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FATBOY SLIM
Slash Dot Slash (Skint / Sony, 2004)
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recensione di Ivan Gamberini scrivi un'email


Anche se oramai è diventato un personaggio da rotocalco... Anche se oramai, avendo toccato il firmamento planetario delle pop-star, pare sia usuale frequentare solo i suoi pari livello… Anche se sembra sia più incline a coltivare il culto di se stesso attraverso poche e ben remunerate marchette… Tutto ciò premesso, ogni tanto Mr. Quentin Cook si mostra voglioso di tornare a fare musica e ridiscendere sul suolo dei comuni mortali per donarci nuovi segni di quell’estro che lo ha reso (meritatamente) famoso.

A quattro anni dal tiepido “Halfway Between The Gutter And The Stars” ed a ben sette dal fulgido “You’ve Come A Long Way, Baby”, il ragazzo-grasso-magro ha dato alle stampe una nuova opera (non considero tra queste “Big Beach Boutique”, celebrazione del suo mega-live-set @ Brighton), “Palookaville”, anticipata di poche settimane dal canonico singolo di traino “Slash Dot Dash” (anche se, a dire il vero, in estate erano girati alcuni test di “Don’t Let The Man Get You Down”, brano d’apertura dell’album).

Stra-battuto dai media di madre patria ma non altrettanto al di fuori del Regno Unito, barra-punto-trattino (traduzione letterale) è l’esatta e precisa rappresentazione di ciò che tutti si attendono da Fatboy Slim ovvero una sorta di paradigma del suo stile, della sua abilità e di ciò che lo ha maggiormente contraddistinto nella sua esplosione. Lui stesso, nell’introdurlo, ha ammesso un voluto ritorno al passato, al “suo” big-beat creato con quella personalissima commistione di perizia e follia, centrifugando miriadi di citazioni musicali colte da ogni genere ed assemblandole in un’apparente libertà di linguaggio, sotto il minimo comune denominatore dell’energia e del divertimento.

Certo che se ogni volta il metro di giudizio è dato dal confronto con il passato, allora molte nuove proposte nascono già perdenti (e ciò vale anche per gli U2, tanto per fare un esempio…): se si vuole valutare il citato “Don’t Let The Man…” come il nuovo “Praise You”, se si insiste a criticare “Slash Dot Dash” paragonandolo a “The Rockafella Skank” possiamo rinunciare da subito a goderci le nuove fatiche dell’ex Pizzaman. E’ ovvio a chiunque che “You’ve Come A Long Way, Baby” rappresenta ancora (e forse rappresenterà per sempre) l’apice delle potenzialità genialoidi di Fatboy Slim; ma teniamo ben in considerazione che sette anni fa quei pezzi concretizzavano un’autentica novità, un’assoluta rottura con i correnti schemi tanto del pop quanto della dance in generale. Ciò che voglio dire è che la credibilità dei brani di “Palookaville” si trova suo malgrado a scontare ciò che nel frattempo è già stato fatto, imitato, digerito e rimasticato, ma che se Norman/Quentin non avesse osato dare dimostrazione del suo stato di grazia nel lontano 1997, questi esemplari sarebbero ora serenamente apprezzati per il loro reale valore in assoluto, cioè canzoni gradevoli, interessanti e ben realizzate (e non credo che il loro illustre creatore abbia mai avuto altre velleità in proposito…).

Il maggior pregio di “Slash Dot Dash” sta nella sua durata: la pervicace ripetitività del simbolico sample vocale (tratto dallo speaking-outro di “Ghetto Classics” by Ricky V Valentine, brano incluso nelle playlist della mitica BBC1 a fine 2003, e glorificato nell’a-cappella denominata DJ-delite) alternata alle furiose tirate di chitarra degne di una soundtrack di Tarantino (dal timbro surf o rockabilly, pare siano state suonate dal vivo) raggiunge il perfetto orgasmo nei tre minuti scarsi di questo rock’n’roll del terzo millennio. Come in tutti i lavori più riusciti di Fatboy, la superficiale semplicità della struttura nasconde un’imponente e certosina attività di post-produzione, apprezzabile nei minuziosi e sempre indovinati tagli, negli abili inserti di scratch e nei godibilissimi frammenti campionati dal sapore “oldie” (abominevolmente sforbiciati nella “Less Fat edit” ad uso-FM), a volte rock, a volte gospel, a volte funky, con cui il maestro riesce a rassicurarci del suo innato e portentoso talento.

