Una nuova tappa nella sperimentazione ambient
di James Sidlo, per l’occasione in dimensione
live. Registrato insieme a Warren Rivera in uno
dei silo abbandonati del Blue Star Art Complex
di San Antonio, “Silo 10” è
il frutto di una coerenza artistica davvero encomiabile,
la quala porta i musicisti ad assecondare l’influenza
di un ambiente sulla musica in esso prodotta.
Per questo Silo 10 è disco del riverbero,
della vibrazione, degli accordi rimbalzanti sulle
superfici curve del grande contenitore per il
grano.
Chitarre e sintetizzatore concentrati sull’effetto
immediato e impressionistico, un po’ meno
note e looping che in altre prove di Sidlo (forse
anche per la scarsa leggibilità che l’eco
eccessivo avrebbe provocato?), niente ritmica,
nessuna concessione al pop e alcuni momenti di
grande effetto: la breve e futuribile “Memory
Game”, con un eccellente e profondo effetto
di glissando che materializza città futuribili
alla Philip Dick; “Wildlife Crossing”,
dieci minuti molto ben costruiti, dove alla prima
parte più disarticolata e avanguardista
si sostituisce un finale morbido nel quale fanno
capolino note trasognate imparentate con il Vangelis
di Blade Runner; “Bloom”, brano conclusivo
dell’album, l’unico sorretto nella
parte centrale da un looping insistito che si
stempera sempre più nel finale, spegnendosi
lentamente in una pedale tenuto sino allo sbattere
perentorio e ad effetto della porta.
Disco dalla trama eterea, ipnotica e sfuggente,
dotato di raffinatezze non sempre facili da cogliere
se non concentrandosi attentamente sulla musica,
“Silo 10” potrebbe costituire un precedente
degno di ulteriori sviluppi in direzione di una
improvvisazione ambientale che, se non potrà
mai essere molto popolare, potrebbe però,
se ben coltivata, procacciarsi nuovi sostenitori
fra i cultori dell’estemporaneità.