Ecco l'importante e famoso esordio della P.F.M.
Usiamo fin d'ora e di proposito la sigla di abbreviazione
del nome, giacché non è vero, come
può capitare di leggere, che esso venga
adottato solo a partire dal '73, quando il gruppo
italiano viene notato e scritturato dalla Manticore,
etichetta discografica di Emerson Lake & Palmer.
Indubbiamente da quel momento la sigla fu maggiormente
utilizzata, sia perché facilitava la pronuncia
al pubblico estero sia perché risultava
tipologicamente simile, e dunque ricordava da
vicino, quella della conosciutissima band progressiva
britannica (ELP), punta di diamante della casa
discografica. Tuttavia è sufficiente dare
un'occhiata nemmeno tanto meticolosa alla bella
copertina di questo disco, vagamente surreal-metafisica
e 'dechirichiana' (scusate lo scioglilingua),
per notare in basso tre grandi lettere bianche
sdraiate per terra: PFM.
Dopo la premessa veniamo al sodo. Già attivi
come sessionmen, il chitarrista Franco Mussida,
il tastierista Flavio Premoli, il bassista Giorgio
Piazza e il batterista Franz Di Cioccio formano,
alla fine degli anni sessanta, i Quelli. All'inizio
del nuovo decennio, in epoca di pieno fermento
progressivo, si aggiunge Mauro Pagani, fiatista
e violinista. Il quintetto - mutato il nome -
si orienta, come altre formazioni italiane contemporanee,
verso la nuova e più complessa musica che
viene dalla Gran Bretagna. Il primo frutto della
nuova compagine non solo è già pienamente
maturo, complice l'esperienza accumulata in precedenza
e il lungo rodaggio, ma è generalmente
considerato il capolavoro della Forneria e opera
cardine del progressive italiano.
Tutto vero, purché si tenga presente che
"Storia di un Minuto" non fu solo nel
diffondere il nuovo stile: nel medesimo anno apparvero
diverse opere italiane definibili come progressive
o pienamente tali. Ad esempio l'omonimo album
del Banco del Mutuo Soccorso, altra pietra miliare
nostrana (e non solo). Inoltre qualche accenno
di progressive si era avuto anche nei due anni
precedenti. Ciò nulla toglie al valore
di quest'album. L'abilità compositiva di
Mussida e Pagani, autori di tutte le tracce, presenta
più di un motivo di interesse e viene a
costituire una autonoma interpretazione, e dunque
un tassello indipendente, del progressive-rock.
Su trame sonore prevalentemente orientate verso
i modelli britannici, la P. F. M. innesta elementi
e influssi musicali mediterranei. E' dunque sbagliato,
secondo noi, contrapporre radicalmente la Forneria
al Banco del Mutuo Soccorso, considerando la prima
una formazione pedissequamente esterofila e la
seconda invece come dotata di maggiore autonomia
e personalità. La realtà è
come sempre molto più sfumata: se nel complesso
il Banco lascia un segno più profondo,
a nostro parere, nella storia del progressive,
è anche vero che non mancano in quella
band i richiami 'esterni': ed è ovvio e
fisiologico che sia così. Il grande Bach
studiava le opere del contemporaneo e poco più
vecchio Vivaldi.
Perbacco sarà meglio deciderci a parlare
del disco! Innanzitutto consigliamo a chi gli
si accosta per la prima volta, magari dopo aver
fatto scorpacciate di progressive d'oltremanica,
di non dare giudizi frettolosi. Ce ne siamo accorti
sulla nostra pelle: si tratta di un'opera che
va lasciata sedimentare a lungo nella propria
memoria musicale, con ascolti preferibilmente
distribuiti nel tempo e non reiterati in successione.
Il secondo consiglio è questo: cercate
di non concentrarvi troppo sui testi: per chi
è abituato più che altro all'inglese
l'italiano costituisce una trappola, poiché
si tende a prestare maggiore attenzione al significato
delle liriche e, di conseguenza, a trovare difetti,
carenze e banalità che magari in altri
casi non notiamo affatto.
Seguendo queste semplici precauzioni si arriverà
a godere lo stile di questa prima P.F.M., più
ricco di sfumature di quel che si possa superficialmente
pensare e tutt'altro che ingenuo o semplicistico.
Lo strumentale, grazie all'ottima preparazione
dei musicisti, unisce bene il grande virtuosismo
al solitario e cesellato accordo di chitarra,
il forte grintoso al piano ricco di pathos, il
suono rock a quello di matrice classica, il ritmo
veloce a quello più solenne, l'acustico
all'elettrico. Non attendetevi però strabiliante
complessità e architetture magniloquenti.
