Della serie: le cose semplici sono quelle che
riescono meglio.
Di tutte le frasi fatte, questa è forse
la più azzeccata (almeno per quanto riguarda
le composizioni musicali) ed il riscontro ottenuto
da questo pezzo sta proprio lì a dimostrarlo…
Sopra un beat quasi disco-funky corre e ricorre
una minima frase di tastierina veramente petulante,
simile ad una segnalazione in alfabeto Morse,
accompagnata da una bozza di bassline “sintetica”
accennata in 3-note-3 ogni 4 battute! A questo
pòpò di orchestrazione si abbinano
versi recitati da un vocione cavernoso “pitchato”
a – 600%, il quale ci educe che tutti quanti
(uno per uno, partendo dal suo gatto per finire
al suo “dick”) vogliono fare il DJ…
tranne lui che sogna di essere un percussionista
(con annesse rullate “old-school”
in anticipo di riff). Strofe e ritornello si ripetono
3 volte in sequenza, fino a tirare la sfoglia
per 8 minuti senza la più piccola variazione
sul tema.
L’idea così descritta è venuta
ad Heavy Rock, pseudonimo dietro il quale si cela
il DJ-produttore danese Rune RK, già batterista
in età adolescenziale e tuttora componente,
insieme al fratello, del duo Artificial Funk,
attualmente in auge grazie ai remix su Morjac
“Stars” e sull’altra creatura
minimale di Rune medesimo, il paranoico “Calabria”
di cui attendiamo la versione cantata.
Persino superfluo dire che cotanta opera abbia
trovato ospitalità sui vinili della Southern
Fried, label più volte magnificata per
l’originalità delle sue proposte.
Nient’altro che un tipico martello capace
di insinuarsi nelle meningi e trasmettersi ai
muscoli sotto forma di incontrollabili reazioni
contrattili, tremendamente efficace nella sua
disarmante semplicità ma comunque dotato
di quell’ineffabile “quid” che
contraddistingue certe proposte simil-techno provenienti
da oltremanica (mi ricorda in ciò Together
“Hardcore Uproar” o Hi-Gate “Pitchin”).
La stampa italiana one-side-only su D:Vision
porta la sola versione originale; il 12”
import contiene sul lato B la trascurabile “fuc
dub”, polpettone tribal-house con canonica
base percussiva, loop vocale ed il sempiterno
basso “plastico”, esasperato nella
seconda metà.
Si narra altresì di remix in teoria reperibili
solo d’importazione (uno curato da DJ Touchè,
un altro denominato “Barbed Wire”…):
assomigliano alla bella Cecilia (che tutti la
vogliono e nessuno la piglia).