La scalinata di Valle Giulia, nel bel mezzo di
villa Borghese, è uno dei principali ritrovi
dell'estate musicale romana, e i Sonic
Youth intelligentemente la sfruttano come
tappa del loro tour europeo.
L'afa, fedele compagna di queste notti romane,
lascia il posto stasera a una leggerissima brezza.
L'apertura dei cancelli (se così si possono
chiamare) è fissata per le otto, così
una piccola folla si assiepa seduta per terra
fin dalle sette e un quarto. L'attesa è
moltiplicata all'interno dai due set organizzati
per i gruppi spalla: prima si presentano sul palco
i Mig, cinque ragazzetti che non avrebbero sfigurato
di fronte ai Ragazzi Italiani, ma che qui (logicamente)
fanno una figura orrenda. Presentano un pop banale,
con testi allucinanti (non sono riuscito a carpire
molto, ma una canzone diceva più o meno
"Da grande, mi dicevano, sarà tutto
migliore, potrai forse anche diventare un dottore"!),
e sono vestiti da discotecari della riviera romagnola.
Inqualificabili. Tocca poi a un terzetto completamente
anonimo, fanno solo due pezzi della durata media
di un quarto d'ora, e cercano di ricreare atmosfere
minimali accomunabili alla scena statunitense
dei primi anni '80, ma il tutto suono monocorde
e vetusto. Un esperimento assai poco riuscito.
Il pubblico inizia a spazientirsi, chiama a gran
voce il quintetto che finalmente si decide a salire
sul palco. E qui la musica cambia, eccome se cambia.
Il concerto è diviso perfettamente in due
zone: una riservata al nuovo lavoro, "Murray
Street", l'altro ai grandi classici.
Non c'è un momento di calma, non vengono
prese pause, l'ultima fatica dal vivo rende meravigliosamente,
anche negli episodi meno riusciti (come "Plastic
Sun"), la versione di "Karen Revisited"
cantata da Ranaldo è splendida, le corse
chitarristiche che hanno reso celebre il nome
della band percorrono con una linea febbrile l'intera
durata del concerto.
Thurston Moore (mai visto così esaltato,
urlante, devastante), Kim Gordon (sensuale, splendida,
magnetica come sempre), Lee Ranaldo (sempre più
"il signor chitarra"), Jim O'Rourke
(folletto geniale sempre pronto a dividersi tra
la chitarra e il basso) e Steve Shelley (regolare
e potente) si divertono, saltano, parlano e straparlano,
ringraziano la DNA che li ha fatti tornare in
Italia ancora una volta, si stupiscono di trovarsi
davanti ad un pubblico così maturo e lo
elogiano, e il pubblico risponde alla grande,
cantando insieme a Kim "Star Power".
E così vengono legati i ricordi, le memorie,
il passato, e si possono ascoltare "Shadow
of a Doubt", "100%", "Candle",
"Kissability" e "Eric's Trip".
Il pubblico impazzisce, tributando un'ovazione
a "Kissability", cantata con veemenza
e ironia da Kim Gordon, e ballando sulle note
di "100%". Rimane fuori dalla competizione
la celeberrima "Drunken Butterfly",
richiesta a più riprese (soprattutto dai
più giovani) ma nessuno ne sente la mancanza.
Particolarmente apprezzabile la scelta di mettere
in scaletta più brani di "Daydream
Nation", unico album dei Sonic Youth a cui
non fece seguito un tour in Italia.
Si chiude il sipario sulle note rivitalizzanti
di "Silver Rocket" e con Moore che invita
il pubblico a "Rimanere sempre liberi".
Gran bell'idea, soprattutto di questi tempi.
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Happy, And I`m Singing, And A 1,2,3,4