Sul lato B del 12” troviamo l’ennesimo remake di uno dei pezzi più “coverizzati” della storia, vale a dire il glorioso “Jin Go Lo Ba”, originariamente composto nel 1959 dal percussionista nigeriano Babatunde Olatunji e poi comunemente ribattezzato solo “Jingo” nelle riproposizioni di Santana, Candido, Manu Dibango, Jellybean Benitez e molti altri meno illustri. Della versione inclusa nell’album che, contenendo samples estratti dall’originale di quasi mezzo secolo fa, rimane un sostanziale compromesso tra il primitivo mood tribale ed alcune tipiche trovate alla-Fatboy-Slim (a metà tra il big-beat e l’afro-tech-house), il membro più illustre della creativa Boutique nonché partner di Fatboy nell’epica trasferta brasiliana di primavera 2004 @ Flamengo Beach, Jon Carter (aka Monkey Mafia, da sempre incline ad un’idea di dance non proprio convenzionale, avendo portato al remix pezzi di Happy Mondays e Stereo MC’s), realizza una composta ed ossequiosa extended, limitandosi ad esaltarne la linea di electro-synth a leggero scapito dell’autentico spirito istintivo e primordiale (esaltato, invece, dal bonus DJ-delite in formato trib-a-pella).

Detto che il vinile contiene anche “Close To Home”, patchwork strumentale dalla battuta lenta e pesante, cupo ed involuto nell’amorfa linea di basso-synth ma dal forte potere evocativo delle brevi pause ad ispirazione chill-out (tanto che è stato scelto come colonna sonora per lo spot della compagnia telefonica anglosassone O2) , e detto anche che il formato CD-singolo contiene l’extra “What They Looking For” (queste ultime due tracce sono incluse nella sola edizione giapponese di “Palookaville”), breakbeat-charleston da cartone animato reso un po’ “cheesy” dai continui loop vocali e dai tipici stacchetti coreografici, corre obbligo sottolineare come il vituperato “Slash Dot Dash” abbia già generato figli & figliocci clandestini, come la edit “Hardjet Playground Backslash”, coraggioso adattamento del sample vocale, destrutturato, filtrato e ri-montato sulle 124 bpm di un groove severo ed essenziale, in cui un fine hi-hat provvede ad unire le battute secche e decise di cassa & clapping-drum ed un vibrante basso “live” si occupa di riempire gli spazi ordinariamente affidati ai vari effetti tecno-elettronici.

Caso a parte è la già leggendaria “Camisra Slash Nation Dot Com” attribuita all’improbabile Miss Frenchie, dietro alla quale si cela l’ombra fedele e laboriosa di Norman Cook, vale a dire il fonico/programmatore/produttore Simon Thornton. Costui avrebbe infatti omaggiato il celebre pigmalione di un rudimentale mash-up appositamente realizzato per il centro serata dei suoi reclamizzatissimi live-set: high-energy allo stato brado grazie all’audace e grossolano innesto, sul frenetico e paranoico incedere del prototipo, di elementi dal facile e sicuro richiamo come la synth-line originariamente fabbricata dai Deep Dish per “Make The World Go Round” di Sandy B ed il tenebroso ed inquietante basso di “Seven Nation Army” dei White Stripes.


collegamenti su MusiKàl!
Fatboy Slim - Talkin 'bout My Baby (12")
Fatboy Slim - Halfway Between the Gutter and the Stars
Fatboy Slim - Demons (featuring Macy Gray) (12'')
Fatboy Slim - Star 69 (12")
Fatboy Slim - Serata MTV ai Magazzini Generali di Milano
U2 - la Kalporzgrafia
Stereo Mc's - Deep Down & Dirty
White Stripes - Elephant



20 dicembre 2004


Track list:

A1 – SLASH DOT DASH
A2 – CLOSE TO HOME
A3 – SLASH DOT DASH (DJ delite)
B1 – JIN GO LO BA (Jon Carter remix)
B2 – JIN GO LO BA (DJ delite)



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