A Davide Toffolo, mente dei Tre allegri ragazzi
morti, va riconosciuto il merito di aver costruito
intorno alla propria musica la scenografia di
un mondo assolutamente originale e riconoscibile,
cercando una contaminazione con il fumetto ben
prima che arrivassero i Gorillaz – e la
scelta grafica tra l’altro è molto
simile alle intuizioni pseudo-anime del supergruppo
capitanato da Damon Albarn -.
Tra scheletri che sembrano uscire da “Grim
Fandango”, bare che possono essere scambiate
per tavole da surf, e proprio un gorilla bianco
sembra esserci tutto per costruire qualcosa di
divertente e di memorabile. E allora cos’è
che manca a questo lavoro? La musica. Dispiace
essere così diretti, ma veramente non si
può fare a meno di notare come l’impianto
musicale sia stato totalmente dimenticato a casa.
Se l’idea di base sembra essere dominata
da uno sguardo sorridente al pop dei benemeriti
anni ’60 a conti fatti questo omaggio appare
come qualcosa di assolutamente forzato, addirittura
stancante nella sua semplicità. Perché,
come bisognerebbe insegnare, la semplicità
è la più delicata e sottile delle
arti, e dunque la più facile da deturpare.
E tutto ciò che resta alla fine dell’ascolto
di “Il sogno del gorilla bianco” è
una sensazione di pura inutilità.
Prendete come esempio “Country Boy”:
coretti in stile doo-woop, 4/4 perfetto, chitarra
leggermente distorta, batteria standard, testo
che recita “va tutto bene e se respiri forte
c’è ancora un po’ d’aria
sotto quest’odore di motore” e nel
ritornello “But I Am a Country Boy/e una
casa non ce l’ho”. Si gioca a fare
le Chordettes, ma quello che esce fuori non ha
nulla di diverso dalla povertà intellettuale
e artistica propinataci negli ultimi anni dai
Lunapop. E la cosa più sconcertante e frustrante
è che per tutti i tredici brani non c’è
neanche un frammento che faccia ben sperare per
il futuro. Gli intermezzi per sola voce e chitarra
di Toffolo sono addirittura imbarazzanti, incapaci
di spezzare un ritmo che semplicemente non esiste,
sbiaditi epigoni di modelli che appare quasi criminoso
citare.
Raramente capita di trovarsi di fronte a qualcosa
di così piatto, banale, prevedibile, sciatto.
Tutto già scritto, già suonato.
Se l’intenzione era quella di distruggere
la musica commerciale scrivendo pura musica commerciale,
i ragazzi farebbero bene a studiarsi i saggi sul
post-moderno e a (ri)ascoltare i lavori di Frank
Zappa. Se invece si vuol solo fare del surrealismo,
si ha l’impressione che a nostra insaputa
sia stato pubblicato un sedicente bignami sull’argomento,
visto il semplicismo con il quale la band tratta
questa branca dell’arte. Insomma una sola
appare la certezza alla fine dell’ascolto,
quella di trovarsi di fronte ad un nulla lungo
quaranta minuti.
Quasi tre quarti d’ora di vita sprecati.
In questi tre allegri ragazzi morti l’unica
cosa a morire è la musica: per il bene
nostro e vostro, ragazzi, cambiate mestiere!
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Frank Zappa - Hot
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