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T.A.T.U.
All The Things She Said [Ya Soshla S Uma] (Universal/Time, 2002)
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recensione di Ivan Gamberini scrivi un'email


L'ultimo fenomeno mondiale del pop da classifica arriva dalla Russia: alle lolite Julia Volkova ed Elena Katina, arruolate dal produttore locale Ivan Shapovalov, basta una canzoncina giusto giusto orecchiabile ed un video poco più che ammiccante per straripare sui media planetari… Segno emblematico del vuoto che c'è da riempire.

Basato su una provocazione da teen-ager all'acqua di rose (non mi pare il caso che ci si dilunghi ancora sul famoso bacio…), appare quantomai chiaro che T.A.T.U. (acronimo di "Ta Liubit Tu", all'incirca "Quella Ama Quella") è un progetto abilmente studiato a tavolino, privo di qualunque velleità artistica (per questo garantisce la riesumazione del "Buggle" Trevor Horn) e che perciò durerà ancor meno di una qualsiasi altra boy-band. Nel frattempo sono pure riuscite a mettere insieme un numero sufficiente di pezzi per dare alle stampe un album dal titolo vagamente allusivo e pericolosamente persuasivo ("200 Km/h In The Wrong Lane"… Attendiamo protesta ufficiale delle mamme anti-rock!) e che, ovviamente, staziona da qualche settimana nella top-ten delle vendite italiane.

Perfettamente inutile commentare "All The Things She Said" nella versione originale: perfetto esempio di prodotto patinato costituito da una composizione orecchiabile, lenta ed in una certa maniera solenne, ricoperta con una cascata di suoni levigati e calibrati ad uso e consumo dei timpani meno pretenziosi.

Non potevano altresì mancare le versioni più "tendenziose", come impone l'attuale trend discografico: dietro lo pseudonimo "Extension 119" si cela Dave Audé, DJ/producer americano, già remixer di "Music" e "Don't Tell Me" by Miss Ciccone. Il profeta dell'hard-house d'oltreoceano mette insieme una trasposizione lineare a 130 bpm che va già per la maggiore, imperniata su una persistente frase di synth in 4 battute dal suono euro-trance decisamente commerciale.

Il lavoro "intellettuale" di Mark Picchiotti @ Chicago si configura effettivamente come un'opera astratta ed estrosa, tanto è lontana dalle atmosfere originali: electro-house minimale capace di accompagnare il cantato integrale con l'acuto ed impertinente scarabocchio di un'imperterrita tastierina. Sorprendente l'entrata ad oltre metà traccia di un morbido break solo-piano.

Chiude il pacchetto-regalo il fantomatico HarDrum, miscelatore "casalingo" che ha avuto il coraggio di ri-elaborare anche altri brani dell'album ("Nas Ne Dogonjat" e "30 Minut"): il suo contributo consiste in un mid-tempo vagamente trip-hop dal vocal ridotto e dai suoni aspri, ruvidi ed acidi.

Ed attenzione perché il meglio dovrebbe ancora arrivare! Oltre ad una versione attribuita a DJ Monk (aka Rabbit In The Moon, nonchè protagonista della scena "alternativa" techno & drum'n'bass) & The Track Mack, per ora credo reperibile solo in rete ed nell'introvabile doppio promo, pare stiano per planare on the dancefloor anche i remix italiani di Datura e (forse) Molella… Credo di sapere cosa ci aspetta…



4 novembre 2002


Track list:

A1 - radio version
A2 - Extension 119 club edit
B1 - Mark's Intellectual vocal mix
B2 - HarDrum remix




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