Sarà anche vero che i Souwax non amano
suonare dal vivo, ma visti il 18 ottobre a Milano
al Rolling Stone in quella che è stata
l’unica data italiana – e la prima
del tour europeo - si direbbe proprio il contrario.
Certo gli intrecci sonori necessitati dalla direzione
musicale in cui si sono incuneati, quella del
bastard pop e della contaminazione elettronica/rock
ben dosata nell’ultimo “Any minute
now”, sono difficili da ricreare on stage,
ma dal divertimento che aleggiava sui cinque nel
destreggiarsi tra chitarre elettriche e moog o
altri synth si direbbe che quella voglia di fare
concerti è tornata. E forse perché
la band belga ha raggiunto quel superiore livello
che permette di rendere degna e umanizzata la
trasposizione dei brani senza gli ingabbiamenti
delle basi e dei loop.
Il binomio iniziale del concerto è affidato
ai primi due brani che aprono l’ultimo cd
(“E talking” e il singolo che dà
il titolo all’album), carichissimi, convinti,
con il batterista Steve Slingeneyer che fa subito
capire di che pasta è fatto, candidandosi
senza ombra di dubbio come il motore trainante
della serata nonostante sotto l’impasto
sonoro facciano capolino pattern di groove machine.
E’ sempre una bella soddisfazione: uomo
batte macchina 1-0. Fa da contraltare alla batteria
spaccasassi la voce di Stephen Dewaele, in affanno
e un po’ incerta nelle canzoni dell’ultimo
album pur se decisamente a proprio agio negli
excursus di “Much against everyone’s
advice”, quasi ad attestare che forse le
nuove melodie non sono ancora state digerite a
dovere.
Il set si snoda alternando il nuovo corso, in
alcune parti caratterizzato da un incedere quasi
alla Queens Of The Stone Age (“YYY/NNN”),
con i brani del primo lp (“Conversation
intercom”, “Much against…”
e, ovviamente, “Too many dj’s”)
che ben si fondono nella scaletta e non provocano
l’effetto straniante che si crea quando
un gruppo ripropone lontane hit senza aggiornamenti
di sorta. In alcuni momenti si è all’interno
di un ineccepibile rock-concert, in altri ci si
ritrova in un club londinese con i due chitarristi
- David Dewaele e il nuovo Dave Martijn - e il
bassista Stefaab Van Leuven tutti e tre intenti
con il loro nuovo giochetto: le tastiere. Forza
dell’elettronica easy to play.
Dopo una breve pausa, i Soulwax rientrano sul
palco per eseguire, con l’aiuto della voce
femminile della giapponesina Nancy Whang (gossip:
è anche la fidanzata del cantante) il loro
manifesto di club culture, “NY Excuse”,
perfetto esempio di rivisitazione alla Felix The
Housecat della dance anni ’80. Non trascorrono
due secondi, però, che gli ex-fratellini
dei dEUS, quasi
a voler prendere le distanze da una così
smaccata dichiarazione d’amore per la musica
ballereccia, chiudono l’ora e venti di concerto
con un brano che il sottoscritto non ha riconosciuto
pur potendo benissimo essere una cover dei Led
Zeppelin (in un forum si parla di una cover
dei Kyuss) spinta al massimo eccesso. Come a dire
che i Soulwax flirtano con i ritmi dance, ma il
loro cuore batte ancora per le distorsioni.
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