Era attesa con impazienza dagli addetti ai lavori
l'uscita dell'ultimo album dell'indecifrabile
Beck.
Certo, la scena musicale ora è piena di
profeti o dichiarati tali, che si vantano di aver
creato sound rivoluzionari o generi sbalorditivamente
originali. Ma Beck Hansen ha rappresentato veramente
qualcosa di nuovo per tutti.
"Loser", singolo epico e ormai datato,
divenne presto un fenomeno di massa e un evento
ben al di là dei confini californiani e
di quello che i dati di vendita, certamente lusinghieri,
possono descrivere.
Beck diventò il simbolo della X Generation,
un folletto sperimentale, un sognatore caustico,
uno gnomo inafferrabile.
Cosa è rimasto di quel Beck?
Poco o niente. Quel Beck Hansen non esiste più.
Dimenticatevi "Loser", dimenticatevi
album come "Odelay", il suo gioiello,
e dimenticatevi le liriche criptiche. In questo
album si parla di amore, di uccellini blu alla
finestra e di introspezioni romantiche. Niente
più slang giovanile come in "MTV Makes
Me Want To Smoke Crack" o "Novacane",
tradite le atmosfere blues di "Hotwax",
abbandonate le sperimentazioni garage o elettroniche,
Beck si (ri)veste da song writer.
Sia ben chiaro, "Sea Change" è
un lavoro eccelso, ottimamente suonato e ancor
meglio arrangiato, prettamente acustico, al limite
folk, con sontuose performance di archi persuasivi
e perfettamente coinvolgenti.
Come in "Mutations" (1998), meglio
che in "Mutations", la forza delle liriche
si fa sempre più apprezzare. E' dolce e
rilassante "The golden age", pezzo che
apre l'album, così come "Guess I'm
doing fine" dove la chitarra si eleva in
un ritmo malinconico, quasi esclusivamente acustico.
A tratti Neil
Young, a tratti Nick
Drake, Hansen continua su ottimi livelli e
l'album trae sicuro giovamento dalla sua ritrovata
vena di paroliere.
Ed è forse questo il fatto più
sorprendente: la maturità dell'ormai trentenne
artista californiano lo ha portato a riprendere
il discorso interrotto qualche anno prima, ripercorrendo
i sentieri che portano alla meditazione, alla
ricerca semantica, ciò nonostante ampliando
lo spettro di sonorità dalle quali attingere.
E se in "Lonesome Tears" gli archi si
innestano alla perfezione tra liriche dolci-amare,
ecco che "All in your mind" e "Already
dead", nelle quali la semplicità dell'eccellente
chitarra si fonde alla perfezione con la sua voce
calda e con versi che rasentano la poesia, rappresentano
forse il punto più alto dell'intero lavoro.
In definitiva un album da avere a tutti i costi,
un piccolo gioiello che è già un
classico, un'opera grandiosa che non potete lasciarvi
sfuggire, un capolavoro.
Ma se cercate suoni lo-fi, sperimentazioni garage
o riverberi diindustrial rock, quello non è
più affare di "questo" Beck Hansen.
Cercatele piuttosto in "Odelay" (1996).
Quello sì era rivoluzionario
.
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