In definitiva "Storia di un Minuto"
è un'opera sottile, e forse proprio per
questo, paradossalmente, necessita di un certo
tempo per essere apprezzata davvero da chi si
è nutrito di gruppi come Yes, Genesis ed
altri. Ma la semplicità, gli arrangiamenti
lineari e privi di ridondanza e pomposità,
unitamente all'attenzione per il piccolo dettaglio,
cosituiscono il suo pregio più grande,
ciò che la rende peculiare. Persino il
difetto per eccellenza della Forneria, vale a
dire la mancanza di una voce solista di ruolo,
viene qui sublimato in una superiore armonia dell'insieme.
Una volta compreso tutto questo sorseggerete con
piacere quanto vi viene offerto.
Apre una breve ma incisiva "Introduzione"
corale in crescendo sonoro che prelude al primo
vero brano, "Impressioni di settembre",
uno dei pezzi forti del repertorio, su testo -
riconoscibilissimo come tale - di Mogol (nella
cui scuderia, la Numero Uno, operava la P. F.
M.), dotato di un epico ritornello al sintetizzatore
e di un ottimo finale con delicato vocalizzo corale
ancora una volta in crescendo. Segue "È
festa", pezzo rappresentativo quant'altri
mai della cifra stilistica e dell'ispirazione
della band: una sorta di scatenato e trascinante
saltarello in versione progressive, quasi interamente
strumentale e di notevole impegno tecnico (e devastante
impatto live), impreziosito da inserti di ottavino,
flauto (suonati da Pagani) e clavicembalo. Occupa
la quarta e la quinta traccia il dittico di "Dove
quando
".
La prima parte, cantata, costituisce l'apice
classico e il centro nevralgico dell'album: una
fiaba dolcissima e delicata, introdotta dall'arcano
mellotron di Premoli e accompagnata, con accenti
di raffinatezza rinascimentale, da flauto, chitarre
acustiche, mandoloncello (uno dei fratelli maggiori
del mandolino, della famiglia dei liuti) e clavicembalo.
Il tenue e intimistico canto, collettivo come
quasi ovunque in "Storia di un Minuto",
sopperisce adeguatamente alla già rilevata
carenza vocale del gruppo e si adatta molto bene
alla musica; anche il testo, nella sua vaghezza
impalpabile e priva di riferimenti spazio-temporali,
non sfigura.
La parte seconda è invece una sorta di
autonoma coda strumentale che, dopo lunga meditazione,
non esitiamo più a definire magistrale.
Composta di tre sezioni si lega alla parte prima
in modo assai naturale e immediato grazie all'organo
di Premoli che ne riprende brevemente il tema
principale. L'intenso violino di Pagani, un impeccabile
pianoforte che si esibisce in un assolo possente
e di riferimento assoluto in ambito progressivo,
gli ottimi cambi di ritmo di Di Cioccio, completano
il quadro della prima sezione, quella più
aggressiva. Il tutto si stempera nel disteso lirismo
della seconda sezione, dove il piano fa da sfondo
ad una splendida e struggente frase musicale di
violoncello (riprodotto elettronicamente), ripetuta
in crescendo.
La terza sezione è quella di struttura
più improvvisata, quasi jazzistica: essa
sbocca senza soluzione di continuità nel
brano successivo, anticipandone - ma occorre molta
attenzione per coglierlo - il tema strumentale
finale. Canzone composita dalla struttura tipicamente
progressiva è "La carrozza di Hans":
potremmo scherzosamente definirla la "Firth
of Fifth" della P. F. M. Il cantato è
interamente concentrato nella prima parte, dove
all'inizio imperioso fa sèguito una virata
verso toni più leggeri e solari. La parte
centrale è invece interamente occupata
da un coraggioso, lungo assolo di chitarra acustica,
raccolto e meditativo: l'opposto del grandioso
assolo di Steve Hackett nel capolavoro genesisiano.
Ma sono le due facce di un'unica affascinante
medaglia. La chitarra lascia poi il campo ad uno
strumentale più mosso che scivola verso
il finale che, con composizione ad anello, riprende
il vigoroso tema iniziale, variandolo grazie al
violino di Pagani, qui veramente epocale nel suo
intervento semplice, anzi semplicissimo - un pezzo
di scala cromatica -, ma carico di tensione esplosiva.
Chiusura degna di quanto precede è "Grazie
davvero", forse la traccia di più
difficile comprensione. La sezione vocale è,
come sempre, piuttosto volatile, ma compensata
e sostenuta da una composizione strumentale assai
originale e per più versi ardita, dominata
dalla sorprendente fanfara di ottoni (al mellotron)
e sempre mutevole nel ritmo.
Buon ascolto.
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