Il mondo dell’indie rock è piccolo,
ma ha le sue storie tragicomiche che passano di
bocca in bocca tra appassionati. Immaginate di
essere in una band, e che il vostro batterista
si alzi e lasci il gruppo. Può accadere.
Ma è meno gradevole se il vostro batterista
vi lascia DURANTE un concerto. È quello
che è accaduto ai Bellini, una band che
è rimasta miracolosamente in piedi dopo
l’abbandono di Damon Che (già nei
Don Caballero), e che è tornata ora con
“Small stones”, mezz’ora di
spigoli densi, con una delle voci più trascinanti
che mi sia mai capitato di ascoltare.
L’abbandono di Che ha tolto molta dell’imprevedibilità
ritmica del debutto di tre anni fa, “Snowing
sun”, e ora l’asse del gruppo sembra
spostarsi più verso Catania che non verso
Austin: detto in altre parole, i Bellini assomigliano
molto di più agli Uzeda rispetto a prima,
e la chitarra di Agostino Tilotta è la
protagonista assoluta del disco, assieme alla
voce di Giovanna Cacciola, sempre più duttile
e capace di veicolare un senso reale di disperazione
(si ascolti l’iniziale “Room number
five”), sempre sul punto di lacerarsi (“The
exact distance to the stars”) o di assomigliare
a quella di una bimba spaventata (“Raymond”).
Comunque sia, “Small stones” è
un disco meraviglioso, soprattutto nella prima
parte: “Room number five” attacca
con rintocchi silenziosi di batteria, per poi
comprimere e rilasciare le proprie esplosioni
di suono; “Fuck the mobile phone”
vive di imprevisti cambi di tempo, mentre la già
citata “The exact distance to the stars”
è semplicemente strepitosa nel suo crescendo:
sembra sempre sul punto di deragliare, e invece
aumenta, aumenta fino al parossismo, e ti mette
i brividi; “The buffalo song” è
puro math-rock come non lo suona più nessuno:
la batteria si ravviva mentre la chitarra gira
ossessiva su due corde per poi aprirsi a stacchi
dissonanti incredibili, e la voce è un
grido minaccioso in pieno volto.
Come se non potesse sostenere a lungo questa
frenesia violenta, il disco rallenta nella melodia
perversa di “Not any man”: una donna
canta l’amore per un uomo che non ascolta,
e l’orizzonte è fatto solo di un
cielo grigio e basso, che lascia sfiniti. Eppure
c’è ancora forza nella voce, e nel
passo marziale di “Chaser”: gli strumenti
sembrano sul punto di incespicare l’uno
nell’altro, e invece riprendono subito dopo
con ancora più foga; ed è ancora
angoscia, la paura del mondo esterno che cresce
nella voce, la batteria come un cuore impazzito
e le chitarre che deragliano (“Smiling fear”),
fino a trovare un equilibrio instabile ed esplodere
nel noise di “Agatha”.
“Small stones” è un disco
per chi non è angosciato dal buio. O per
chi sa che proprio nel buio, in qualche modo,
può trovare una forza e una seduzione inattesa.