Anche se oramai è diventato un personaggio
da rotocalco... Anche se oramai, avendo toccato
il firmamento planetario delle pop-star, pare
sia usuale frequentare solo i suoi pari livello…
Anche se sembra sia più incline a coltivare
il culto di se stesso attraverso poche e ben remunerate
marchette… Tutto ciò premesso, ogni
tanto Mr. Quentin Cook si mostra voglioso di tornare
a fare musica e ridiscendere sul suolo dei comuni
mortali per donarci nuovi segni di quell’estro
che lo ha reso (meritatamente) famoso.
A quattro anni dal tiepido “Halfway
Between The Gutter And The Stars” ed
a ben sette dal fulgido “You’ve Come
A Long Way, Baby”, il ragazzo-grasso-magro
ha dato alle stampe una nuova opera (non considero
tra queste “Big Beach Boutique”, celebrazione
del suo mega-live-set @ Brighton), “Palookaville”,
anticipata di poche settimane dal canonico singolo
di traino “Slash Dot Dash” (anche
se, a dire il vero, in estate erano girati alcuni
test di “Don’t Let The Man Get You
Down”, brano d’apertura dell’album).
Stra-battuto dai media di madre patria ma non
altrettanto al di fuori del Regno Unito, barra-punto-trattino
(traduzione letterale) è l’esatta
e precisa rappresentazione di ciò che tutti
si attendono da Fatboy Slim ovvero una sorta di
paradigma del suo stile, della sua abilità
e di ciò che lo ha maggiormente contraddistinto
nella sua esplosione. Lui stesso, nell’introdurlo,
ha ammesso un voluto ritorno al passato, al “suo”
big-beat creato con quella personalissima commistione
di perizia e follia, centrifugando miriadi di
citazioni musicali colte da ogni genere ed assemblandole
in un’apparente libertà di linguaggio,
sotto il minimo comune denominatore dell’energia
e del divertimento.
Certo che se ogni volta il metro di giudizio
è dato dal confronto con il passato, allora
molte nuove proposte nascono già perdenti
(e ciò vale anche per gli U2,
tanto per fare un esempio…): se si vuole
valutare il citato “Don’t Let The
Man…” come il nuovo “Praise
You”, se si insiste a criticare “Slash
Dot Dash” paragonandolo a “The Rockafella
Skank” possiamo rinunciare da subito a goderci
le nuove fatiche dell’ex Pizzaman. E’
ovvio a chiunque che “You’ve Come
A Long Way, Baby” rappresenta ancora (e
forse rappresenterà per sempre) l’apice
delle potenzialità genialoidi di Fatboy
Slim; ma teniamo ben in considerazione che sette
anni fa quei pezzi concretizzavano un’autentica
novità, un’assoluta rottura con i
correnti schemi tanto del pop quanto della dance
in generale. Ciò che voglio dire è
che la credibilità dei brani di “Palookaville”
si trova suo malgrado a scontare ciò che
nel frattempo è già stato fatto,
imitato, digerito e rimasticato, ma che se Norman/Quentin
non avesse osato dare dimostrazione del suo stato
di grazia nel lontano 1997, questi esemplari sarebbero
ora serenamente apprezzati per il loro reale valore
in assoluto, cioè canzoni gradevoli, interessanti
e ben realizzate (e non credo che il loro illustre
creatore abbia mai avuto altre velleità
in proposito…).
Il maggior pregio di “Slash Dot Dash”
sta nella sua durata: la pervicace ripetitività
del simbolico sample vocale (tratto dallo speaking-outro
di “Ghetto Classics” by Ricky V Valentine,
brano incluso nelle playlist della mitica BBC1
a fine 2003, e glorificato nell’a-cappella
denominata DJ-delite) alternata alle furiose tirate
di chitarra degne di una soundtrack di Tarantino
(dal timbro surf o rockabilly, pare siano state
suonate dal vivo) raggiunge il perfetto orgasmo
nei tre minuti scarsi di questo rock’n’roll
del terzo millennio. Come in tutti i lavori più
riusciti di Fatboy, la superficiale semplicità
della struttura nasconde un’imponente e
certosina attività di post-produzione,
apprezzabile nei minuziosi e sempre indovinati
tagli, negli abili inserti di scratch e nei godibilissimi
frammenti campionati dal sapore “oldie”
(abominevolmente sforbiciati nella “Less
Fat edit” ad uso-FM), a volte rock, a volte
gospel, a volte funky, con cui il maestro riesce
a rassicurarci del suo innato e portentoso talento.
