Il ciclo di cronache su Steve Wynn si conclude
con un resoconto degli ultimi due concerti in
Italia per la tournèe di "...tick...tick...tick",
album di cui avete letto una recensione e in occasione
del quale abbiamo fatto un'intervista
che spero non vi abbia eccessivamente annoiato.
Il concerto è la condizione ideale di un artista
rock. Un mito che si collega alla tradizione retroattiva
e conservatrice del "sano e vecchio rock". Vita
su strada. Furgoni scalcinati. Concerti pieni
di sudore e chitarre. Birra a fiumi e chiacchierate
fino a tarda notte con i fan. Una prosopopea magica
che ci fa capire perfettamente l'attitudine di
Steve Wynn nei confronti del palcoscenico. Negli
ultimi due anni avrò visto un numero imprecisato
di concerti e mi è capitato - più
volte - di assistere a comportamenti vezzosi di
cantanti dal valore artistico pari allo zero,
che vedevano la tournèe come una fastidiosa
routine e il contatto coi fan come lo scotto che
bisognava pagare. Esempi del genere non mi stanno
sulle dita della mano ma, fortunatamente, non
è il caso dell'ex leader dei Dream Syndicate.
Un uomo che quando sale sul palco - qualsiasi
palco, dal signorile Buddha Cafè al rantolante
Spaziomusica - cerca di dare il massimo per lui,
per la sua band e per il pubblico, cui è interessato
in quanto vera estensione del suo fare musica.
"Questo concerto è stato migliore perchè eravamo
in un posto più piccolo e siamo riusciti a creare
un contatto col pubblico" mi dichiara Steve
dopo il concerto di Pavia, che ha surclassato
in potenza, passione e performance vera e propria
la venue bresciana del giorno prima. Il Buddha
Cafè di Orzinuovi è un locale come ce ne
sono tanti in giro per l'Italia. Palco alto, capienza
media (più o meno un migliaio di persone... per
Steve ce ne sarà un decimo), acustica vagamente
orribile. Il pubblico è composto, manco a dirlo,
da affezionati cultori del rock'n'roll. Gente
che solitamente non esce di casa per rimuginare
sui tempi andati in cui la Lombardia era il regno
del Buscadero ed ogni settimana c'erano concerti
di sperduti cantautori del Wyoming portati qui
dall'eroica resistenza della truppa di Gallarate.
Ora le cose sono cambiate. I cantautori tirano
pochissimo, lo staff del Buscadero viaggia sulla
cinquantina abbondanate e per chiedere un concerto
decente bisogna aspettare la solita discesa provinciale
degli Afterhours.
Comprensibile che si resti a casa ad ascoltare
Ruth Gerson fino a quando Steve Wynn non decide
di mettere a posto le cose e sputare sul palco
due ore e mezza di rock'n'roll sudato, grintoso
e passionale.
La band sembra in gran forma. Jason Victor si
limita a far ruggire la sua Jazzmaster ben consapevole
di essere supportato da una sezione ritmica che
non sbaglia mai: Linda Pitmon alla batteria e
Dave de Castro al basso. Solidi ed indistruttibili,
sono la colonna portante dei Miracle 3, la macchina
da guerra che Steve si porta dietro da ormai tre
anni. Attaccano con "Killing Me" da "...tick...tick...tick"
e si lanciano in una scaletta che pescherà molto
da quest'ultimo capitolo ("Wild Mercury", "Wired",
"Cindy It Was Always You", "The Deep End"), dalla
raccolta "What I Did After My Band Broke Up" ("Sustain",
"Death Valley Rain", "Amphetamine") e gli immancabili
Dream Syndicate. Brani richiesti a gran voce da
una platea che, a fine concerto, sommergerà Steve
di dischi e vinili implorando una firma. Arriva
"That's What You Always Said", che a metà concerto
ti fa capire quanto sia stato importante quel
manipolo di sfigati negli anni '80. Arriva "The
Days of Wine and Roses", che scaraventa con violenza
il rumore distorto di chitarre urlanti. Arriva
"Boston", nel bis, solo voce e chitarra, che ti
rimanda a quei tempi in cui ascoltavi Springsteen
e sognavi di fuggire via (and the losers that
came before say "I don't wanna be here anymore").
