Non c’è report dal nuovo Estragon
che si rispetti senza un’introduzione che
si serva del controverso luna park del Parco Nord,
appariscente quanto malinconico per come svetta
nel grigiore della Bologna oltre la tangenziale.
Un contrasto facile, si potrebbe giustamente obiettare,
quello del luna-park con le atmosfere che solitamente
si respirano all’interno del club bolognese.
Una metafora fin troppo comoda tra due tipi di
svago, come negarlo, ma se si parla di una band
come gli Slint il discorso è diverso.
Non basta la giustificazione di chi li considera
delle meteore per il semplice fatto di aver lasciato
ai posteri solo due LP. Per lo stesso motivo bisognerebbe
ignorare fenomeni come i Sex Pistols, tutt’altro
che trascurati rispetto a questo quartetto di
Louisville ugualmente, se non più importante
per gli sviluppi musicali degli ultimi tempi.
Il loro post-rock prima della morte del rock –
ammesso che sia morto per davvero – ha aperto
la strada a non poche band a loro volta influenti
nella storia degli anni 90, dai Tortoise ai June
Of ’44 passando per Mogwai e derivati fino
ad arrivare agli Explosions In The Sky. E il paradosso
delle numerose richieste di rimborso per la defezione
improvvisa di questi ultimi non è che una
conferma di quanto detto. Il difficile compito
di ammorbidire il brusco impatto tra il fastidioso
riecheggiare del luna-park e l’esibizione
spetta dunque ad Alexander Tucker. Una sorta di
Layne Staley più freak che intrattiene
i fedelissimi giunti alla buon ora con sonorità
psych-folk o se preferite folkedeliche, munito
di sola chitarra e effetti. Riverberi, feedback,
voce dilatata senza pietà. Pretenzioso
quanto promettente. Non è l’unica
data italiana, a Bologna hanno suonato due anni
fa, ma l’attesa per questo “performing
Spiderland” show è fuori discussione.
Una delle sei date europee della rassegna Don’t
Look Back promossa dall’All Tomorrow’s
Parties che ha coinvolto altri gruppi storici
nella presentazione dal vivo di pietre miliari
del calibro di “Daydream
Nation” (Sonic
Youth), “Houdini” (Melvins), "Blue
Cathedral" (Comets On Fire).
Una serata senza sorprese, dunque, che lascia
come unico dubbio l’ordine che verrà
seguito. A dirla tutta, la perentoria “Breadcrumb
Trail” lascerebbe già degli indizi.
L’inquietante voce di un McMahan, defilato
quanto posseduto - nonostante il look tra pusher
chicano e adepto del fitness - è sotterrata
da quel tessuto ritmico avvolgente che implode
nell’agghiacciante apoteosi del ritornello.
Sospinto da uno dei passaggi di chitarra più
significativi degli anni 90.
Con un finale praticamente perfetto si inizia
a prendere gusto. Non offrirci il seguito più
adeguato a tale inizio sarebbe un delitto, sarebbe
come smorzare questo gusto sul nascere. Un enigmatico
“Don’t fear the reaper” per
un istante fa pensare a un’imprevedibile
cover del classico dei Blue Oyster Cult, ma neanche
il tempo di pensarci su che arriva ciò
che ci si aspettava. Quell’incalzante giro
di basso, mefitico quanto l’allucinata chitarra
che segue. “Nosferatu Man”, il brano
che meglio rappresenta la loro anima più
tetra e aggressivo. Impassibili. Freddi. Distaccati.
E’ un esibizione che non lascia spazio a
fuori programma. Anche perché il momento
di sosta per l’imprendibile Britt Walford
alla batteria, “Don Aman”, con l’introverso
Pajo e il nuovo chitarrista di supporto seduti
e chinati sul loro strumento, fa prefigurare uno
Spiderland tutto d’un fiato. Unica pecca
il fatto che arrivi troppo presto la penetrante
intensità di “Washer”, quel
misto di sentimentalismo e disperazione, il cui
potere rievocativo non potrebbe essere sminuito
perfino dal più insensibile dei cuori.
Le chitarre, un po’ come nella vibrante
“Don Aman”, tagliano l’aria
come rasoi per un interminabile brivido lungo
la schiena che vale l’intero concerto. A
ciò si aggiunge il parlato rassegnato da
abietto di McMahan. Scioccante. Sensazioni dure
da smaltire che fanno passare in secondo piano
la malcapitata “For Dinner” che scivola
via senza sussulti. La tensione però sale
nuovamente con la folgorante chiusura di “Good
Morning Captain”. Fine di “Spiderland”,
fine del concerto? Macché. Sbrigato il
compitino, e che compitino, i cinque offrono un
uno-due da ko ripescando le due mini-suite strumentali
dell’omonimo EP del 1989. “Glenn”
e “Rhoda” precedenti all’album
in questione, ma non per questo meno innovative,
proiettate più che mai verso gli anni 90.
Due esecuzioni impetuose e implacabili da restare
secchi che dimostrano quanto i recenti post-rockers
debbano agli Slint. Un finale senza respiro che
richiama alla mente certe intuizioni dei Mogwai,
non a caso. E che fa da preludio a un inaspettato
inedito, una poderosa “Kings Approach”
che merita attenzioni soprattutto in vista di
un incredibile ritorno in studio.
Finisce tutto in lampo. Loro, silenziosi e taciturni
da veri underground, come la loro storia del resto,
lasciano il palco senza un bis, senza aggiungere
nulla a quanto espresso da un’ora e un quarto
di musica.
Fuori ci aspetta nuovamente il luna-park.
collegamenti su MusiKàl!
News > Low,
Explosions In The Sky, Hot Chip, Built to spill
al Rocker Festival
Slint - Spiderland
Slint + Radian - Concerto
al TPO (Bologna)
Mogwai - Concerto
al Nuovo Estragon (Bologna)
Mogwai - Mr.
Beast
Mogwai - Government
Commissions (BBC Sessions: 1996-2003)
Explosions In The Sky - All
Of A Sudden, I Miss Everyone
Comets On Fire - Avatar
Comets On Fire - Blue
Cathedral
Sonic Youth - la Kalporzgrafia