Prendere un disco doppio dei Red Hot Chili Peppers,
per un totale di due ore piene di musica dilazionate
in ventotto canzoni, ed affidarlo alle mani di
una persona che ha passato ore, pomeriggi, giornate
intere ascoltando tutti i loro pezzi fino alla
nausea è un rischio che potrebbe produrre
effetti catastrofici. Una sbrodolata di proporzioni
bibliche. Soprattutto quando la persona in questione,
che rischia di autodefinirsi un quasi-fan, ascoltando
il disco sente che c’è qualcosa che
non va. Nel bene o nel male Kiedis e soci hanno
sempre fatto il possibile per esprimere al meglio
il loro modo di pensare la musica, senza porsi
il problema di essere troppo sboccati, anarchici,
chiassosi, o, al contrario, troppo orecchiabili
o commerciali. Hanno sempre fatto quello che veniva
loro naturale, e dopotutto anche un’uscita
del genere sembra dettata dalla stessa mentalità.
Il problema è che ascoltando le canzoni
di “Stadium Arcadium” mi sono sentito
come se stessi camminando su quella linea d’ombra
che divide rischiosamente il “commerciale”
dal “paraculo”.
Nel primo caso, nessun problema. Dopotutto “Californication”
era pieno di belle melodie e ritornelli pop che
non hanno minimamente nuociuto ad una delle loro
migliori uscite in assoluto. La questione diventa
aspra nel secondo caso. Perché se la canzone
non prende corpo o non convince del tutto, ora
basta metterci un bel ritornello alla volemosebbene,
ed ecco una nuova canzone da inserire nella nuova
mastodontica uscita scalaclassifiche. Stanno cercando
di dare un senso di epico a tutto quello che fanno
e la cosa non va affatto bene. Perché alcuni
pezzi sono semplicemente dei riempitivi, a volte
anche troppo simili fra di loro, mentre altri
sono uno scialbo riflesso di quello che sono stati.
Pensano di accontentare tutti, i RedHot. I fan
della prima ora, con qualche funk che a volte
funziona (“Hump De Bump”) e a volte
fa pena (“Tell Me Baby”, secondo singolo
non a caso, o l’inutile “Storm In
A Teacup”). I fan di “Californication”
con alcuni dei pezzi migliori (come la bella title-track).
Ma anche quelli di “By
The Way”, per i quali non perdono la
melodia forzatamente catchy e la produzione esagerata.
Accontentano tutti ma alla fine non accontentano
nessuno, perché il vero difetto di “Stadium
Arcadium” è che c’è
troppo RedHot. Difficile ascoltarlo tutto di fila.
Difficile ricordarselo bene una volta finite le
due ore. E la cosa inquietante è che in
origine il progetto era quello di far uscire tre
album. Forse sarebbe stata un’idea migliore
perché saremmo riusciti a prendere tutto
questo effluvio di mezza creatività a dosi
limitate, più digeribili e più ponderabili;
così invece si fa fatica a capire innanzi
tutto che il disco è meglio di “By
The Way”. Cosa che sarebbe stata a tutti
più chiara con un’opera di snellimento
generale.
Prima di tutto tagliare via metà della
tracklist: dato che è scientificamente
provato che la maggior parte della gente che ascolta
musica rimane colpita maggiormente dai primi pezzi,
quante persone (persone, non fan) potranno mai
far caso allo scipito trittico finale? Oddio,
questo forse è un bene. E in quanti potranno
notare che “So Much I” (piazzata oltretutto
dopo uno dei peggiori pezzi che siano mai riusciti
a scrivere, “Animal Bar”, una specie
di gemellaggio diabolico con gli U2, da brividi)
è meglio di metà delle canzoni del
primo disco?
Il secondo snellimento sarebbe quello dei suoni.
Ragazzi, ma che fine ha fatto la produzione scarna
ma efficace di Rick Rubin? Togliendo tutti quegli
orpelli potremmo distinguere le canzoni decenti
da quelle basate solo su un ritornello; quelle
complete dai mezzi tentativi; quelle utili da
quelle inutili. E invece no: “Stadium Arcadium”
sfoggia la più patinata produzione di cui
sono mai stati capaci, talmente pensata da riuscire
ad appiattire tutto.
E poi manca quello che mi fece impazzire per
Kiedis tempo addietro: la sua meravigliosa ignoranza.
Ora ha imparato a cantare. Avrà fatto un
corso, probabilmente. E allora, convinto ormai
di riuscire a beccare bene tutte le note che servono,
si è illuso di essere un cantante. Ma lui
era un istrione. Un esagerato. Un freak. Uno che
sognava di diventare il nuovo Iggy Pop (e forse
ci è pure andato vicino). Ora è
uno che pensa di saper cantare. E’ uno che
forse ha capito di non essere più molto
credibile mentre parla di sesso e droga, ma che
non riesce neanche a raccontare l’amicizia
come in “Californication”. Ora c’è
“Death Of A Martian”, ispirata alla
morte del suo cane.
E se qualche orecchio foderato di prosciutto
potrà esaltarsi per il ritorno scattante
di Flea in prima linea, io decido di deludermi
anche per il sonno profondo che ha colpito Chad
Smith durante le fasi di registrazione ed andare
a riascoltarmi tutti i dischi solisti di Frusciante
(che, pur esagerando su ogni fronte, riesce a
piazzare delle perle nascoste come “Strip
My Mind” o la coda di un pezzo pur scialbo
come “Slow Cheetah”, dimostrandosi
il vero motore del gruppo).
Mi dispiace cari miei Red Hot Chili Peppers, ma
di un disco così non se ne sentiva il bisogno.
E me ne rattristo.
collegamenti su MusiKàl!
Red Hot Chili Peppers - By
The Way
Iggy Pop - Beat
'Em Up
John Frusciante - To
Record Only Water For Ten Days