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PETER GABRIEL
Scratch My Back (Virgin, 2010)
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di Simone Dotto scrivi un'email

Avanti di questo passo e il popolo di Peter Gabriel verrà sorpreso da un infarto collettivo: ci aveva già pensato il progetto “Big BlueBall” ad interrompere, almeno in parte, i letarghi pluriennali che solitamente scandiscono le uscite dell’ex Genesis. E oggi, nemmeno due anni più tardi, già un altro disco a suo nome raggiunge gli scaffali. Per non farsi prendere dal panico, i più certosini avranno già fatto rientrare l’emergenza, catalogando entrambi i dischi sotto la voce “Gabriel minori”. E in effetti, “Scratch My back” è soltanto una raccolta di cover o, per meglio dire, il lato A di un progetto più ampio che a breve vedrà interprete e interpretati scambiarsi il posto e il repertorio.
Per la cronaca, anche quando si tratta di frugare nel lavoro degli altri il songwriter inglese mantiene il fiuto e la sensibilità dei bei tempi: per non accomodarsi sul canzoniere di coetanei e vecchi amici (che pure ci sono, da Paul Simon ai Talking Heads) si fa consigliare ascolti nuovi di zecca dalle figliole (Bon Iver, Regina Spektor) scopre altri spiriti affini tra i grandi del momento (Radiohead, Arcade Fire) e dice anche di aver ritrovato un po’ della sua giovinezza nella complessa produzione dei conterranei Elbow – venendo così incontro alla definizione che Guy Garvey ha sempre dato della propria musica: ‘prog without solos’.

Chi più chi meno, tutti i nomi della lista verrebbero per loro natura incontro al pop elettronico-minimale del nostro, non fosse che – e qui sta la notizia – oltre alle vesti di autore questa volta Gabriel abdica anche quelle dell’abile sperimentatore di suoni. Unici strumenti a disposizione, pianoforte, gli archi e la voce, così da potersi avvicinare quanto più possibile a colei che, dice, è stata la prima e più grande ispirazione: Nina Simone.
Lasciamo gravare il peso del paragone sulle robuste spalle del suo autore e godiamoci soltanto questa rassegna di reinterpretazioni: piacevoli, ben eseguite anche se prive di grossi stravolgimenti rispetto alle partiture originali. Qua e là le nuove versioni mettono l’accento sull’aspetto più drammatico dei brani: in “My body is a cage”, ad esempio, si alzano parecchio i toni, mentre “Listening Wind” viene esplicitata per quelle venature evocative che l’originale (compresso nello storico “Remain in Light”) un po’ mortificava. Il resto scorre gradevole e garbato, forse anche troppo. Dei grandi lavori manca, soprattutto, quell’architettura solo apparentemente “semplice” ma che poi sapeva costringerti ad ascoltare e riascoltare ogni singolo brano, senza mai la certezza di aver colto tutti i piccoli particolari nascosti. Ma per riavere fra le mani un risultato del genere, forse, sarebbe stato necessario scontare qualche annata di “letargo” in più.

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1 marzo 2010


Track list:

1. Heroes (David Bowie)
2. The Boy in the Bubble (Paul Simon)
3. Mirrorball (Elbow)
4. Flume (Bon Iver)
5. Listening Wind (Talking Heads)
6. The Power of the Heart (Lou Reed)
7. My Body Is a Cage (Arcade Fire)
8. The Book of Love (The Magnetic Fields)
9. I Think It's Going to Rain Today (Randy Newman)
10. Après moi (Regina Spektor)
11. Philadelphia (Neil Young)
12. Street Spirit (Fade Out) (Radiohead)



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