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SLINT + RADIAN
Concerto al TPO (Bologna) (4 marzo 2005)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Sono passati quasi quindici anni dalla fine dell’avventura musicale degli Slint. Il tempo ha permesso di maturare la convinzione che il loro passaggio-lampo nella musica contemporanea (appena un lustro) sia da considerare uno degli snodi principali dell’idea di rock che ha preso corpo nel decennio scorso e al contempo ha dato la possibilità al quartetto di assurgere al ruolo di vere e proprie icone musicali. Non c’è dunque da stupirsi se il TPO, ex capannone industriale re-inventato locale, è stato preso d’assalto nel vero e proprio senso della parola; sono arrivati dall’intera penisola – isole comprese – per assistere alla reunion della band di Louisville, Kentucky.

Non che non fosse stato possibile incrociare i membri della band nel corso di questi anni: David Pajo ha fatto spesso e volentieri la parte del prezzemolo suonando con i Tortoise, i Forn Carnation, portando in giro i suoi progetti solisti Aerial M e Papa M, collaborando con i Matmos e addirittura prendendo parte alla mediocre avventura degli Zwan di Billy Corgan. Britt Walford si è dato da fare con le Breeders di Kim Deal e con gli Evergreen, Ethan Buckler (bassista di “Tweez”) ha fondato i King Kong, Todd Brashear (suo il basso dello storico “Spiderland”) ha partecipato agli stage di Bonnie ‘Prince’ Billy mentre Brian McMahan ha dato i natali ai Forn Carnation. Eppure si ha l’impressione di partecipare a un’esperienza unica, stipati nei pressi del palco, in attesa di assistere al concerto.

In apertura ecco arrivare i Radian, gruppo viennese prodotto dalla Thrill Jockey; il loro suono, sviluppato quasi completamente sull’uso del loop e della reiterazione, mostra un’architettura molto interessante, grazie soprattutto al synth che produce riverberi a dir poco insostenibili capaci di far cadere dal soffitto grumi di polvere decennali. Brani in cui il rumore assume spesso e volentieri un valore catartico, tra severi colpi di basso e stralunate digressioni della batteria, affidata alle cure delle spazzole, talmente leggere da risultare sovrastate dall’oceano di borborigmi che la circondano. La struttura sonora riprende da un lato le cavalcate devastate dei Can e del kraut-rock in generale, mischiandole selvaggiamente con l’anima elettronica degli Autechre; Stefan Németh, John Norman e Martin Brandlmayr dimostrano di avere le idee chiare ma peccano, probabilmente, di eccessiva autoindulgenza. Se la struttura musicale appare infatti ben delineata e perfettamente studiata non si può non rimarcare la mancanza di uno scarto deciso e decisivo in grado di rendere unica la composizione. Il pubblico mostra comunque di apprezzare il compito svolto e i tre possono abbandonare il palco decisamente soddisfatti. Da rivedere al più presto, per chiarire meglio le idee.

E’ arrivato nel frattempo il momento degli Slint: McMahan, Pajo e Walford salgono sul palco accompagnati da un bassista e da un chitarrista che fa le veci di McMahan quando questo è costretto a cantare – o, per meglio dire, a narrare -. Per evitare fraintendimenti e fugare da subito ogni dubbio sono stati eseguiti tutti i brani composti nella breve vita della band; eseguiti con fare glaciale, distante, cocciutamente anti-emotivo, perfetto. Cos’altro aspettarsi, dopotutto, da un gruppo che ha cercato, in parte riuscendoci, di rendere possibile una nuova via per il rock? La statuaria posa tipica di molte band del giro underground e indipendente si cristallizza nella postura degli Slint, alla continua ricerca della chiusura del cerchio, musicale ma anche e soprattutto fisica – McMahan che canta rivolto verso Walford e Pajo, ad esempio, disinteressandosi ampiamente del pubblico, il desiderio di poter suonare nel silenzio più assoluto, lontano dalla foga e dal clamore solitamente intesi come simbolo dell’idolatria rock – e rende l’intera atmosfera algida, distaccata dalla realtà. Non c’è animosità nelle trame sonore, corpose, cristalline e a tratti scorbutiche e distorte che gli strumenti propagano nella sala, ma solo la concretezza della composizione tout court; che si assista alle bizzarrie stranianti di “Nosferatu Man”, al fluire ossessivo di “Rhoda” (insieme a “Good Morning Captain” l’esecuzione migliore dell’intero lotto) o alle implosioni ed esplosioni di “Breadcrumb Trail” l’atteggiamento della band non muta assolutamente.

L’accezione classica di evento dal vivo viene completamente scorticata e gettata alle ortiche: il terzetto – difficile intendere il bassista diversamente dal semplice turnista – non ammicca mai, non parla, non si lascia andare. Eppure è impossibile non ritenere l’intero concerto qualcosa di meno della perfezione. Il momento di massimo contatto – qui palese, tangibile, netto e chiaro – tra la compagine e il pubblico adorante si è avuto alle esecuzioni di “Don, Aman” e di “Washer”, acclamata e cantata a gran voce (eccezione all’interno della serata) dalla folla. L’unico appunto che mi sento di muovere agli Slint è l’eccessiva pausa tra ogni brano, dovuta alla necessità di cambiare basso a seconda dell’accordatura della canzone da eseguire: una perdita di concentrazione e di unità che ha intaccato, unico neo possibile, un concerto straordinario. Reunion di una band che ha sconvolto il panorama musicale travolgendolo e rivoluzionandolo e che ha dedicato al pubblico bolognese tutto il suo repertorio e la sua classe. Riuscendo, nonostante tutto, a tirarsi fuori ancora una volta dalla sciatta idolatria rock, dal feticcio, dal mito di plastica; rimanendo terreni, granitici e puramente materiali. Grazie.

collegamenti su MusiKàl!
Slint - Spiderland
Tortoise - It's All Around You
Tortoise - Standards
Papa M - Whatever, Mortal
Matmos - The Civil War
Breeders - Title TK
Bonnie Prince Billy - Master and Everyone
Matt Sweeney and Bonnie 'Prince' Billy - Superwolf



7 marzo 2005




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