Che ai Doves piacessero i chiaroscuri lo si era
intuito fin da quel piccolo capolavoro che è
il loro album d’esordio “Lost Souls”,
ma con “The
Last Broadcast” avevano aumentato le
tonalità, aggiunto qualche colore –
non tanti, a dir la verità – alle
trame malinconiche del primo lavoro, e avevano
iniziato a sperimentare pur nell’ambito
della loro essenzialità melodica.
Con “Some Cities” tornano all’ovile
del bianco e nero. Fin dalla copertina: i Doves
devono essere l’unico gruppo ad avere il
booklet completamente in bianco e nero di tre
album su quattro (se consideriamo anche la raccolta
di b-side “Lost Sides”, l’unico
con tenui bagliori di giallo è proprio
il diverso anche dal punto di vista musicale “The
Last Broadcast”, tutti gli altri sono completamente
scevri di colori). E anche dal titolo del singolo,
“Black And White Town”, dedicata alla
loro Manchester che hanno visto cambiare e incattivirsi
come mostrano le immagini di deriva urbana semiadolescenziale
del video. Un pezzo con un bel piano definito
e riconoscibile (ma con il più brutto assolo
di chitarra apparso in una canzone da un paio
d’anni a questa parte), che fa capire il
ritorno al passato dei Doves grazie a quei suoni
spettrali di sottofondo con riverbero large hall
già usati in canzoni come “Firesuite”
o “Here It Comes”.
Il ritornello di “Almost Forgot Myself”
è invece un puro cioccolatino di dolcezza
musicale sognante e suadente, mentre le atmosfere
anni ‘30/’40 di “The Storm”
(contenente campioni tratti da “Snake Eyes
Score” di Ryuichi Sakamoto) e “Shadows
Of Salford” si legano indissolubilmente
al lavoro iniziato dai Doves con “M62 Song”,
e che più propriamente continua l’opera
di riscoperta di tali sonorità che anche
i Radiohead
hanno intrapreso con “You And Whose Army?”.
C’è, a dire il vero, anche qualche
fessura di luce nel crepuscolo di “Some
Cities”: il brit-rock del pezzo che dà
il titolo all’album e le piccole reminescenze
U2 di “Walk
In Fire” (la vicinanza dei Doves con Bono
e soci, minima su cd, emerge in maniera prepotente
dal vivo a causa del guitar-style di Jez Williams,
simile a tratti a quello di The Edge soprattutto
per i suoni e per il massiccio uso del delay).
Ma è quando i Doves tornano compiutamente
sul luogo del delitto del loro debut-lp che riescono
davvero ad uccidere gli altri riferimenti e ad
essere semplicemente loro: “One Of These
Day” è puro Doves-style, e non dite
per piacere che c’è un po’
di Coldplay
in quel pezzo perché forse bisognerebbe
dire il contrario.
Insomma, dopo aver cercato di cambiare qualcosa
nelle loro timbriche, i Doves hanno forse capito
che si erano ritagliati un posto privilegiato
nella musica inglese per via di quello che avevano
subito dimostrato all’inizio della carriera.
“Some Cities” non avrà forse
la qualità delle canzoni di “Lost
Souls”, ma è comunque un album piacevole
e riuscito. Non rivoluzionario, ma del resto abbiamo
da tempo riposto nel cassetto più in alto
gli entusiasmi che suscitano i capolavori musicali:
si tirano fuori solo per le grandi occasioni.
“Some Cities” non sarà la festa
di laurea, ma è una gran bella serata a
guardare le stelle (e con chi ognuno ci metta
chi vuole!).
collegamenti su MusiKàl!
Doves - The
Last Broadcast
Radiohead - la Kalporzgrafia
Coldplay - la Kalporzgrafia
U2 - la Kalporzgrafia