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SLINT
Concerto all'Estragon (Bologna) (28 maggio 2007)
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di Piero Merola scrivi un'email

Non c’è report dal nuovo Estragon che si rispetti senza un’introduzione che si serva del controverso luna park del Parco Nord, appariscente quanto malinconico per come svetta nel grigiore della Bologna oltre la tangenziale. Un contrasto facile, si potrebbe giustamente obiettare, quello del luna-park con le atmosfere che solitamente si respirano all’interno del club bolognese. Una metafora fin troppo comoda tra due tipi di svago, come negarlo, ma se si parla di una band come gli Slint il discorso è diverso.

Non basta la giustificazione di chi li considera delle meteore per il semplice fatto di aver lasciato ai posteri solo due LP. Per lo stesso motivo bisognerebbe ignorare fenomeni come i Sex Pistols, tutt’altro che trascurati rispetto a questo quartetto di Louisville ugualmente, se non più importante per gli sviluppi musicali degli ultimi tempi. Il loro post-rock prima della morte del rock – ammesso che sia morto per davvero – ha aperto la strada a non poche band a loro volta influenti nella storia degli anni 90, dai Tortoise ai June Of ’44 passando per Mogwai e derivati fino ad arrivare agli Explosions In The Sky. E il paradosso delle numerose richieste di rimborso per la defezione improvvisa di questi ultimi non è che una conferma di quanto detto. Il difficile compito di ammorbidire il brusco impatto tra il fastidioso riecheggiare del luna-park e l’esibizione spetta dunque ad Alexander Tucker. Una sorta di Layne Staley più freak che intrattiene i fedelissimi giunti alla buon ora con sonorità psych-folk o se preferite folkedeliche, munito di sola chitarra e effetti. Riverberi, feedback, voce dilatata senza pietà. Pretenzioso quanto promettente. Non è l’unica data italiana, a Bologna hanno suonato due anni fa, ma l’attesa per questo “performing Spiderland” show è fuori discussione. Una delle sei date europee della rassegna Don’t Look Back promossa dall’All Tomorrow’s Parties che ha coinvolto altri gruppi storici nella presentazione dal vivo di pietre miliari del calibro di “Daydream Nation” (Sonic Youth), “Houdini” (Melvins), "Blue Cathedral" (Comets On Fire).

Una serata senza sorprese, dunque, che lascia come unico dubbio l’ordine che verrà seguito. A dirla tutta, la perentoria “Breadcrumb Trail” lascerebbe già degli indizi. L’inquietante voce di un McMahan, defilato quanto posseduto - nonostante il look tra pusher chicano e adepto del fitness - è sotterrata da quel tessuto ritmico avvolgente che implode nell’agghiacciante apoteosi del ritornello. Sospinto da uno dei passaggi di chitarra più significativi degli anni 90.

Con un finale praticamente perfetto si inizia a prendere gusto. Non offrirci il seguito più adeguato a tale inizio sarebbe un delitto, sarebbe come smorzare questo gusto sul nascere. Un enigmatico “Don’t fear the reaper” per un istante fa pensare a un’imprevedibile cover del classico dei Blue Oyster Cult, ma neanche il tempo di pensarci su che arriva ciò che ci si aspettava. Quell’incalzante giro di basso, mefitico quanto l’allucinata chitarra che segue. “Nosferatu Man”, il brano che meglio rappresenta la loro anima più tetra e aggressivo. Impassibili. Freddi. Distaccati. E’ un esibizione che non lascia spazio a fuori programma. Anche perché il momento di sosta per l’imprendibile Britt Walford alla batteria, “Don Aman”, con l’introverso Pajo e il nuovo chitarrista di supporto seduti e chinati sul loro strumento, fa prefigurare uno Spiderland tutto d’un fiato. Unica pecca il fatto che arrivi troppo presto la penetrante intensità di “Washer”, quel misto di sentimentalismo e disperazione, il cui potere rievocativo non potrebbe essere sminuito perfino dal più insensibile dei cuori. Le chitarre, un po’ come nella vibrante “Don Aman”, tagliano l’aria come rasoi per un interminabile brivido lungo la schiena che vale l’intero concerto. A ciò si aggiunge il parlato rassegnato da abietto di McMahan. Scioccante. Sensazioni dure da smaltire che fanno passare in secondo piano la malcapitata “For Dinner” che scivola via senza sussulti. La tensione però sale nuovamente con la folgorante chiusura di “Good Morning Captain”. Fine di “Spiderland”, fine del concerto? Macché. Sbrigato il compitino, e che compitino, i cinque offrono un uno-due da ko ripescando le due mini-suite strumentali dell’omonimo EP del 1989. “Glenn” e “Rhoda” precedenti all’album in questione, ma non per questo meno innovative, proiettate più che mai verso gli anni 90. Due esecuzioni impetuose e implacabili da restare secchi che dimostrano quanto i recenti post-rockers debbano agli Slint. Un finale senza respiro che richiama alla mente certe intuizioni dei Mogwai, non a caso. E che fa da preludio a un inaspettato inedito, una poderosa “Kings Approach” che merita attenzioni soprattutto in vista di un incredibile ritorno in studio.

Finisce tutto in lampo. Loro, silenziosi e taciturni da veri underground, come la loro storia del resto, lasciano il palco senza un bis, senza aggiungere nulla a quanto espresso da un’ora e un quarto di musica.
Fuori ci aspetta nuovamente il luna-park.

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7 giugno 2007




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