Realizzato in buona parte senza John Glascock
- presente in tre tracce e per il resto sostituito
da Anderson - è un album triste e crepuscolare:
da fine decennio.
Mediocre dal punto di vista qualitativo, presenta
elementi di interesse unicamente per alcuni particolari
che possiamo definire 'storici'. Il primo lo peschiamo
già in copertina, ed è il tipo di
carattere usato per la titolatura: modello display
digitale. Date un'occhiata all'anno di pubblicazione
e vi convincerete che si tratta di un ammiccamento
modaiolo, analogo nella sostanza a quello (assai
più smaccato) del recente "j-tull.com"
(1999). L'era del digitale e l'era di internet,
a distanza di vent'anni giusti.
In "Stormwatch" l'attrazione delle
più recenti tendenze musicali fa la sua
prima prova, insinuandosi in schemi compositivi
che danno ormai segni di logoramento e di fiacca
ripetitività. Ma anziché ravvivare
e rinnovare la struttura, come forse era nelle
intenzioni, non fa che deprimerla. In effetti
pensare di associare l'elettro-pop alle caratteristiche
tipiche dei Jethro Tull è veramente aberrante
più del lecito. In questa direzione corre
certo uso del sintetizzatore da parte di Palmer:
sono ancora inserti nel complesso marginali, ma
l'effetto è in certi casi non molto diverso
da quello di un pugno nello stomaco.
Eppure "Warm Sporran", il pezzo strumentale
dove è più evidente la novità,
rimane uno dei migliori del disco: questo perché
il vecchio e il nuovo rimangono sostanzialmente
separati e, per fortuna, il vegliardo un po' ammuffito
è ancora in grado di rintuzzare gli assalti
del giovane decerebrato. Insomma ci si riduce
a tifare l'arteriosclerosi. Ma tant'è:
alla fine dei 45 minuti quel poco che resta nella
memoria dell'ascoltatore guarda fisso verso un
irripetibile passato. Il futuro è sfocato
da lenti largamente insufficienti al bisogno.
Del resto questa è una sorte che ha colpito,
chi più chi meno e in tempi diversi, gran
parte dei colossi del rock. Meglio allora ancorarci
al ricordo, ad un inattaccabile patrimonio.
Forse Anderson ha davvero scritto troppo. In
"Stormwatch" - fra canzoni sufficienti
(come "North Sea Oil"), altre inutilmente
protratte ("Dark Ages"), scipitezze
e inutilità - la noia fa pompa di sé.
Se al tutto aggiungiamo un mixaggio piuttosto
scadente, probabilmente il peggiore insieme a
quello di "This Was",
il ritratto del nostro zombie - di questo non
morto - risulta completo.
Certo è che la conclusiva "Elegy",
strumentale composto da Palmer, non può
che suonare - per l'appassionato - come un vero
'de profundis'.
collegamenti su Kalporz:
Jethro Tull - la
Kalporzgrafia