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SONIC YOUTH
Concerto a Ferrara e Roma (6 e 7 luglio 2007)
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di Piero Merola scrivi un'email

In ciò che leggerete non c’è niente di vero. Già il presupposto ha poco di reale, che cioè i Sonic Youth portino dal vivo “Daydream Nation” senza una particolare ricorrenza come un ventennale o un trentennale - se non l’uscita dell’edizione deluxe – ma diciannove anni dopo quel 1988 che accelerò l’evoluzione del rock anticipando parte degli anni novanta e non solo. Lo stesso “Daydream Nation”, a partire dal titolo, di reale ha sempre avuto molto poco, capace com’è stato di accogliere la nervosa melodia figlia legittima della rabbia iconoclasta garage-punk sotto il tetto della sperimentazione chitarristica più rumorosa e dissonante (che da allora assunse a tutti gli effetti l’etichetta di noise) figlia illegittima della destrutturazione dissacrante della no-wave da cui muovevano i primi passi nella loro lunghissima carriera. Così come sembra poco vero arrivare in Piazza Castello nel pomeriggio e avvicinare la band, assistendo senza limitazioni, segreti, transenne al soundcheck, incentrato sui brani dell’ultima creatura, “Rather Ripped”, su tutte una “Rats” poi non ripresentata sul palco, con Moore al basso, la moglie alla chitarra e una sorpresa che è meglio non anticipare. Scende la sera con il propedeutico sottofondo rumoroso tra feedback, pistole spaziali e dilatazioni dell’ottimo duo torinese – anche se qualcuno si tappa inspiegabilmente le orecchie - My Cat Is An Alien, apprezzati da Thurston al punto da essere scelti da spalla nel ‘98 per poi essere prodotti sotto la sua Ecstatic Peace.

Dietro il suggestivo castello estense. Davanti solo loro e un palco come al solito scarno ed essenziale. Cornice perfetta. “Daydream Nation” – sussurra Thurston. Prepararsi al decollo. La disturbante voce di Kim Gordon sale sullo sbilenco intreccio di chitarre che innesca la miccia di “Teenage Riot”, una di quelle canzoni che sembrano sbattere ostinatamente contro se stesse, l’inno da cantare a squarciagola. Una fuga inarrestabile che si spegne adagiandosi sul diabolico arpeggio di “Silver Rocket”. L’incontenibile sezione ritmica, con il tuonante basso della Gordon e le incessanti frustate di Steve Shelley, non si fermerà mai più. Il fragoroso intermezzo rumoroso prova a calmare le acque, ma il clima è ormai incandescente. La voce di Thurston sputa fuoco come se non fossero passati vent’anni. Il suono è spigoloso quanto levigato, avvolgente anche più che in disco. La prima vera pausa arriva con l’eterea “The Sprawl”, tra stridori ammalianti quanto la voce di Kim e ipnotici intrecci di chitarra che vagano verso il nulla. L’apocalittica “’Cross The Breeze” trasforma lo scenario in un vero baccanale. Dalla propiziatoria chitarra di Moore rallentata al tremendo giro che spinge la voce della bassista più naif della storia recente del rock – irrinunciabile vestitino a dispetto dei cinquant’anni e passa. Urlare I wanna know è solo un riflesso condizionato. I sensi contano poco, la mente ancora meno. Con “Eric’s Trip” e “Hey Jony” si viaggia a velocità sostenuta sulla strada, nel caos notturno della metropoli, anche perché il microfono passa al più concreto, ma non meno decisivo, Ranaldo, colui che riesce a far quadrare i conti nelle fasi in cui il peculiare noise rischierebbe di sconfinare in mero rumore. “Total Trash” è solo rock’n’roll. A modo loro. Il ronzante intermezzo radiofonico-lunare di “Providence” è una pausa per noi e per loro. Perché poi arriva il momento emotivamente più duro da reggere, l’agrodolce panoramica metropolitana di “Candle”. La voce di Thurston espressiva, a tratti singhiozzante, una fiammella di speranza nei desolanti lati oscuri della contraddittoria New York dell’America reaganiana. Struggente quanto attuale. Se con “Rain King” ci si mantiene pur instabili sulla strada con Lee che maltratta come solo lui la chitarra con la bacchetta della batteria, le dissonanze della ballata sui-generis per definizione, “Kissability”, elevano le note della Gioventù Sonica al cielo. E noi con loro. Ma è un lampo di illusione. Un’illusione effimera. L’impietosa “Trilogy” spegne ogni sogno riportandoci traumaticamente sulla terra, e anche più giù. Dalla discesa negli inferi di “The Wonder” alla tregua di “Hyperstation” fino all’ultimo, cinico quanto velleitario, vagito riottoso di “Eliminator Jr.” Moore struscia la chitarra sull’impalcatura laterale del palco, la Gordon fa da Ranaldo infilando la bacchetta tra le corde del basso. Estasi sonica. Meglio far finta di niente.

