In ciò che leggerete non c’è
niente di vero. Già il presupposto ha poco
di reale, che cioè i Sonic
Youth portino dal vivo “Daydream
Nation” senza una particolare ricorrenza
come un ventennale o un trentennale - se non l’uscita
dell’edizione deluxe – ma diciannove
anni dopo quel 1988 che accelerò l’evoluzione
del rock anticipando parte degli anni novanta
e non solo. Lo stesso “Daydream Nation”,
a partire dal titolo, di reale ha sempre avuto
molto poco, capace com’è stato di
accogliere la nervosa melodia figlia legittima
della rabbia iconoclasta garage-punk sotto il
tetto della sperimentazione chitarristica più
rumorosa e dissonante (che da allora assunse a
tutti gli effetti l’etichetta di noise)
figlia illegittima della destrutturazione
dissacrante della no-wave da cui muovevano i primi
passi nella loro lunghissima carriera. Così
come sembra poco vero arrivare in Piazza Castello
nel pomeriggio e avvicinare la band, assistendo
senza limitazioni, segreti, transenne al soundcheck,
incentrato sui brani dell’ultima creatura,
“Rather
Ripped”, su tutte una “Rats”
poi non ripresentata sul palco, con Moore al basso,
la moglie alla chitarra e una sorpresa che è
meglio non anticipare. Scende la sera con il propedeutico
sottofondo rumoroso tra feedback, pistole spaziali
e dilatazioni dell’ottimo duo torinese –
anche se qualcuno si tappa inspiegabilmente le
orecchie - My Cat Is An Alien, apprezzati da Thurston
al punto da essere scelti da spalla nel ‘98
per poi essere prodotti sotto la sua Ecstatic
Peace.
Dietro il suggestivo castello estense. Davanti
solo loro e un palco come al solito scarno ed
essenziale. Cornice perfetta. “Daydream
Nation” – sussurra Thurston. Prepararsi
al decollo. La disturbante voce di Kim Gordon
sale sullo sbilenco intreccio di chitarre che
innesca la miccia di “Teenage Riot”,
una di quelle canzoni che sembrano sbattere ostinatamente
contro se stesse, l’inno da cantare a squarciagola.
Una fuga inarrestabile che si spegne adagiandosi
sul diabolico arpeggio di “Silver Rocket”.
L’incontenibile sezione ritmica, con il
tuonante basso della Gordon e le incessanti frustate
di Steve Shelley, non si fermerà mai più.
Il fragoroso intermezzo rumoroso prova a calmare
le acque, ma il clima è ormai incandescente.
La voce di Thurston sputa fuoco come se non fossero
passati vent’anni. Il suono è spigoloso
quanto levigato, avvolgente anche più che
in disco. La prima vera pausa arriva con l’eterea
“The Sprawl”, tra stridori ammalianti
quanto la voce di Kim e ipnotici intrecci di chitarra
che vagano verso il nulla. L’apocalittica
“’Cross The Breeze” trasforma
lo scenario in un vero baccanale. Dalla propiziatoria
chitarra di Moore rallentata al tremendo giro
che spinge la voce della bassista più naif
della storia recente del rock – irrinunciabile
vestitino a dispetto dei cinquant’anni e
passa. Urlare I wanna know è solo
un riflesso condizionato. I sensi contano poco,
la mente ancora meno. Con “Eric’s
Trip” e “Hey Jony” si viaggia
a velocità sostenuta sulla strada, nel
caos notturno della metropoli, anche perché
il microfono passa al più concreto, ma
non meno decisivo, Ranaldo, colui che riesce a
far quadrare i conti nelle fasi in cui il peculiare
noise rischierebbe di sconfinare in mero rumore.
“Total Trash” è solo rock’n’roll.