E alla fine arriva anche "John Coltrane Stereo
Blues". Ma qui è una mezza delusione, perchè sarà
anche vero che è una chiusura memorabile per un
concerto ma è altresì inconfutabile che la furia
del Raji's qui non è stata minimamente riprodotta.
Ma forse anche Steve è stanco di essere accostato
solo ed unicamente a quella escursione psichedelica
di un quarto d'ora giustamente entrata nella leggenda.
Ci vuole un giorno per mettere a posto le idee
e tentare di dare un vago senso di oggettività
a quanto visto. Perchè forse è impossibile ammettere
a te stesso, grandissimo fan di Steve Wynn e dei
Dream Syndicate in particolare, che il concerto
tanto atteso non è stato poi così meraviglioso.
Forse è l'acustica. Forse è il palco alto. Forse
è perchè sei nel cesso di un interregionale perchè
non avevi soldi per pagarti il biglietto.
E' poi sufficiente il tramonto e un viaggio alla
ricerca di un introvabile Spaziomusica per farti
capire che avevi ragione e il concerto che avevi
visto il giorno prima, in fondo, non è stato niente
di particolare. Ma forse solo perchè adesso la
band sta facendo il più grande concerto mai visto
sulla faccia della terra. Esagerazioni, ne sono
consapevole. Ma questa volta il palco non esiste.
Il locale è identico a quelli in cui ti immagini
le esibizioni lerce e dimenticate degli idoli
del Buscadero di cui sopra. Ci stanno un centinaio
di persone. Cento persone che per l'occasione
non la smettono un attimo di urlare e ballare,
sopratutto quando Steve le fa alzare da terra
(c'erano le sedie e molti si sono accampati in
prima fila, quasi seduti sulla pedana camuffata
da palco). La scaletta è più lunga, le canzoni
più acide, più rumorose. Le divagazioni strumentali
non si fanno pregare ed è un viaggio unico attraverso
le note distorte dei doppi assoli di chitarra
di Steve Wynn e Jason Victor. Questa volta, dei
Dream Syndicate, le fanno tutte: "Medicine
Show" e "That's What You Always Said", dove Jason
scende dal palco e fa suonare l'ultima parte di
chitarra ad uno spettatore - mai invidia fu così
grande - "Days of Wine and Roses" da fine del
mondo e una parentesi voce e chitarra con "Boston"
e, a sopresa, "Merritville" e "Burn". Il pubblico
canta, è felice, ne vuole ancora e per tutta la
notte. Alla fine Steve si piega anche alle tue
incessanti richieste e ti fa "Halloween": otto
minuti in cui prenderà a pugni la Stratocaster,
delirerà sulle note, devasterà i timpani con dissonanze
trovate totalmente a caso e urla di felicità per
quel sacro fuoco che ancora brucia e che finalmente
è tornato a brillare, maiuscolo, col suo nome:
Rock'n'Roll. In fondo il concerto è speciale per
l'atmosfera, per le urla, per il sudore, per la
felicità, per i sorrisi, per una "No Tomorrow"
al limite dell'orgasmo e una "Amphetamine" suonata
a tu per tu con il pubblico, con Steve che scende
dal palco per suonare spalla a spalla con chi
era in prima fila ad urlare e strepitare come
un ossesso: il vostro cronista.
Ed è con questa ammissione che va a monte ogni
credibilità. Ogni giudizio va preso con le molle
anche perchè quella serata è stata indimenticabile
sotto parecchi punti di vista. E il musicale è
stato quello più importante. Ora Steve sta viaggiando
sul suo furgone verso la prossima località europea
che avrà la fortuna di assistere ad un suo concerto.
Quel centinaio di persone che a Pavia han fatto
la scelta di investire 12 miseri euro in quelle
due ore e mezza di sudore e sangue può confermare
che è stata la cosa giusta. Stava crollando tutto.
Era la notte perfetta per qualsiasi cosa. Per
vivere ogni emozione come se fosse l'ultima e
con l'ingenua sorpresa della prima volta. Suonane
un'altra Steve, per tutta la notte.
collegamenti su MusiKàl!
Steve Wynn - Intervista
(19-11-2005)
Steve Wynn - Concerto
al Teatro Bibiena (MN)
Steve Wynn - Here
Come The Miracles
Dream Syndicate - The
Days Of Wine And Roses
Bruce Springsteen - Devils
& Dust
Bruce Springsteen - The
Rising
Bruce Springsteen - Nebraska