And now go back to the 20th Century” – proclama Thurston rompendo l’estasi. C’è ancora un bis, infatti, anzi due, di mezzo, per rivalutare definitivamente il discusso “Rather Ripped”. E’ un climax da intuizioni quasi pop, “Reena” e “Incinerate”, fino alle più usuali “Pink Steam” e “Or” (torbido dark industriale con Ranaldo che imbraccia una chitarra acustica senza, per così, dire suonarla in senso convenzionale). “What A Waste” dà un saggio delle doti vocali di Kim Gordon che si abbandona alle consuete piroette e moine da vera farfalla ubriaca. Niente di reale. Si rasenta il nonsense. Alienante, anestetizzante, sconvolgente. Difficile trovare le parole adatte per questo “Daydream Nation” riadattato dal vivo dalla prima all’ultima – si fa per dire – nota. Non è successo niente. Per il sottoscritto, consolazione, la nostalgia per i quattro giovani sonici durerà fino a domani. Terza e ultima data delle date italiane, nello scenario ancora più suggestivo del Teatro Romano di Ostia Antica. Tra le rovine del sito, come nel teatro, si respira un’atmosfera da “Pink Floyd: Live At Pompeii” trentacinque anni dopo. Come esplicito quanto irripetibile contrasto tra antichità e modernità, tra l’impassibile imponenza dell’antichità e la nervosa instabilità della modernità rappresentata in musica dai Sonic Youth.

Nulla di diverso, per il resto, dal concerto di Ferrara. Di diverso ci sono le colonne di sfondo al proscenio, il loro approccio, più contenuto nelle movenze piuttosto che nelle distorsioni e nelle code rumorose, e la possibilità di scelta. Si può gustare il concerto in tutto il suo impatto scenico e acustico seduti sui gradini più alti della cavea, privilegiare quello scenico all’acustico restando in piedi nei gradini più bassi oppure lanciarsi nella mischia dell’orchestra. Anche il pogo, controversa espressione della modernità, ineluttabilmente delimitato e contenuto da una porzione semicircolare antica e immutata. Thurston non ha un’impalcatura per stuprare la sua jazzmaster, ma ha modo di protenderla verso l’infuocata orchestra tra la spia e un fregio decorativo in piena dicotomia allegorica antico/moderno. Musicalmente, si diceva, nulla di diverso, almeno fino al bis. All’aggressività di “What A Waste” si preferisce inevitabilmente la pacatezza di “Do You Believe In Rapture?” che sembra un brano scritto da Neil Young più che dai Sonic Youth. La sorpresa di cui si parlava all’inizio la lascio alla fine di questo racconto surreale. Mi riferisco all’incursione, come nel bis di Ferrara del resto, di un secondo basso Mark Ibold, storico membro dei Pavement, una delle innumerevoli band di un certo livello che tanto devono ai Sonic Youth. Anche noi, se non si fosse capito, dobbiamo tanto ai Sonic Youth.

Ed è l’unica certezza in questi confusi flash che di reale hanno veramente poco. Daydream Nation, Daydream live.

collegamenti su MusiKàl!
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Neil Young - le recensioni
Pavement
- la Kalporzgrafia

 



11 luglio 2007




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