire rumori sotto la celebre e osannata
trama che accompagna il delirio mentale dell’alienazione
operaia in “Frankie Teardrop”. E’
il momento più alto di una serata comunque
memorabile. Dimostrazione palese di quanto avesse
ragione chi affermò “i Velvet Underground
sono il più influente gruppo rock, i Kraftwerk
il più influente gruppo elettronico. Ma
i Suicide sono la fusione perfetta tra i due elementi”.
Il pubblico esce soddisfatto da un’orgia
di suoni capace di produrre un attacco continuo
alla stabilità della musica contemporanea,
orgia alla quale ha (pur minimamente) partecipato;
in uno dei suoi gesti affettuosi verso l’uditorio
– tra baci lanciati e pugni chiusi –
Alan Vega gli ha lasciato in mano il microfono.
Urla, mugolii, qualche bestemmia, un parlato incomprensibile
hanno riempito l’aria per pochi minuti.
Forse trent’anni, di tanto in tanto, possono
veramente sembrare nulla.
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