Sul lato B del 12” troviamo l’ennesimo
remake di uno dei pezzi più “coverizzati”
della storia, vale a dire il glorioso “Jin
Go Lo Ba”, originariamente composto nel
1959 dal percussionista nigeriano Babatunde Olatunji
e poi comunemente ribattezzato solo “Jingo”
nelle riproposizioni di Santana, Candido, Manu
Dibango, Jellybean Benitez e molti altri meno
illustri. Della versione inclusa nell’album
che, contenendo samples estratti dall’originale
di quasi mezzo secolo fa, rimane un sostanziale
compromesso tra il primitivo mood tribale ed alcune
tipiche trovate alla-Fatboy-Slim (a metà
tra il big-beat e l’afro-tech-house), il
membro più illustre della creativa Boutique
nonché partner di Fatboy nell’epica
trasferta brasiliana di primavera 2004 @ Flamengo
Beach, Jon Carter (aka Monkey Mafia, da sempre
incline ad un’idea di dance non proprio
convenzionale, avendo portato al remix pezzi di
Happy Mondays e Stereo MC’s), realizza una
composta ed ossequiosa extended, limitandosi ad
esaltarne la linea di electro-synth a leggero
scapito dell’autentico spirito istintivo
e primordiale (esaltato, invece, dal bonus DJ-delite
in formato trib-a-pella).
Detto che il vinile contiene anche “Close
To Home”, patchwork strumentale dalla battuta
lenta e pesante, cupo ed involuto nell’amorfa
linea di basso-synth ma dal forte potere evocativo
delle brevi pause ad ispirazione chill-out (tanto
che è stato scelto come colonna sonora
per lo spot della compagnia telefonica anglosassone
O2) , e detto anche che il formato CD-singolo
contiene l’extra “What They Looking
For” (queste ultime due tracce sono incluse
nella sola edizione giapponese di “Palookaville”),
breakbeat-charleston da cartone animato reso un
po’ “cheesy” dai continui loop
vocali e dai tipici stacchetti coreografici, corre
obbligo sottolineare come il vituperato “Slash
Dot Dash” abbia già generato figli
& figliocci clandestini, come la edit “Hardjet
Playground Backslash”, coraggioso adattamento
del sample vocale, destrutturato, filtrato e ri-montato
sulle 124 bpm di un groove severo ed essenziale,
in cui un fine hi-hat provvede ad unire le battute
secche e decise di cassa & clapping-drum ed
un vibrante basso “live” si occupa
di riempire gli spazi ordinariamente affidati
ai vari effetti tecno-elettronici.
Caso a parte è la già leggendaria
“Camisra Slash Nation Dot Com” attribuita
all’improbabile Miss Frenchie, dietro alla
quale si cela l’ombra fedele e laboriosa
di Norman Cook, vale a dire il fonico/programmatore/produttore
Simon Thornton. Costui avrebbe infatti omaggiato
il celebre pigmalione di un rudimentale mash-up
appositamente realizzato per il centro serata
dei suoi reclamizzatissimi live-set: high-energy
allo stato brado grazie all’audace e grossolano
innesto, sul frenetico e paranoico incedere del
prototipo, di elementi dal facile e sicuro richiamo
come la synth-line originariamente fabbricata
dai Deep Dish per “Make The World Go Round”
di Sandy B ed il tenebroso ed inquietante basso
di “Seven Nation Army” dei White Stripes.
collegamenti su MusiKàl!
Fatboy Slim - Talkin
'bout My Baby (12")
Fatboy Slim - Halfway
Between the Gutter and the Stars
Fatboy Slim - Demons
(featuring Macy Gray) (12'')
Fatboy Slim - Star
69 (12")
Fatboy Slim - Serata
MTV ai Magazzini Generali di Milano
U2 - la Kalporzgrafia
Stereo Mc's - Deep
Down & Dirty
White Stripes - Elephant