Qualcuno
si ricorda degli Stone Temple Pilots? Quel gruppo
di San Diego tanto bistrattato negli anni '90 per
il fatto di essere troppo simile a band più
famose e forse più ispirate come Nirvana,
Pearl Jam,
Soundgarden? Bene, a distanza di quasi due lustri
dall'esplosione del "Seattle Sound" e
dopo due anni dal loro fortunato "No. 4",
la band di Weiland e DeLeo tornano con un album
che vuole lasciarsi alle spalle l'esperienza grunge
e prenotarsi un posto in prima fila nel nuovo millennio.
"Shangri-La Dee Da" è un buon disco,
in cui trovano spazio canzoni pesanti e tirate,
ma soprattutto ballate riflessive e melodiche.
L'album esordisce con "Dumb Love", brano
particolarmente robusto, sostenuto da un riff micidiale
in stile Black Sabbath; uno dei migliori brani del
disco, anche se qui la voce di Weiland si rivela
piuttosto anonima. L'atmosfera pesante continua;
in "Coma" l'energia dell'hard rock si
sposa con scratch rubati all'hip hop (una pennellata
di nuovo come va tanto di moda!). "Hollywood
Bitch" è decisamente più rock
and roll e divertente; purtroppo, anche qua la voce
di Weiland viene mascherata da effetti e cori.
Ma scoprire l'anima "arrabbiata" degli
Stone Temple Pilots non basta per capire questo
disco. "Shangi-La Dee Da" è costellato
di delicate ballate probabilmente improponibili
un decennio fa per una band di questo tipo. Le atmosfere
si fanno soft, a volte country e altre volte addirittura
"inglesi". "A Song For Sleeping",
coerentemente con il suo titolo, è una piacevole
ballata dall'andamento "slow country".
Alcuni brani si distinguono per la loro capacità
di fondere atmosfere tranquille e rilassate con
recuperi potenti e grintosi, come "Bi-Polar
Bear", in cui la strofa sulla soglia del silenzio
va a sfociare in un riff che si fa sentire, o come
"Hello It's Late", uno dei brani più
riusciti dell'album.
In questo disco si fa apprezzare DeLeo, versatile
chitarrista in grado di passare con disinvoltura
da situazioni hard rock a fini arpeggi acustici.
Altrettanto convincente non sembra rivelarsi la
voce di Scott Weiland; un timbro poco significativo,
non particolarmente incisivo. I confronti-scontri
con altri mostri sacri come Cobain o Vedder sono
indubbiamente lontani.
Ciò che convince invece è la buona
ispirazione del gruppo; il disco risulta infine
piacevole e, anche se pressoché privo di
spunti realmente originali, vale la pena di essere
ascoltato, soprattutto da quegli orfani del grunge
stanchi di comprarsi i dischi "live" dei
Pearl Jam.
1. Dumb Love
2. Days Of The Week
3. Coma
4. Hollywood Bitch
5. Wonderful
6. Black Again
7. Hello It's Late
8. Too Cool Queenie
9. Regeneration
10. Bi-Polar Bear
11. Transmissions From A Lonely Room
12. A Song for Sleeping
13. Long Way Home
I
commenti
Peterpan 15 agosto 2002
Cd
di qualità medio-alta,però non
toccate la voce di Cobain (é unica-
Riascoltatevi cosa riesce a fare in "Plateau"
Simone 10 agosto 2002
....le
canzoni di un periodo riflettono il malessere
sociale e le aspettative tradite dell'epoca
in cui vengono prodotte....
mara 17 luglio 2002
Weiland ha una voce eccezionale e il disco
è a dir poco
perfetto....
maumar 2 luglio 2002
Un album che oltre a sottolineare l'indubbia
versatilita' vocale
di Weiland, si pone come risultato di una
raggiunta maturita'
artistica.Ottimo ancora una volta l'apporto
di Brendan O'brien
gyc 3 giugno 2002 Scott
Weiland canta benissimo, altro che kurt cobain
max 2 aprile 2002
abbandonando
le irruzioni melodiche di tiny music non mi
convincono molto..spero nel prossimo album
malymaly_shangri@libero.it
16 gennaio 2002
trovo
che il disco sia particolarmente piacevole
e molto ben suonato. Le progressioni armoniche
sono notevoli e la voce di Scott mi sembra
incredibile(soprattutto su coma)!!!!
GAIZGA 10 novembre 2001
ANKE
SE SI SONO COMMERCIALLIZZATI UN Pò,RIMANGONO
SEMPRE DEI
GRANDI,INFATTI SONO UNO DEI MIEI GRUPPI PREFERITI!!!
daneshflsciar@tin.it
9 settembre 2001
Definire la voce di Weiland priva di originalità
mi sembra a dir poco opinabile!!!