Ovvero, come essere costretti a risvegliarsi
da un piacevole sogno. Giunto alla terza opera
sulla lunga distanza (la quarta se si considera
lo splendido EP d’esordio “Maplewood”)
Ed Harcourt non è oramai più una
sorpresa per nessuno. E il problema è forse
solo tutto qui: le dodici canzoni presenti in
“Strangers” sono tutto quanto uno
si può aspettare da questo ragazzetto inglese.
Per essere ulteriormente più chiari chiunque
abbia ascoltato i primi lavori di Harcourt potrebbe
tranquillamente canticchiare una qualsiasi dei
brani qui presenti al primo ascolto, senza sbagliare
attacchi o rimanere anche solo per un istante
stupito da ciò che sta ascoltando.
Che il difetto principale del giovane cantautore
risiedesse nella ripetitività della sua
vena compositiva era già apparso palese
all’ascolto del precedente “From
Every Sphere”, ma adesso il cerchio
è definitivamente chiuso. Della struttura
dei suoi brani Harcourt ha solo esasperato l’aspetto
più prettamente pop, eliminando del tutto
i tempi spezzati e i buchi neri che rendevano
profonde e intricate le trame di “Here
Be Monsters”. Insomma, sembra di assistere
alla trasformazione di un artista da cantautore
ad autore di hits radiofoniche. “Born in
the 70s” è quanto di più banale
e piatto ci si possa aspettare, così come
non meno prevedibili suonano “This One’s
for You” che relega tutto l’impianto
sonoro a un pianoforte invadente e “Loneliness”,
in cui vocalizzi femminili si appaiano alla voce
di Harcourt.
La situazione migliora leggermente quando Ed
si avvicina maggiormente ai confini del rock,
come l’iniziale “The Storm is Coming”
aperta da rumorismi e feedback, ma neanche qui
si può certo gridare al miracolo. L’uso
del violino in “Let Love not Weight Me Down”
non è disprezzabile, ma purtroppo la strofa
è l’apoteosi dell’incapacità
di rinnovarsi dell’autore, risultando un
vero e proprio plagio del proprio passato. Le
atmosfere demodé che tanto avevano colpito
nei primi vagiti musicali di Harcourt si fanno
timidamente largo nell’incipit della title-track,
per essere però subito smentite e sovrastate
da un’architettura popular fastidiosa
e priva di spunti d’interesse. Insomma,
i brani potranno pure risultare piacevoli a un
ascolto rapido e privo di troppi interrogativi,
ma c’è anche la minima possibilità
che “Strangers” possa campare nella
mente dell’uditorio per più di un
mese?
Dopo “From Every Spere” avevo sospeso
il giudizio in attesa di una controprova, positiva
o negativa che fosse. Ora che la forma dell’album
sembra anche maggiormente pensata e studiata a
tavolino non è possibile concedere ulteriori
possibilità a Ed Harcourt, che per quasi
un anno mi ha fatto sperare di aver trovato un
nuovo nome in grado di dare lustro all’arte
del cantautorato. Così non era, e quasi
certamente così non sarà. Mi dispiace,
più per me che per lui, ad essere sincero.
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Ed Harcourt - le
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