L’ultima volta che i “nomadi da divano”
(è una loro definizione) erano stati avvistati
era nel 2002, il viaggio si chiamava “Encounters”
e i viennesi avevano lasciato che le loro ambientazioni
elettroniche urbane, da “neo-salotto stereofonico”
come si diceva, si contaminassero con l’hip-hop.
Un mix, insomma, di trip e hip (hop). Li ritroviamo
ora, è trascorso un rilevante lasso di
tempo e sì, in effetti i Sofa Surfers sono
cambiati un totale. La veste musicale si è
fatta più rock, con un suono presente ed
essenziale, con l’elettronica ridotta all’osso.
Ma soprattutto la svolta più marcata l’ha
data la voce: i Sofa Surfers hanno fatto cantare
tutto l’album a tale Mani Obeya, cantante,
ballerino e coreografo americano in trasferta
a Vienna, e il tutto ha assunto una connotazione
più soul, più black. I Living Colour
un po’ meno arrabbiati, insomma. E neanche
poi così arrendevoli, perché “One
Direction” si scambierebbe davvero per una
song dei neri newyorkesi.
Non si può giudicare se la scelta sia
giusta o sbagliata, semplicemente metterà
in crisi i negozianti di dischi che dovranno mettere
i primi tre album nello scaffale “Elettronica”
e questo quarto cd omonimo nel “Rock”.
A loro non interesserà nulla che le atmosfere
siano rimaste claustrofobiche, istintive, ipnotiche:
non si è mai visto il ripiano “Musica
Claustrofobica” o robe del genere. Interesserà
però forse saperlo a chi già seguiva
i surfers del sofà: ecco, la cornice all’interno
della quale si muovevano i nostri, quella della
psichedelia scura da camera, è rimasta.
Merito della sezione ritmica, basso e batteria
che ipnotizzano con tempi e giri anche molto tecnici,
come ad esempio in “Believer”, ma
che riescono ad essere sostanziali e molto presenti
come se suonassero lì di fronte all’ascoltatore.
Le chitarre invece lavorano molto sugli arpeggi
come facevano per certi versi gli Skunk Anansie,
mentre in alcuni casi soppiantano ciò che
precedentemente era prerogativa del campionatore
(“Good Day To Die”, che sembra quasi
un pezzo alla Two Lone Swordsmen).
Sarà un parallelo un po’ campato
in aria, ma la musica dei Sofa Surfers è
permeata di quella essenzialità drammatica
che rappresentava su tela un loro concittadino,
Schiele. Se infatti i S.S. fossero dei pittori
modernisti viennesi invece che dei musicisti (modernisti
viennesi) dipingerebbero in maniera più
simile alla disperazione spigolosa di Schiele
che alla serenità decorativa dell’altro
illustre austriaco Klimt. Musica scarnificata,
smunta, pallida. In una parola: sofferta.
Pur in presenza di una negativa ansia di cambiamento
e di stravolgimento, che fa perdere qua e là
ai Sofa Surfers un po’ di lucidità
e smalto, si avverte in questo cd omonimo lo sforzo
artistico sentito, non estemporaneo bensì
costruito a piccoli tasselli con un bell’obiettivo
d’insieme. Può essere una nuova strada
per il Vienna touch: perdere le foglie
superflue dei suoni campionati ed esibire il fusto
ligneo, scarno e duro delle chitarre. Non un albero
in aperta campagna, ma uno di quelli che mette
le radici sorprendentemente in un sobborgo urbano.
Dispiace solo per il bottegaio di dischi: finché
non farà lo scaffale “Musica Urbana”
dovrà sopportare gli avventori che rovistano
nel ripiano “Musica Elettronica” e
chiedono: “Dov’è l’ultimo
cd dei Sofa Surfers?”.
collegamenti su MusiKàl!
Two Lone Swordsmen - From
The Double Gone Chapel