Contaminazioni, ritagli, campionamenti, citazioni,
clonazioni. Forse questo è l'unico modo
per definire con precisione il genere musicale
di gruppi come gli eels. Se da una parte questo
può risultare spiazzante per le orecchie
benpensanti, dall'altra può essere stimolante
per quanti hanno voglia di stupirsi ed hanno fame
di musica nuova ed interessante. Gli eels ci hanno
abituato bene già in passato con album
pregevoli come "Beautiful Break" e "Daisies
Of The Galaxy", in cui l'elettronica si sposava
magicamente con la ruspante elettricità
del rock. Con questo "Souljacker", E.
e i suoi compagni ci accompagnano lungo un affascinante
viaggio in cui il rock attraversa gli stati di
ibridazione più anomali e curiosi, per
certi versi avvicinandosi di molto al discorso
musicale portato avanti con successo da Beck.
Ad accoglierci ci pensa la prima traccia del
disco, "Dog Faced Boy", acido brano
basato su un riff acido, degno del Robbie Krieger
più lisergico, sopra cui si srotola la
voce di E. rovinosamente e ostentatamente rauca.
Con "That's Not Really Funny" comincia
il festival delle contaminazioni; la solita voce
allucinata di E. viene circondata da un carnevale
di orchestre mambo, apparentemente strappate con
brutalità dalle canzoncine estive di Kelly
Joyce. L'effetto è quanto mai spiazzante.
Gli archi giocano un ruolo importante anche nella
canzone successiva, "Fresh Feeling",
che pare confermare l'amore degli Eels per certi
tipi di arrangiamenti (era possibile incontrare
questo tipo di atmosfera anche in brani come "Selective
Memory", da "Daisies Of The Galaxy").
La delicata orchestra, accompagnata dal ritmo
incalzante della batteria, crea suggestioni fortemente
evocative, tanto da imporre questo brano come
uno dei migliori dell'album. Fortunatamente c'è
anche spazio per respirare aria di rock, normale,
piano, pacificamente fischiettabile. Il compito
di fare pace con la tradizione viene affidato
a brani come "Friendly Ghost", canzoncina
leggera farcita di chitarrine soft e flauti sintetici
sparsi qua e là che, se non fosse per la
laringe grattugiata di E., potrebbe essere scambiata
tranquillamente per una nuova canzone di Belle
& Sebastian, oppure come "Woman Driving,
Man Sleeping", malinconica e piacevole ballata
country.
Ma sotto le ceneri crepuscolari delle chitarre
acustiche cova fremente il palpito del rock and
roll che trova libero sfogo in "Souljacker
Part I". In questo brano, che è anche
il primo singolo tratto dall'album, gli eels abbandonano
momentaneamente i panni dei fini sperimentatori
e tornano a cavalcare con rabbia e con gioia le
maledette pentatoniche della musica del diavolo.
La brutalità, la violenza di quel "ladro
di anime" che uccide e ruba qualcosa che
le vittime non sanno nemmeno di avere, è
tutta contenuta negli scarni testi di E. e nella
velocità di brani come questo, consumati
e bruciati come un filo di benzina.
Una prova più che convincente per gli
eels, che si confermano come gruppo decisamente
all'avanguardia nel panorama dei generi indefinibili
del rock.
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