Un arpeggio evanescente come un miraggio, un
brivido, una voce che appare. Gli undici minuti
di "Hymne à l'amour", splendidi
e commoventi, valgono da soli l'acquisto dell'ennesima
operazione di sciacallaggio compiuta ai danni
di un grandissimo Artista quale era Jeff
Buckley.
È il 1991, alla St. Ann Chapel di New
York si organizza un concerto tributo alla geniale
follia di Tim Buckley. Herb Cohen, che di Tim
fu manager, è uno dei pochi a sapere che
in California un giovane chitarrista con un cognome
ingombrante sta movendo i primi passi nel mondo
della musica: questo ragazzo si chiama Jeff Buckley,
e accetta di partecipare al tributo a quel padre
che ebbe così poco tempo di conoscere.
Qualcuno suggerisce di affiancare al ragazzo-dal-cognome-importante
uno dei fondatori della Magic Band di Captain
Beefheart, Gary Lucas; il concerto alla St. Ann
è un trionfo per Jeff, e segna la nascita
del progetto Gods & Monsters, con il giovane
Buckley alla voce e Lucas alla chitarra.
2002. La parabola artistica di Jeff è
stata tanto meravigliosa quanto tragicamente breve:
la brusca rottura con Lucas, il periodo del Sin'è,
quel capolavoro indimenticabile che è "Grace",
la scomparsa. Da cassetti che dovevano rimanere
chiusi spuntano le canzoni del progetto Gods &
Monsters, pubblicate a distanza di dieci anni
e sottoposte alla mano decisamente poco invasiva
di Hal Willner in fase di produzione.
Se poco sopra si è già detto dell'incanto
di "Hymne à l'amour", bisogna
aggiungere che il resto dell'album non è
ai livelli di quella canzone, né a maggior
ragione è paragonabile a "Grace":
"Songs to no one" si mantiene in equilibrio
precario su un suono che va dal folk sui generis
della title-track agli echi del Dirigibile di
"Cruel" e "Harem man", dal
punk di "Malign fiesta" al ritmo in
levare di "How long will it take" (che
ricorda "Redondo beach" di Patti Smith).
Nel disco sono presenti anche due gemme che andranno
a finire nel debutto di Jeff, vale a dire "Mojo
pin" e "Grace" (entrambe inevitabilmente
grezze e lontane dalla perfezione assoluta delle
versioni "ufficiali"), oltre alla commovente
"Satisfied mind" già presente
su "(sketches for) My sweetheart the drunk",
alla quale Hal Willner ha aggiunto una parte di
chitarra.
"Songs to no one" ha un solo difetto:
non è "Grace". Quello è
l'unico album che Jeff avrebbe voluto lasciarci.
Davvero difficile giudicare positivamente un disco
come questo, e non per la qualità della
musica proposta, ma per il carattere disgustosamente
commerciale dell'operazione: questo è il
quinto album postumo di Jeff Buckley, è
appena uscito un cofanetto di singoli e rarità,
e l'anno prossimo è in programma la pubblicazione
di "Café days", l'ennesimo live
contenente tutte le registrazioni dei concerti
al Sin'è.
La storia dei vari Jimi
Hendrix e Kurt Cobain si ripete, sempre uguale:
Arte sfruttata per ricavarne soldi. Il modo peggiore
per infangare il nome di artisti straordinari.
Triste, molto triste.
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Jeff Buckley - le
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