Può un gruppo sulla scena oramai da quasi
trent'anni dare l'idea di una totale mancanza
di idee e stile durante un concerto? Interrogativo
che bisognerebbe porsi - e io lo sto facendo -
nei confronti dell'ultima tournée italiana
di Alan Vega e Martin Rev, ovvero i Suicide.
Premetto che ho sempre considerato il loro primo,
storico, album omonimo come uno dei principali
punti di svolta della storia del rock. Inventarsi
uno stile musicale figlio dell'esperienza dei
Velvet Underground e parente stretto del punk
appena nato e riprodurlo con una strumentazione
esclusivamente elettronica non è certo
cosa da poco.
Ho sempre avuto un certo pregiudizio verso i
concerti dei colossi del rock (delusione massima
fu per me assistere, appena quattordicenne, ai
Pink Floyd
senza Waters),
ma in fin dei conti ero fiducioso nei confronti
del duo newyorchese. "American Supreme",
la loro ultima fatica, mi aveva lasciato freddo
e annoiato, ma il pensiero di potermi gustare
dal vivo i capolavori del primo periodo mi suggeriva
un'attesa curiosa.
Prima delusione (la più ovvia e banale):
i due dimostrano in pieno la loro età,
e Vega presenta una mole massiccia e ingombrante.
Vabbè, passiamo oltre. Il locale è
sufficientemente pieno (contiene all'incirca duecento
persone), e la fauna va da giovani punkettoni
con tanto di cresta e borchie a cinquantenni in
giacca - ma non cravatta -. Il solito gruppo spalla
noioso ed egocentrico ed è finalmente la
volta dei Suicide.
Vega, con cappuccio e occhialoni, cerca costantemente
il contatto con il pubblico, stringendo mani e
lanciando baci, ma soprattutto proponendo coretti
e simil-karaoke. Prima sensazione di spiacevole
noia. A parte i pezzi di "American Supreme",
che dal vivo non migliorano assolutamente, tutti
aspettano il momento del ritorno al passato. Che
arriva: "Ghost Rider" e "Cheree",
rese più robotiche, più tagliate
nettamente, più fredde, appassionano il
pubblico venerante, mentre io inizio a pensare
a come Vega non abbia più voce e soprattutto
a come Rev faccia sempre la stessa cosa.
Tutti i pezzi dal vivo infatti sono strutturati
nello stesso modo: attacco della base preregistrata
(con tendenza notevole verso la techno), accenni
di tastiera, cacofonie centrali nelle quali Rev
pesta sempre gli stessi "accordi" sempre
con lo stesso ritmo sempre allo stesso modo, e
chiusura che accelera, spezza il ritmo, e si tronca
di botto. Ora, immaginatevi quindici pezzi così:
una noia mortale. Chi ha il ricordo del primo
album ben stampato nella mente prova pietà
per questi due ex-geni.
Eppure il pubblico apprezza, va in visibilio,
acclama, abbraccia, sgomita, saluta e manda baci.
Vega e Rev ringraziano ripetutamente, bevono in
continuazione, escono e tornano, si abbracciano
sul palco dopo essersi glorificati a vicenda.
Alla fine il tutto si limita ad un'autocelebrazione
con inviti a pagamento. Sensazione di noia e fastidio
mi accompagnano fino a casa, dove metto su preoccupato
lo storico esordio. Per fortuna lui è rimasto
uguale.
collegamenti su MusiKàl!
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Velvet Underground - The
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Velvet Underground - White
Light/White Heat
Pink Floyd - la
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recensioni