Questa è la descrizione di un atto non
compiuto. Avrei dovuto fare il solito pezzo, articolo
recensorio di bassa/media/alta qualità,
in cui far confluire tutte le annotazioni più
o meno argute sullo stato di grazia di un duo
che per la prima volta nel corso di una carriera
oramai quasi quarantennale ha fatto capolino nello
stivale italico; avrei dovuto scrivere di come
sono stati eseguiti i pezzi, di come si sentiva
il suono, di quanta verve Simon & Garfunkel
hanno messo in mostra.
Avrei dovuto, ma non sarà così.
Trainato nella multicolore folla che ha preso
dassalto la mia amatissima città
non sono riuscito a vedere neanche uno spicchio
di palco, non ho scorto neanche ununghia
di quello che avveniva a parecchie centinaia di
metri da me. E allora non mi resta altro da fare
che vestirmi dei panni del cronista e descrivere
il dark side del concerto, quello su cui quasi
nessuno si è soffermato, ma che probabilmente
rappresenta il vero senso e la vera anima di un
evento storico, ovvero la reazione del pubblico.
Pubblico non mi sembra neanche il termine più
adatto a definire la presenza fisica riscontrata
sabato scorso (che fossero seicentomila, trecentomila,
novecentomila persone mi interessa ben poco),
quindi mi limiterò a chiamarla gente.
Verso le otto e mezzo di sera mi accingo ad affrontare
la salita di via di San Gregorio che dal Circo
Massimo conduce placidamente al Colosseo: la folla
non sembra particolarmente numerosa e forma una
lunga lingua serpeggiante. LAnfiteatro Flavio
è stato preventivamente protetto dalla
folla oceanica isolandolo dalla strada grazie
a una serie di grate che non solo appaiono povere
di gusto estetico ma soprattutto impediscono scorciatoie
salvifiche. Mi ritrovo dunque costretto a risalire
via Salvi, lasciando alla mia destra la neroniana
Domus Aurea, e qui mi accorgo di quanto fallaci
fossero stati i miei calcoli sulla partecipazione
allevento: tre o quattro file costanti di
persone sono assiepate vicino al muretto, in attesa
dellinizio del concerto. Tutto questo sarebbe
assurdo già in una situazione normale,
ma raggiunge vertici di parossismo indicibili
se si pensa che da quella posizione non si può
vedere altro che il retro del palco.
Inizio a temere per la mia serata: se siamo già
ridotti così cosa potrò sperare
di vedere? Scendendo giù per via degli
Annibaldi (storico punto dingorgo per le
uscite del fine settimana) perdo ogni speranza.
Cocciutamente mi ficco per le viuzze, via Frangipane
vicolo del Buon Consiglio, ma ovunque un muro
umano mi respinge. Il concerto è iniziato
nel frattempo, ogni tanto gli spessi muri dei
palazzi del primo rione di Roma lasciano filtrare
qualche nota, più spesso si sente lorda
di gente battere le mani e rilasciare ovazioni
come fossero cleenex usati. Faticosamente arrivo
a largo Corrado Ricci, punto dincontro tra
i Fori Imperiali e via Cavour: vedo un qualcosa
che assomiglia vagamente a un palco, ma si tratta
solo del maxischermo che funge da surrogato del
concerto per i poveri sfigati che sono arrivati
dopo le 16,30.
Faccio lultimo tentativo di infilarmi tra
la gente, sembro riuscire nellintento, percorro
qualche metro ma poi mi accorgo di essermi ficcato
in un vicolo cieco. Sbatto contro unonda
di persone e cerco di uscire dalla calca, mentre
gli spettatori iniziano a protestare, che nessuno
provi a rubargli quello spicchio di terreno che
sono riusciti a conquistare! Una donna si para
dal resto del mondo con le mani protese in avanti
e gli occhi semichiusi in attesa di uno scontro
che probabilmente non arriverà mai, un
signore protesta vibratamente facendo notare che
sono qui da ore, lei non può arrivare
adesso e stare vicino a me. Dopo un buon
quarto dora di spintoni, scusi, mi
fa passare? e rimbrotti esco e mi ritrovo
dove stavo prima. Un ragazzo si aggira con una
borsa di ghiaccio appoggiata sulla guancia destra,
stava fumando e un uomo si è girato e ha
cominciato a prenderlo a pugni, una bambina piange
a dirotto. Non tutto il mare umano si sta sollazzando
a più non posso, e prima di tutti io.
Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con amici
di vecchia data incontrati per caso e aver sentito
per intero la versione del duo di Dream
(carina, devo dire) e di Scarborough Fair
decido di prendermela comoda e di raggiungere
in tutta tranquillità piazza Venezia. A
metà di via Tor de Conti mi fermo,
anzi TUTTI si fermano. E arrivato il momento
di Sound of Silence. In realtà
lavevo ipotizzato, ma ora la situazione
è palese: la maggior parte della gente
è venuta solo per sentire questa canzone.
Per molti è simbolo di unepoca, e
lo si vede dagli sguardi commossi, per altri è
il volto ebete e spaurito di Dustin Hoffman ne
Il laureato, per altri ancora è
semplicemente una bella canzone. Una coppia di
sessantenni si abbraccia e si bacia, e un brivido
mi percorre la schiena. Una ragazza, dopo le prime
note, si gira verso di me e mi chiede è
lei, vero? È Sound of Silence'
e si compiace dopo aver ricevuto la mia conferma.
E un attimo magico, per quanto mi riguarda
lunico vero momento collettivo in una serata
dominata dalla confusione. Finito il pezzo continuo
il mio peregrinare e giungo a piazza Venezia.
Qui mi siedo sul marciapiede e mi ascolto gli
ultimi pezzi eseguiti. Accanto a me un gruppetto
di persone si lancia in arditi passi di danza,
alcuni ragazzi suonano Sound of Silence
alla chitarra, incuranti del resto della scaletta,
tre bambini giocano con dei palloncini. Ecco,
questo è levento più bello
della serata, una città che scende in strada
per vivere, per camminare sui sampietrini. Ed
è curioso pensare come ciò che potrebbe
essere naturale nasce solo da un pretesto, quello
di un concerto di due persone col nome famoso
e con un paio di canzoni celeberrime. Roma, nonostante
il Luglio afoso, nonostante le ferie, nonostante
tutto, è una città VIVA, sanguigna,
che ama scherzare di sé e soprattutto è
una città che si ama, di un amore violento,
estremo, pacioso e totale. Scopro che mentre ero
a largo Magnanapoli è stata suonata Mrs.
Robinson, ma in fondo non me ne frega molto.
Perfino lAltare della Patria in questa serata
sembra bello