Attualmente al top delle classifiche inglesi,
questo singolo ha già raggiunto una discreta
popolarità in tutta Europa ad un solo mese
dalla sua pubblicazione.
Tratto dall'album di debutto "Muzikizum",
il trio londinese formato dai DJs Ashley Beedle,
Rocky e Diesel, già produttori e remixers
di successo (si veda il lavoro fatto su "Star
69" di Fatboy Slim), si avvale della voce
e del talento compositivo dell'istrionico leader
dei Talking Heads per realizzare un brano che
ha impresso il marchio del successo predestinato.
Non è la prima volta che un "grande"
artista si lascia irretire dai suoni della dance
e spesso questo genere di collaborazioni, per
quanto rare ed episodiche, ha dato luogo a risultati
più che lusinghieri: si ricordi, ad es.,
il recente "prestito" di Bryan Adams
ai Chicane per le note di "Don't Give Up".
Un lungo intro house strumentale cede il posto,
in lenta dissolvenza, alle tastiere per arrivare
al vero e proprio break d'apertura, sul quale
entrano sia il piano che i pochi ma efficaci accordi
di basso. Dopodichè il groove, volutamente
scarno ma di gran classe, viene di fatto riempito
dalla prosa di David Byrne in almeno 4 linee vocali
differenti: le strofe si suddividono in una parte
narrata ed in una cantata; il riff (con cui parte
l'edit) è un'onda corale in facile rima;
l'inciso termina in a-cappella per evidenziare
la ripresa del ritornello.
Norman Cook rispolvera il suo (quasi) vero nome
per il remix che apre la B-side: una base cassa
& piatto di segno house-funk si completa con
un sottofondo underground, con un synth quasi
acido e percussioni discrete. Al di fuori dello
stile dell'ultimo Fatboy Slim, pare quasi di ascoltare
uno Stonebridge un po' più ruvido
Da apprezzare alcune finezze, tipo il narrato
solo su drum ed il buffo finale con giochi di
loop.
Mi sfugge il significato di tracce come la dub
dei Peace Division: una cavalcata deep-dark tribale,
totalmente strumentale, con effetti spaziali resi
grazie ad echi e riverberi usati senza risparmio.
Volutamente ripetitiva ed inquietante, non ha
alcun legame con il feeling del brano originale.
Arrangiamento essenziale, patinato, anche un
po' distaccato ma pulito e raffinato come pochi
e, soprattutto, perfetto per dare evidenza al
celebre contributo vocale: un grande esempio di
"slacker house" (definizione degli autori)
godibile sia all'ascolto che al ballo in apertura
di serata.