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Concerto al Classico Village (Roma) (6 dicembre 2002)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Può un gruppo sulla scena oramai da quasi trent'anni dare l'idea di una totale mancanza di idee e stile durante un concerto? Interrogativo che bisognerebbe porsi - e io lo sto facendo - nei confronti dell'ultima tournée italiana di Alan Vega e Martin Rev, ovvero i Suicide.

Premetto che ho sempre considerato il loro primo, storico, album omonimo come uno dei principali punti di svolta della storia del rock. Inventarsi uno stile musicale figlio dell'esperienza dei Velvet Underground e parente stretto del punk appena nato e riprodurlo con una strumentazione esclusivamente elettronica non è certo cosa da poco.

Ho sempre avuto un certo pregiudizio verso i concerti dei colossi del rock (delusione massima fu per me assistere, appena quattordicenne, ai Pink Floyd senza Waters), ma in fin dei conti ero fiducioso nei confronti del duo newyorchese. "American Supreme", la loro ultima fatica, mi aveva lasciato freddo e annoiato, ma il pensiero di potermi gustare dal vivo i capolavori del primo periodo mi suggeriva un'attesa curiosa.

Prima delusione (la più ovvia e banale): i due dimostrano in pieno la loro età, e Vega presenta una mole massiccia e ingombrante. Vabbè, passiamo oltre. Il locale è sufficientemente pieno (contiene all'incirca duecento persone), e la fauna va da giovani punkettoni con tanto di cresta e borchie a cinquantenni in giacca - ma non cravatta -. Il solito gruppo spalla noioso ed egocentrico ed è finalmente la volta dei Suicide.

Vega, con cappuccio e occhialoni, cerca costantemente il contatto con il pubblico, stringendo mani e lanciando baci, ma soprattutto proponendo coretti e simil-karaoke. Prima sensazione di spiacevole noia. A parte i pezzi di "American Supreme", che dal vivo non migliorano assolutamente, tutti aspettano il momento del ritorno al passato. Che arriva: "Ghost Rider" e "Cheree", rese più robotiche, più tagliate nettamente, più fredde, appassionano il pubblico venerante, mentre io inizio a pensare a come Vega non abbia più voce e soprattutto a come Rev faccia sempre la stessa cosa.

Tutti i pezzi dal vivo infatti sono strutturati nello stesso modo: attacco della base preregistrata (con tendenza notevole verso la techno), accenni di tastiera, cacofonie centrali nelle quali Rev pesta sempre gli stessi "accordi" sempre con lo stesso ritmo sempre allo stesso modo, e chiusura che accelera, spezza il ritmo, e si tronca di botto. Ora, immaginatevi quindici pezzi così: una noia mortale. Chi ha il ricordo del primo album ben stampato nella mente prova pietà per questi due ex-geni.

Eppure il pubblico apprezza, va in visibilio, acclama, abbraccia, sgomita, saluta e manda baci. Vega e Rev ringraziano ripetutamente, bevono in continuazione, escono e tornano, si abbracciano sul palco dopo essersi glorificati a vicenda. Alla fine il tutto si limita ad un'autocelebrazione con inviti a pagamento. Sensazione di noia e fastidio mi accompagnano fino a casa, dove metto su preoccupato lo storico esordio. Per fortuna lui è rimasto uguale.

 

collegamenti su MusiKàl!
Suicide - Suicide
Velvet Underground
- The Velvet Underground & Nico
Velvet Underground
- White Light/White Heat
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Roger Waters - le recensioni



20 dicembre 2002




I commenti
 
Federico 11 gennaio 2002
Io c'ero, ho stampato il ricordo del primo album nella mente, eppure non ho affatto provato pena. Mi è piaciuto molto. E così è piaciuto al 95% dei presenti. Forse è il recensore ad aver sbagliato ascolto, e non i Suicide ad aver sbagliato performance. Infine, l'ultimo loro disco è bello. Federico


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