Secondo album per il cantautore di Wolverhampton,
dopo l'incensato esordio di "My beautiful
demon", datato 1999. Alla produzione troviamo
sempre David Kosten, grande appassionato di musica
classica e di avanguardie, il quale sembra avere
un ruolo sempre più importante negli arrangiamenti
dei pezzi di Christophers.
"Spoonface" pare accentuare quell'aspetto
techno-folk intravisto nell'illustre predecessore,
scarnificando la trama musicale a soli tre elementi
basilari: chitarra acustica (o piano, qualche
volta), discreti interventi computerizzati e la
voce di Ben, esile, tesa, vellutata, spesso ai
confini del falsetto, comunque molto particolare
e tecnica. Troviamo anche momenti più ritmati,
come nella traccia d'apertura, nell'allegra (!)
"Transatlantic shooting stars" (dovutamente
remixata diverrebbe una specie di dancefloors'
hit
), nell'ipnotica ed un po' scontata "Hooded
kiss", ed infine in "Losing myself".
Tutte canzoni di una certa dignità, vero,
ma che non appaiono scaturire dalla vera anima
dell'autore, molto più sé stesso
quando cala il ritmo ed i tempi si diradano.
Di "Spoonface" impressiona il suo
ipnotismo e la sua aridità gelida, una
steppa dei sentimenti che sicuramente cela da
qualche parte un lato passionale a forma di dacia
col camino acceso. Purtroppo si fa fatica perfino
ad intravedere il fumo del comignolo, tanta è
la distanza che l'autore mette - coscientemente?
- tra lui e l'ascoltatore. In "Falls into
view", per esempio, si aggira il fantasmino
di Mark Hollis dei Talk Talk, quello col vestito
primaverile di "The colour of spring";
dopo due minuti ha già preso il raffreddore,
visto il progressivo calo della temperatura comunicativa.
"Songbird scrapes the sky" è
una cella frigorifera che si compone di un'algidità
modello Japan (fase "Tin drum", ma senza
il genio palese di Sylvian) che si cristallizza
in una straziante, disperata bossanova surgelata.
Intendiamoci, alcune tracce sono molto belle
ed affascinanti: la scarna ed onirica "Easter
park", la destrutturata e free title track
(lieve e leggera nel suo grigiore compatto), ed
infine "The opium willows", la regina
dell'album, sempre scarna ma finalmente emozionante
e diretta, una piccola magia che ricorda delicatezze
alla Tim Buckley.
Ed ora proviamo a ripartire con "Leaving
my sorrow behind". Christophers è
un artista da comprendere e per farlo siamo disposti
ad ascoltarlo col cappotto
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