A modo loro. Il ronzante intermezzo radiofonico-lunare
di “Providence” è una pausa
per noi e per loro. Perché poi arriva il
momento emotivamente più duro da reggere,
l’agrodolce panoramica metropolitana di
“Candle”. La voce di Thurston espressiva,
a tratti singhiozzante, una fiammella di speranza
nei desolanti lati oscuri della contraddittoria
New York dell’America reaganiana. Struggente
quanto attuale. Se con “Rain King”
ci si mantiene pur instabili sulla strada con
Lee che maltratta come solo lui la chitarra con
la bacchetta della batteria, le dissonanze della
ballata sui-generis per definizione, “Kissability”,
elevano le note della Gioventù Sonica al
cielo. E noi con loro. Ma è un lampo di
illusione. Un’illusione effimera. L’impietosa
“Trilogy” spegne ogni sogno riportandoci
traumaticamente sulla terra, e anche più
giù. Dalla discesa negli inferi di “The
Wonder” alla tregua di “Hyperstation”
fino all’ultimo, cinico quanto velleitario,
vagito riottoso di “Eliminator Jr.”
Moore struscia la chitarra sull’impalcatura
laterale del palco, la Gordon fa da Ranaldo infilando
la bacchetta tra le corde del basso. Estasi sonica.
Meglio far finta di niente.
“And now go back to the 20th Century”
– proclama Thurston rompendo l’estasi.
C’è ancora un bis, infatti, anzi
due, di mezzo, per rivalutare definitivamente
il discusso “Rather Ripped”. E’
un climax da intuizioni quasi pop, “Reena”
e “Incinerate”, fino alle più
usuali “Pink Steam” e “Or”
(torbido dark industriale con Ranaldo che imbraccia
una chitarra acustica senza, per così,
dire suonarla in senso convenzionale). “What
A Waste” dà un saggio delle doti
vocali di Kim Gordon che si abbandona alle consuete
piroette e moine da vera farfalla ubriaca. Niente
di reale. Si rasenta il nonsense. Alienante, anestetizzante,
sconvolgente. Difficile trovare le parole adatte
per questo “Daydream Nation” riadattato
dal vivo dalla prima all’ultima –
si fa per dire – nota. Non è successo
niente. Per il sottoscritto, consolazione, la
nostalgia per i quattro giovani sonici durerà
fino a domani. Terza e ultima data delle date
italiane, nello scenario ancora più suggestivo
del Teatro Romano di Ostia Antica. Tra le rovine
del sito, come nel teatro, si respira un’atmosfera
da “Pink Floyd: Live At Pompeii” trentacinque
anni dopo. Come esplicito quanto irripetibile
contrasto tra antichità e modernità,
tra l’impassibile imponenza dell’antichità
e la nervosa instabilità della modernità
rappresentata in musica dai Sonic Youth.
Nulla di diverso, per il resto, dal concerto
di Ferrara. Di diverso ci sono le colonne di sfondo
al proscenio, il loro approccio, più contenuto
nelle movenze piuttosto che nelle distorsioni
e nelle code rumorose, e la possibilità
di scelta. Si può gustare il concerto in
tutto il suo impatto scenico e acustico seduti
sui gradini più alti della cavea, privilegiare
quello scenico all’acustico restando in
piedi nei gradini più bassi oppure lanciarsi
nella mischia dell’orchestra. Anche il pogo,
controversa espressione della modernità,
ineluttabilmente delimitato e contenuto da una
porzione semicircolare antica e immutata. Thurston
non ha un’impalcatura per stuprare la sua
jazzmaster, ma ha modo di protenderla verso l’infuocata
orchestra tra la spia e un fregio decorativo in
piena dicotomia allegorica antico/moderno. Musicalmente,
si diceva, nulla di diverso, almeno fino al bis.
All’aggressività di “What A
Waste” si preferisce inevitabilmente la
pacatezza di “Do You Believe In Rapture?”
che sembra un brano scritto da Neil
Young più che dai Sonic Youth. La sorpresa
di cui si parlava all’inizio la lascio alla
fine di questo racconto surreale. Mi riferisco
all’incursione, come nel bis di Ferrara
del resto, di un secondo basso Mark Ibold, storico
membro dei Pavement,
una delle innumerevoli band di un certo livello
che tanto devono ai Sonic Youth. Anche noi, se
non si fosse capito, dobbiamo tanto ai Sonic Youth.
Ed è l’unica certezza in questi
confusi flash che di reale hanno veramente poco.
Daydream Nation, Daydream live.
collegamenti su MusiKàl!
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Neil Young - le
recensioni
Pavement - la Kalporzgrafia