Ci sono certi dischi che, per loro natura, vanno
lasciati decantare. Sarebbe sbagliato scriverne
di getto solo per arrivare primi, quando magari
tutti l’hanno scaricato e nessuno riesce
più a goderselo il giorno dell’uscita.
Non è una giustificazione, questa. Solo
che ognuno ha i suoi tempi e la musica deve seguirli,
senza dimenticare il dovere di cronaca, ovviamente.
Ma non è la cosa più importante.
La cosa più importante è che due
anni dopo “Black
Sheep Boy”, il disco
con cui gli Okkervil River si imponevano all’attenzione
di tutti quelli che avevano orecchie e cuore
per intendere, nuove canzoni scalderanno gli
inverni. E nonostante delle prime – ingiustificate – paure,
si tratta di canzoni bellissime.
“The
Stage Names”, quindi. Nove nuove canzoni
dalla penna di quello scrittore camuffato da
indie-scemo di Will Sheff. Lui è l’unico,
assieme a gente come Sufjan Stevens e Colin Meloy,
a potersi permettere questa dimensione letteraria.
Una penna che incide, scalfisce e colpisce. Non
solo canzonette. Per questo c’è la
scena indie. Ci sono gli Architecture in Helsinki.
Ci sono badilate e badilate di gruppi di merda.
No grazie, qui passiamo oltre. Passiamo alla
musica che si muove nella scia di una tradizione
ben consolidata, la ammoderna con alcune trovate
come possono essere la band allargata, i toni
sopra le righe, la melanconia torrenziale e ne
rende omaggio nel migliore dei modi. Non solo
indie-rock. Sarebbe riduttivo. Diamine! Per una
volta che una band si dimostra decente, non generalizziamo
buttandola nel calderone, perché c’è gente
che poi magari ci crede e si perde un disco meraviglioso.
Un disco nato dall’insicurezza e dalla
passione per il macabro. Dal masochismo e dalla
catarsi. Dalla voglia di riscattarsi ma anche
di farsi compatire, di poter dire: “Guarda!
Capitano tutte a me!”. Un torrente di emozioni
che scava la dura roccia della saccente cocciutaggine
di chi “ne sa” e fa capire che quando
uno sa scrivere le canzoni, non ci sono ragionamenti
che tengano.
E sulle prime uno può restarci
anche un po’ male. Dei pezzi rock. Rock.
Con la batteria pestona e le chitarre distorte.
Più Neil
Young che Neutral Milk Hotel.
Gli Okkervil River felici? Chiaro che poi basta
fare attenzione ai testi e tutto cambia. Tutto
cambia come le canzoni, che dopo il trittico
iniziale “Our Life Is Not A Movie…”, “Unless
It’s Kicks” e “A Hand To Take…” tornato
nelle lande della desolazione, delle canzoni
al chiaro di luna di chi guarda alle stelle maledicendo
il destino. E intanto sei già ammaliato.
Pensi che non sia all’altezza di “Black
Sheep Boy” o “Down The River Of Golden
Dreams” – nonostante in rete qualche
mentecatto abbia osato tanto – ma che ci
sono quel paio di canzoni maledettamente grandi
da farti girare la testa. E di dare un senso
ad un disco e farlo diventare qualcosa di più che
la solita cartella mp3 tirata giù da e-mule.
Chiaro che i due dischi precedenti erano belli
tutti, ma non è sempre domenica, bisogna
anche sapersi accontentare. Se no, ripeto, gli
Architecture in Helsinki sono lì che aspettano.
Qui la gente discute. Discute e discute mentre “A
Girl In Port” prende lentamente possesso
della scena per fare piazza pulita, investendo
tutto di purissima e malinconica bellezza. Impressionismo
in musica. Tramonti di Monet. Un semplice brano
che può dare così tanto. Ma con
Will Sheff è normale. Ti puoi aspettare
di tutti, anche che dopo un album come “Black
Sheep Boy” sappia ancora tirare fuori pezzi
della madonna a dimostrazione che sì,
qui c’è del talento. Il ragazzo
non è un coglione. Solo uno che sa quello
che fare, del resto, può permettersi di
cantare “Sloop John B” dei Beach
Boys tanto per chiudere una sua canzone. Noblesse
oblige. Chapeau. Han di nuovo vinto loro.
collegamenti su MusiKàl!
Okkervil River - Concerto al
Covo (Bologna)
Okkervil River - Black Sheep Boy
Sufjan Stevens - The Avalanche
Sufjan Stevens - Illinois
The Decemberists - Concerto
all'Estragon (Bologna)
The Decemberists - The
Crane Wife
The Decemberists - Picaresque
Neil Young - le
recensioni
Beach Boys - Pet Sounds