Sonny
Rollins, classe 1929: senza ombra di dubbio, il
più grande sassofonista oggi ascoltabile
(intendo dal vivo, naturalmente). Logico che il
teatro di Reggio Emilia sia pieno fino all'inverosimile,
con una nutrita schiera di forestieri. Lo dirò
subito: quello di ieri sera è stato il più
bel concerto jazz a cui io abbia mai assistito,
meglio ancora del "divino" Jarrett.
Rollins si presenta sul palco con la sua band in
perfetto orario, camicione colorato fuori dai pantaloni
e occhiali da sole, e subito ci accorgiamo che lo
stile non è cambiato di una virgola: inconfondibile
e totalmente coinvolgente. Eccoci dunque di fronte
al "colosso": suono profondo e potente,
bassi da rabbrividire, insistenze su un'unica nota
(quante difficoltà per chi suona con lui!)
e pause sempre significative. Il repertorio e composto
da standards rivisitati, infuocati ritmi caraibici,
classici dello stesso Rollins (che gioia sentire
"ST. Thomas", brano che apriva il leggendario
"Saxophone Colussus" del 1956), e persino
canzonette come "Non dimenticar..."! Rollins
tiene la scena in modo encomiabile (come cavolo
fa a suonare con tale foga a settant'anni suonati?!),
rubando spesso e volentieri la scena ai suoi bravissimi
compagni (come il trombonista Clifton Anderson,
rassegnato a guardare con ammirazione il "maestro"
che si esibisce di fianco a lui).
Note taglienti sono arrivate anche dal piano di
Stephen Scott, mentre più in ombra, ma pur
sempre rigoroso nel sottolineare la base ritmica,
è apparso il vecchio (ma "elettrico")
bassista Bob Cranshaw.
Il jazz può e deve essere anche grande divertimento:
la serata di ieri, dominata da un vecchio "santone"
che avrebbe potuto eseguire rigorosamente il suo
compitino ma che invece ha speso tutto se stesso
con grande grinta, è li a dimostrarlo.