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SIMON & GARFUNKEL
Concerto ai Fori Imperiali (Roma) (31 luglio 2004)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Questa è la descrizione di un atto non compiuto. Avrei dovuto fare il solito pezzo, articolo recensorio di bassa/media/alta qualità, in cui far confluire tutte le annotazioni più o meno argute sullo stato di grazia di un duo che per la prima volta nel corso di una carriera oramai quasi quarantennale ha fatto capolino nello stivale italico; avrei dovuto scrivere di come sono stati eseguiti i pezzi, di come si sentiva il suono, di quanta verve Simon & Garfunkel hanno messo in mostra.

Avrei dovuto, ma non sarà così. Trainato nella multicolore folla che ha preso d’assalto la mia amatissima città non sono riuscito a vedere neanche uno spicchio di palco, non ho scorto neanche un’unghia di quello che avveniva a parecchie centinaia di metri da me. E allora non mi resta altro da fare che vestirmi dei panni del cronista e descrivere il dark side del concerto, quello su cui quasi nessuno si è soffermato, ma che probabilmente rappresenta il vero senso e la vera anima di un evento storico, ovvero la reazione del pubblico. Pubblico non mi sembra neanche il termine più adatto a definire la presenza fisica riscontrata sabato scorso (che fossero seicentomila, trecentomila, novecentomila persone mi interessa ben poco), quindi mi limiterò a chiamarla “gente”.

Verso le otto e mezzo di sera mi accingo ad affrontare la salita di via di San Gregorio che dal Circo Massimo conduce placidamente al Colosseo: la folla non sembra particolarmente numerosa e forma una lunga lingua serpeggiante. L’Anfiteatro Flavio è stato preventivamente protetto dalla folla oceanica isolandolo dalla strada grazie a una serie di grate che non solo appaiono povere di gusto estetico ma soprattutto impediscono scorciatoie salvifiche. Mi ritrovo dunque costretto a risalire via Salvi, lasciando alla mia destra la neroniana Domus Aurea, e qui mi accorgo di quanto fallaci fossero stati i miei calcoli sulla partecipazione all’evento: tre o quattro file costanti di persone sono assiepate vicino al muretto, in attesa dell’inizio del concerto. Tutto questo sarebbe assurdo già in una situazione normale, ma raggiunge vertici di parossismo indicibili se si pensa che da quella posizione non si può vedere altro che il retro del palco.

Inizio a temere per la mia serata: se siamo già ridotti così cosa potrò sperare di vedere? Scendendo giù per via degli Annibaldi (storico punto d’ingorgo per le uscite del fine settimana) perdo ogni speranza. Cocciutamente mi ficco per le viuzze, via Frangipane vicolo del Buon Consiglio, ma ovunque un muro umano mi respinge. Il concerto è iniziato nel frattempo, ogni tanto gli spessi muri dei palazzi del primo rione di Roma lasciano filtrare qualche nota, più spesso si sente l’orda di gente battere le mani e rilasciare ovazioni come fossero cleenex usati. Faticosamente arrivo a largo Corrado Ricci, punto d’incontro tra i Fori Imperiali e via Cavour: vedo un qualcosa che assomiglia vagamente a un palco, ma si tratta solo del maxischermo che funge da surrogato del concerto per i poveri sfigati che sono arrivati dopo le 16,30.

Faccio l’ultimo tentativo di infilarmi tra la gente, sembro riuscire nell’intento, percorro qualche metro ma poi mi accorgo di essermi ficcato in un vicolo cieco. Sbatto contro un’onda di persone e cerco di uscire dalla calca, mentre gli spettatori iniziano a protestare, che nessuno provi a rubargli quello spicchio di terreno che sono riusciti a conquistare! Una donna si para dal resto del mondo con le mani protese in avanti e gli occhi semichiusi in attesa di uno scontro che probabilmente non arriverà mai, un signore protesta vibratamente facendo notare che “sono qui da ore, lei non può arrivare adesso e stare vicino a me”. Dopo un buon quarto d’ora di spintoni, “scusi, mi fa passare?” e rimbrotti esco e mi ritrovo dove stavo prima. Un ragazzo si aggira con una borsa di ghiaccio appoggiata sulla guancia destra, stava fumando e un uomo si è girato e ha cominciato a prenderlo a pugni, una bambina piange a dirotto. Non tutto il mare umano si sta sollazzando a più non posso, e prima di tutti io.

Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con amici di vecchia data incontrati per caso e aver sentito per intero la versione del duo di “Dream” (carina, devo dire) e di “Scarborough Fair” decido di prendermela comoda e di raggiungere in tutta tranquillità piazza Venezia. A metà di via Tor de’ Conti mi fermo, anzi TUTTI si fermano. E’ arrivato il momento di “Sound of Silence”. In realtà l’avevo ipotizzato, ma ora la situazione è palese: la maggior parte della gente è venuta solo per sentire questa canzone. Per molti è simbolo di un’epoca, e lo si vede dagli sguardi commossi, per altri è il volto ebete e spaurito di Dustin Hoffman ne “Il laureato”, per altri ancora è semplicemente una bella canzone. Una coppia di sessantenni si abbraccia e si bacia, e un brivido mi percorre la schiena. Una ragazza, dopo le prime note, si gira verso di me e mi chiede “è lei, vero? È “Sound of Silence'” e si compiace dopo aver ricevuto la mia conferma.

E’ un attimo magico, per quanto mi riguarda l’unico vero momento collettivo in una serata dominata dalla confusione. Finito il pezzo continuo il mio peregrinare e giungo a piazza Venezia. Qui mi siedo sul marciapiede e mi ascolto gli ultimi pezzi eseguiti. Accanto a me un gruppetto di persone si lancia in arditi passi di danza, alcuni ragazzi suonano “Sound of Silence” alla chitarra, incuranti del resto della scaletta, tre bambini giocano con dei palloncini. Ecco, questo è l’evento più bello della serata, una città che scende in strada per vivere, per camminare sui sampietrini. Ed è curioso pensare come ciò che potrebbe essere naturale nasce solo da un pretesto, quello di un concerto di due persone col nome famoso e con un paio di canzoni celeberrime. Roma, nonostante il Luglio afoso, nonostante le ferie, nonostante tutto, è una città VIVA, sanguigna, che ama scherzare di sé e soprattutto è una città che si ama, di un amore violento, estremo, pacioso e totale. Scopro che mentre ero a largo Magnanapoli è stata suonata “Mrs. Robinson”, ma in fondo non me ne frega molto. Perfino l’Altare della Patria in questa serata sembra bello…





4 agosto 2004




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