Sono passati quasi quindici anni dalla fine dell’avventura
musicale degli Slint. Il tempo ha permesso di
maturare la convinzione che il loro passaggio-lampo
nella musica contemporanea (appena un lustro)
sia da considerare uno degli snodi principali
dell’idea di rock che ha preso corpo nel
decennio scorso e al contempo ha dato la possibilità
al quartetto di assurgere al ruolo di vere e proprie
icone musicali. Non c’è dunque da
stupirsi se il TPO, ex capannone industriale re-inventato
locale, è stato preso d’assalto nel
vero e proprio senso della parola; sono arrivati
dall’intera penisola – isole comprese
– per assistere alla reunion della band
di Louisville, Kentucky.
Non che non fosse stato possibile incrociare
i membri della band nel corso di questi anni:
David Pajo ha fatto spesso e volentieri la parte
del prezzemolo suonando con i Tortoise, i Forn
Carnation, portando in giro i suoi progetti solisti
Aerial M e Papa M, collaborando con i Matmos e
addirittura prendendo parte alla mediocre avventura
degli Zwan di Billy Corgan. Britt Walford si è
dato da fare con le Breeders di Kim Deal e con
gli Evergreen, Ethan Buckler (bassista di “Tweez”)
ha fondato i King Kong, Todd Brashear (suo il
basso dello storico “Spiderland”)
ha partecipato agli stage di Bonnie ‘Prince’
Billy mentre Brian McMahan ha dato i natali ai
Forn Carnation. Eppure si ha l’impressione
di partecipare a un’esperienza unica, stipati
nei pressi del palco, in attesa di assistere al
concerto.
In apertura ecco arrivare i Radian, gruppo viennese
prodotto dalla Thrill Jockey; il loro suono, sviluppato
quasi completamente sull’uso del loop e
della reiterazione, mostra un’architettura
molto interessante, grazie soprattutto al synth
che produce riverberi a dir poco insostenibili
capaci di far cadere dal soffitto grumi di polvere
decennali. Brani in cui il rumore assume spesso
e volentieri un valore catartico, tra severi colpi
di basso e stralunate digressioni della batteria,
affidata alle cure delle spazzole, talmente leggere
da risultare sovrastate dall’oceano di borborigmi
che la circondano. La struttura sonora riprende
da un lato le cavalcate devastate dei Can e del
kraut-rock in generale, mischiandole selvaggiamente
con l’anima elettronica degli Autechre;
Stefan Németh, John Norman e Martin Brandlmayr
dimostrano di avere le idee chiare ma peccano,
probabilmente, di eccessiva autoindulgenza. Se
la struttura musicale appare infatti ben delineata
e perfettamente studiata non si può non
rimarcare la mancanza di uno scarto deciso e decisivo
in grado di rendere unica la composizione. Il
pubblico mostra comunque di apprezzare il compito
svolto e i tre possono abbandonare il palco decisamente
soddisfatti. Da rivedere al più presto,
per chiarire meglio le idee.
E’ arrivato nel frattempo il momento degli
Slint: McMahan, Pajo e Walford salgono sul palco
accompagnati da un bassista e da un chitarrista
che fa le veci di McMahan quando questo è
costretto a cantare – o, per meglio dire,
a narrare -. Per evitare fraintendimenti e fugare
da subito ogni dubbio sono stati eseguiti tutti
i brani composti nella breve vita della band;
eseguiti con fare glaciale, distante, cocciutamente
anti-emotivo, perfetto. Cos’altro aspettarsi,
dopotutto, da un gruppo che ha cercato, in parte
riuscendoci, di rendere possibile una nuova via
per il rock? La statuaria posa tipica di molte
band del giro underground e indipendente si cristallizza
nella postura degli Slint, alla continua ricerca
della chiusura del cerchio, musicale ma anche
e soprattutto fisica – McMahan che canta
rivolto verso Walford e Pajo, ad esempio, disinteressandosi
ampiamente del pubblico, il desiderio di poter
suonare nel silenzio più assoluto, lontano
dalla foga e dal clamore solitamente intesi come
simbolo dell’idolatria rock – e rende
l’intera atmosfera algida, distaccata dalla
realtà. Non c’è animosità
nelle trame sonore, corpose, cristalline e a tratti
scorbutiche e distorte che gli strumenti propagano
nella sala, ma solo la concretezza della composizione
tout court; che si assista alle bizzarrie
stranianti di “Nosferatu Man”, al
fluire ossessivo di “Rhoda” (insieme
a “Good Morning Captain” l’esecuzione
migliore dell’intero lotto) o alle implosioni
ed esplosioni di “Breadcrumb Trail”
l’atteggiamento della band non muta assolutamente.
L’accezione classica di evento dal vivo
viene completamente scorticata e gettata alle
ortiche: il terzetto – difficile intendere
il bassista diversamente dal semplice turnista
– non ammicca mai, non parla, non si lascia
andare. Eppure è impossibile non ritenere
l’intero concerto qualcosa di meno della
perfezione. Il momento di massimo contatto –
qui palese, tangibile, netto e chiaro –
tra la compagine e il pubblico adorante si è
avuto alle esecuzioni di “Don, Aman”
e di “Washer”, acclamata e cantata
a gran voce (eccezione all’interno della
serata) dalla folla. L’unico appunto che
mi sento di muovere agli Slint è l’eccessiva
pausa tra ogni brano, dovuta alla necessità
di cambiare basso a seconda dell’accordatura
della canzone da eseguire: una perdita di concentrazione
e di unità che ha intaccato, unico neo
possibile, un concerto straordinario. Reunion
di una band che ha sconvolto il panorama musicale
travolgendolo e rivoluzionandolo e che ha dedicato
al pubblico bolognese tutto il suo repertorio
e la sua classe. Riuscendo, nonostante tutto,
a tirarsi fuori ancora una volta dalla sciatta
idolatria rock, dal feticcio, dal mito di plastica;
rimanendo terreni, granitici e puramente materiali.
Grazie.
collegamenti su MusiKàl!
Slint - Spiderland
Tortoise - It's
All Around You
Tortoise - Standards
Papa M - Whatever,
Mortal
Matmos - The Civil
War
Breeders - Title
TK
Bonnie Prince Billy - Master
and Everyone
Matt Sweeney and Bonnie 'Prince' Billy
- Superwolf