Nell’ inizio millennio tutto punk-funk-revival
la sua Death from Above è in pista di lancio
coi motori incandescenti, remix e compilation
in fiamme. Ma è deflagrazione roboante
quando improvvisamente lui spara in orbita una
sublime manciata di singoli-assassini che ne fanno
- così ci dicono - uno dei personaggi più
cool del pianeta. Tutti lo cercano e tutti lo
vogliono, è qualcosa che diventa una sorta
di Dio in Terra, un Re Mida nella peggiore delle
ipotesi, un progetto solista a nome Lcd Soundsystem
che è un capolavoro che luccica perché
è oro. Luccica perché è ora.
Sia detto subito: James Murphy era atteso al
varco. Da una parte gli uomini di poca fede pronti
a smascherare il furbetto, a scoprire il trucco,
l’inganno. Dall’altra la schiera di
fedeli e devoti in attesa del ritorno del messia.
In mezzo lui, due anni esatti dopo l’omonimo
debutto, a fare stretching prima di una corsetta
di tre quarti d’ora o poco più. 45:33,
per l’esattezza, titolo e durata esatti
del lungo brano – disponibile solo su iTunes
- commissionatogli nientemeno che dalla Nike e
che intende costituire la colonna sonora ideale
del runner, secondo uno sviluppo in cinque
movimenti che ricalchi le diverse fasi di un allenamento
podistico, fornendo allo stesso tempo un singolare
compendio evolutivo della musica elettronica nel
suo cammino di vita. Ancora un po’ troppo
rotondetto - in verità - il nostro uomo
è comunque al via, pronto per la gara vera
e propria. Il difficile secondo start, dopo una
partenza a cannone, arriva con “Sound of
Silver” e state certi che farà nuovamente
discutere. “Get Innocuous” farà
storcere il naso a quelli che vedono barcollare
fra le ombre un enorme zombie-EnoBowie, sbattuto
qua e là dentro un’oscura ossessione
postmodern/postmortem.
Sarà un ghigno stridulo e beato per tutti
quelli che ritrovano un James Murphy già
in pieno gioco citazionistico, a scoprire subito
le carte, a scherzare da par suo con un passato
che a volte ritorna, e che a volte è schernito
simpaticamente con un paio di pallottole d’argento
piazzate proprio sulle chiappe. Falsetti, melliflui
coretti, “I don’t know where to begin”,
sentiamo balbettare a un certo punto. Ma “North
American Scum” (è il primo singolo)
inizia piacevolmente da dove già sappiamo,
da dove eravamo rimasti: alterazioni electro-punk,
cantato invasato in zona post-byrne, dance e rock
a spintoni, il tutto ad assecondare un incedere
vagamente motorizzato. Cominciamo a divertirci
ma ne siamo quasi certi: anche se le pulsazioni
e i bleeps acidognoli in cascata di “Someone
Great” ci regalano uno scampanellante quadretto
pop tutto in punta di xilofono e leggerezza Hot
Chip, c’è già qualcuno con
la faccia gommosa di chi sta scartando il pacco-regalo
sapendo da tempo cosa ci sta dentro. Al numero
cinque, il disco decide di liberare i cavalli
motore per qualche minuto, alzando finalmente
un po’ di polverone: “All My Friends”
è piano-loop in progressione, disco-drums
e sentori New Order, suggestioni del Bowie eroico
a sfociare in un crescendo emozionale quasi morriseiano.
E poco importa se subito dopo è già
scontro in carambola con due esercizi di più
scontata estrazione punk-funk quali “US
V Them” e “Watch the Tapes”,
di cui ci limitiamo a salvare i giochi percussivi
della prima (una “Yeah” sotto radice)
e i divertiti cori della seconda (una “Give
It Up” sotto tono).
Il trucco c’è, signori, e si vede
benissimo. Ma sono spalancate le porte, ogni ingranaggio
del sistema Lcd è ben in vista, il ditone
di mr. Murphy ad indicarne il funzionamento. Il
“dark side of the cool” lo troviamo
nel brano che dà il nome al disco, il quale
grazie ad esso riprende quota per poi trovare
remoti e melmosi fondali deep, dove le rapide
house-immersioni hanno la voce di un Green Velvet
in assetto variabile. Insieme alla stropicciata
ballata finale, ironica e tormentata serenata
con dedica a New York, si chiude dignitosamente
il difficile album del “ritorno”,
giocato ancora una volta sul filo del pastiche
sonoro, della ripresa ironica, della lucida/ludica
auto-referenzialità e proprio per questo
non facile da mantenere in stabile equilibrio.
Tuttavia, senza il pirotecnico e decisivo traino
dei vecchi singoli spaccatutto (e sotto la minaccia
di un ingombrante ma inevitabile raffronto con
l’illustre predecessore), SOS – lungi
dall’essere un grido d’allarme - è
un lavoro che quantomeno finisce per risultare
eccessivamente piatto e monocorde, a tratti pavido,
troppo spesso mancante di quella fantasia ed imprevedibilità
che un po’ ci aspettavamo, specie dopo la
ben più eccitante prova offerta con la
jam-45:33.
Sound of Silver: quando Re Mida trasforma in
argento. Noi, per stavolta, ci accontentiamo (?)
collegamenti su MusiKàl!
LCD Soundsystem - LCD
Soundsystem
AA.VV. - DFA
Compilation #2
AA.VV. - The
DFA Remixes: Chapter One
AA.VV. - The
DFA Remixes: Chapter Two
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David Bowie - Heathen
David Bowie - Low
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David Bowie - The
Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders
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Talking Heads - Remain
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