Già in pista ed in radio da un po', il
secondo singolo estratto da "A
Funk Odyssey" non mi ha mai preso più
di tanto. Pertanto attendevo di ascoltare i remix,
visto che le riletture del precedente "Little
L" appartengono a quella ristretta di cerchia
di lavori capaci di dare nuova luce alla creatura
originale.
Due i vinili pubblicati ufficialmente: il primo
(grafica di copertina sui toni del blu) presenta
sul side A la versione prettamente house realizzata
da Matthew Roberts & Matt Thomas: trattasi
di una cavalcata di 8 minuti prevalentemente strumentale,
senza infamia e senza lode, dove risaltano gli
effetti dati dai reverse d'archi e dalla voce
di JK destrutturata; la parte vocale vera e propria
(peraltro limitata al solo ritornello) affiora
solo nei 2 break d'ordinanza.
L'opera qui contenuta by Tom Middleton (vero
nome di Cosmos, attualmente fuori anche con l'ultimo
mix di Spiller "Cry Baby") è
il riassunto della più lunga "deep
space" presente sul promo: un lungo intro
senza beat con il cantato riverberato tra effetti
"cosmici"; appena partono cassa &
basso, il contributo vocale si limita alla citazione
del titolo disperso tra suoni e tastiere dal gusto
quasi ambient.
Chiude la rivisitazione dell'originale in chiave
R&B a cura di Karl Blacksmith: base lenta
rinforzata nella ritmica da un effettino posto
tra la prima e la terza battuta di cassa e la
voce telefonica del rapper D-Mart che si alterna
con i consueti intercalari alle strofe del geniale
folletto. Una tastierina discreta che si sottende
al ritornello completa la versione che, pur privata
del feeling funky, più piacerà a
chi preferisce le atmosfere dell'album.
La medesima copertina in giallo-arancione contiene
l'elaborazione del team inglese Full Intention,
maestri della scena house-club fin dalla metà
degli anni 90. Base strumentale di tutto rispetto
(da apprezzare soprattutto nella dub) con cassa
che parte sorda, prima accompagnata da un ticchettìo
tipo sveglia e poi tirata dal piatto. Di seguito
entra il basso suonato da James Winchester, la
tastiera morbida ed il suono "made in Jamiro"
simil-didjeridoo. Break prevedibile sull'inciso
post-ritornello e ripartenza sull'onda del beat
accelerato quasi fuori tempo: Michael Gray e Jon
Pearn si esprimono al loro meglio ma devono arrendersi
innanzi all'obiettiva mediocrità e modestia
del pezzo originale.
Recensioni collegate:
Jamiroquai
- A Funk Odissey
- Little L