La recentissima release dell’ennesimo remix
di questo pezzo mi permette di spendere due parole
su uno dei brani più (ingiustamente) trascurati
dell’anno in corso. Intendiamoci: trattasi
comunque di un grosso hit capace di occupare l’airplay
radiofonico e riempire le rotation televisive
per tutta l’estate (in attesa della pubblicazione
di “In Public”, prossimo estratto
da “Tasty”), ma la vendemmia di riletture,
interpretazioni ed adattamenti che vi sono stati
costruiti sopra lo eleva a vero e proprio evento
musicale di costume e mercato.
L’irresitibile gioiellino “calypso-ragga”
scritto, arrangiato e prodotto dal pluridecorato
pigmalione Dallas Austin (già compositore
per Madonna, Pink, TLC, Janet Jackson ed Anastacia)
e mixato in studio dall’affidabile Kevin
Davis (curatore dei suoni per gli ultimi Outkast)
aveva già in partenza tutti i numeri per
sfondare presso il grande pubblico, ma che riuscisse
pure ad attrarre l’attenzione dei più
grossi nomi della scena dance mondiale non era
affatto scontato (anche se il fenomeno si era
in parte già manifestato con il precedente
“Milkshake”). L’iper-accattivante
mood “rocksteady” gioioso e solare
di “Trick Me” avrebbe potuto costituire
un deterrente per qualsiasi house-lover, soprattutto
se si considera che ogni elemento della vezzosa
ed elementare orchestrazione originale, dal ciondolante
drum “ska” secco-e-dritto alla “dub-bassline”
acustica in levare, dall’assassino riff
di chitarrina “oldie” al coretto maschile
di controcanto, sembra al contempo necessario
e sufficiente per comporre un disegno pressoché
perfetto. Cosicché addetti-ai-lavori noti
e meno noti si sono dedicati più che altro
a mutare anche radicalmente la connotazione del
pezzo, anziché azzardarsi a tentare di
migliorare un insieme che pare figlio di un miracoloso
ed irripetibile equilibrio.
Per prime sono arrivate le versioni della release
ufficiale tardo-primaverile: il tandem formato
da Jermaine Mac & Toni Toolz, accreditato
dal lavoro compiuto su “She Wants To Move”
dei N.E.R.D., continua sulla falsariga di un sovra-arrangiamento
in linea con un gusto radiofonico tipicamente
americano dal sapore r’n’b, carico
di tastiere e chitarre ed addirittura rallentato
nel beat.
Sorprendente, invece, trovare su un prodotto
“mainstream” il lavoro di Artificial
Intelligence, duo di Camden formato da Glenn Herweijer
& Zula Warner (aka DJ Gambit), noto nell’underground
londinese per le produzioni ed i set a base di
suoni e ritmi “alternativi”. La loro
opera costituisce un nobile compromesso tra pop
ed avanguardia, laddove i 180 bpm del beat drum’n’bass
diventano quasi un twist se doppiati dalla chitarra,
il tipico “bassone” synth si limita
ad un accompagnamento da amorfa vibrazione sotterranea
e le tastiere offrono un contributo melodico liquido,
composto e discreto. Ad ammorbidire ulteriormente
l’insieme contribuiscono pure gli abbondanti
loop vocali della sensualissima ugola di Miss
Rogers.
Nulla potrebbe premetterci di associare “Trick
Me” allo stile dell’ultimo Adam Freeland,
ondeggiante tra frementi deliri techno-rock (vedi
il recente “Mindkiller”) e tetre atmosfere
ultra-deep, frutto della fusione tra suggestioni
percussive pseudo-tribali e sonorità urbane
totalmente artificiali. Proprio questi ultimi
sono i canoni seguiti da Adam per stravolgere
la traccia, spargendo effetti elettronici filtrati,
rintocchi riverberati e frammenti vocali destrutturati
sopra un groove “dark” cupo ed oscuro,
indistinto e pervicace per tutta la sua lunga
stesura.
Semi-ufficiali, artigianali o addirittura clandestine
tutte le seguenti uscite su vinile, aventi come
unico denominatore comune il prestigio dei loro
presunti assemblatori, a cominciare da Felix Buxton
& Simon Ratcliffe, al secolo Basement Jaxx,
i quali hanno recentemente raccolto maggior gloria
da remixer che come musicisti-in-proprio. La loro
interpretazione è quella che più
si avvicina all’originale, essendosi in
pratica limitati ad inserire una sezione ritmica
più articolata ed evidenziarla abbassando
il livello del cantato. Il loop filtrato del tormentone
“…and I won’t let you trick
me twice…” si accompagna a tutti gli
elementi sonori più seducenti del prototipo
e finisce per costituire il vero segno distintivo
di una versione “politically correct”,
un po’ impersonale, finalizzata unicamente
alle esigenze del dancefloor.
Decisamente declinate sugli schemi della house
più classica sono la polpetta “extra
dub” dei teutonici Knee Deep e l’aristocratica
extended di Eddie “E-Smoove” Bell
from Chicago: tipica struttura con intro/outro
lungo e break centrale, groove solido e charleston
ben sfregato, 130 bpm d’ordinanza e giro
di basso in 8 battute, nessuna concessione a qualsivoglia
contaminazione di tendenza e diritto di cittadinanza
concesso esclusivamente al coro campionato.
Citazione dovuta per tutte le altre ri-costruzioni
“home-made” reperibili in rete, a
partire da quella giustamente denominata “Rum
& Cocaina”, allucinogena nel shakerare
una bassline filtrata non proprio immediata, un
beat somigliante a quello mitico di Jaydee “Plastic
Dreams” (poi utilizzato da Armand Van Helden
e tanti altri), sample vocali inseriti fuori tempo
ed arrembanti assoli di sax, per finire a quella
attribuita ai fantomatici Jared Jones & Daniel
Cabrera (dopo Albert e Lee… un altro Cabrera?),
delicata e coinvolgente trasposizione nelle atmosfere
orchestrali della disco-music anni ’70.
Tutto ciò premesso per arrivare all’ultimo
12” sfornato in busta ed etichetta anonima,
portante l’autorevole contributo dei fratelli
di Stoccarda Ali & Basti Schwarz, aka Tiefschwarz,
già post-produttori di Cassius, Groove
Armada, Chicks On Speed e The Rapture. Il loro
tocco elettro-minimale trasfigura “Trick
Me” in una suite tecnologica spoglia ed
essenziale, segnata da una melodia alienante di
poche e piatte note di synth ritoccate in reverse
e contrappuntate da asettici ed estemporanei frammenti
vocali: il trionfo della tecnologia a tutto tondo
potrebbe essere l’ideale suggello di un
percorso che ha sostanzialmente toccato tutti
gli stili musicali contemporanei.