A poco più di un anno di distanza da
“Each One
Teach One”, doppio cd capolavoro vincitore
dei MusiKàl!
Awards, il gruppo di Kid Millions e Bobby
Matador torna sulla piazza, presentando il nuovo
lavoro “Secret Wars”.
E stupefacendo fin dal primo brano: l’ammaliante
trama di “Treasure Plane” si sviluppa
con un andamento molleggiato, psichedelico, destinato
a perdersi in una corsa sonora sfrenata e carica
di riverberi, con il basso in evidenza. Gli Oneida
sono sempre disposti a straniare il proprio uditorio,
e non si smentiscono. Ossessionante e pregno dell’essenza
tipica della band “Ceasar’s Column”
- memoria della loro tournée italiana dello
scorso anno? - dove una batteria metronomica accompagna
l’opprimente pestare di tastiere sul quale
si elevano voci apparentemente rilassate; il brano
diventa una vera e propria marcia - con rintocchi
metallici in sottofondo - angosciante, pervadente,
irrefrenabile e snervata.
La fusione tra post-punk, avanguardia e psichedelia
continua ad essere l’elemento portante del
sound caratteristico dei tre statunitensi, come
dimostra ampiamente “Capt. Bo Dignifies
the Allegations with a Response”, dove una
trama orientaleggiante è dileggiata da
irruenze punk e reiterazioni infinite, definendo
alla perfezione un divertissement caustico. C’è
anche una “Wild Horses”, ma non c’entra
niente con lo stranoto brano dei Rolling
Stones: una chitarra acida si lancia in una
ballata che ricorda molto rock dei primi anni
’90, sorprendendo non poco. Sinceramente,
era proprio quello che non mi sarei mai aspettato
dagli Oneida, ma tant’è… dopotutto
a ricordarmi di fronte a chi mi trovo ci vuole
veramente poco: si passa dal pathos di “Wild
Horses” alla cupa follia profondamente scorbutica
di “$50 Tea”, quasi cinque minuti
di immersione totale in un minimalismo che fa
della deformità e dell’industrialismo
caotico il proprio credo incrollabile.
Il kraut rock non è certo passato invano,
a sentire qui. La chitarra si fa padrona della
situazione nell’instabile e ammaliante incedere
di “The Last Act, Every Time”, ninna
nanna per ectoplasmi drogati, delicata eppure
non esente da reiterazioni e visioni ossessionanti
- come tutte le ninna nanne, o no? -, e nella
catarsi più propriamente rock di “The
Winter Shaker”, ennesima metamorfosi della
band, camaleontica come non mai nello spaziare
da un’intuizione all’altra, in una
“danza delle derivazioni” che a ben
vedere ha quasi dell’unico nel panorama
contemporaneo.
E a chiudere il tutto ci pensa “Changes
in the City”: laddove “Double Lock
Your Mind” metteva fine con un’improvvisazione
orgiastica hard-rock con intermezzo punk ad “Anthem
of the Moon” e “Sheets of Easter”
apriva istericamente il cd 1 di “Each One
Teach One” trascinando l’ascoltatore
in quattordici minuti di trance totale, annebbiamento
del cervello e reiterazione infinita, qui ci troviamo
di fronte a un quarto d’ora di pura e semplice
jam improvvisata che sembra provenire diritta
diritta dal 1969, perdita di coscienza, espansione
degli orizzonti, trip lisergico in assenza di
gravità.
Il suono, e qui sta la vera novità del
disco, si è fatto più preciso, levigato,
curato, ma contiene al suo interno il medesimo
germe distruttore che ha prodotto fino a questo
momento, dal 1997, sei album e due EP: queste
“guerre segrete” rappresentano il
terzo capolavoro consecutivo di una band miracolosa,
salvifica, indispensabile. Raggio di sole nel
bianco cielo nuvoloso di gennaio. Com’è
il detto? “Il buongiorno si vede dal…”;
benvenuto, 2004.
collegamenti su MusiKàl!
Oneida - la Kalporzgrafia