Oggi non si scherza. Oggi è il 666 e vado a vedere
gli Shellac - o meglio, Steve Albini - anche se
è un infrasettimanale e domattina sarà una tragedia
andare al lavoro, anche se devo rinunciare ai
miei studi serali, anche se il concerto è lontano
e devo prendere una macchina in prestito perché
la mia è fuori uso. Esco dall’ufficio e parto
in direzione di Bologna. Quando arrivo mi stupisco
della poca gente all’ingresso della tenda dell’Estragon,
ma poi realizzo: i fan degli Shellac, ormai, non
vanno più a scuola. La tenda, infatti, si riempie
con un ritmo costante, un ritmo che segue quello
di chiusura degli uffici, delle fabbriche, le
ultime corse dei trasporti pubblici serali. Abbiamo
tutti una divisa anni ‘90, barba incolta, molti
hanno gli occhiali con la montatura nera, tutti
con delle facce meravigliosamente sfinite.
Sul palco salgono i Three Second Kiss, power-trio
bolognese prodotto da Steve Albini in persona.
Math-rock nudo, crudo e spinto alla follia, quello
per cui devi disimparare i tempi pari, gli accordi
maggiori e le melodie vocali. Il problema è che
noi, stasera, vogliamo muovere la testa su e giù
come facevamo quindici anni fa, quando ancora
la barba non c’era, e i TSK non si prestano a
questo tipo di coinvolgimento. Devi guardarli
e pensare. Serve concentrazione. Non puoi seguirne
il ritmo, perché ritmo non ce n’è, ma solo matematica
pura ed applicata. E neppure puoi astenerti dall’applaudirli,
bravi e precisi come sono. Perciò attendiamo.
Attendiamo che finiscano, salutino ed escano di
scena, sempre accompagnati da una buona dose d’applausi,
qualche grido e folate di nicotina.
Appena Steve Albini mette il naso fuori per accordare
la chitarra, viene accolto da un boato gigantesco.
Siamo tutti qui per lui - quelli che almeno cento
volte nella vita hanno pronunciato la frase “oh,
è prodotto da Steve Albini…” - in completa e sacra
adorazione. Gli Shellac sono fisicamente meravigliosi
anche da vecchi: un batterista che sembra Buffon
magro e scheletrico, ma tosto e indemoniato; il
bassista ch’è diventato come John Goodman e che
sorride spesso; e Steve Albini, sempre con la
chitarra legata in cintura, gli occhialini da
nerd e i siparietti comici tra un pezzo e l’altro.
Fanno quasi al completo i primi dischi, seguiti
spesso dalle nostre teste ciondolanti e dalle
corna alzate ogni volta che raddoppiano la lunghezza
di un pezzo. Il concerto dura quasi due ore e
sono quasi due ore di gioia carnale. Una specie
di sabba a un dio del noise-rock di nicchia.
Si chiude tutto con “Prayer to God”, col suo
inno generazionale “Kill him, fuckin kill him,
Kill him, just fuckin kill him. Kill’em already,
kill’em already, Kill him” che cantiamo lacrimosamente
in coro, soddisfatti, nostalgici, stupidamente
felici. E ora tutti a casa, ché domani, noi della
generazione adolescente all’inizio dei ’90, noi
del pubblico di stasera, domani non si scherza,
domani si lavora. A forza di reunion e overdose
di nostalgia, quest’anno, cominciamo davvero a
sentirci vecchi.
collegamenti su MusiKàl!
Three Second Kiss - Concerto
a Live in Kalporz! - Calamita (RE)