Chitarra, basso e drum machine, questo serve agli Schonwald per portare a Napoli un'oretta di intenso e palpitante rock scuro, sporco e pungente. Musica che sì rievoca un passato glorioso (quello newyorkese di 20-30 anni fa) ma che non teme contaminazioni e sperimentazioni con i nuovi e pratici linguaggi digitali.
Il nuovo progetto di Alessandra e Luca dei (P)itch, richiama con le sue promesse di felicità "soniche" un discreto pubblico al Mamamù, che facilmente si lascia trasportare dal mix rumoroso e elettronico del duo, nonostante il palco essenzialmente minuscolo e spoglio non sia quello delle migliori occasioni e nonostante tutti pericoli strutturali per la normale respirazione insiti nell'architettura oppressiva e catacombale del locale.
La band presenta dal vivo i brani del disco di debutto "Amplified nature" (disponibile in vinile + cdr), mostrandosi sicura e quadrata, sia dal punto di vista musicale che scenico. Sulle prime l'impressione generale è quella di star assistendo e partecipando a un, più o meno conscio, culto celebrativo ai Sonic Youth, il ché di per sé non è affatto un male! La cantante gioca a fare la Kim Gordon, ricalcandone le pose vocali e fisiche; il chitarrista, oltre al caschetto alla Thurston Moore (che, per dovere di cronaca, a Napoli è proverbialmente e precedentemente di Nino D'Angelo), ordisce minimalismi chitarristici e deflagrazioni di rumore dal sapore esplicitamente (no) new-wave. Eppure c'è personalità, che pezzo dopo pezzo s'insinua e poi s'impone come manifestazione di genuina attitudine e onestà. Le canzoni, dalla struttura semplice e lo-fi, risultano interessanti e immediate, senza essere troppo e inutilmente ammiccanti: "Fake Love" esplode come equa commistione di ritmiche ossessive elettroniche, melodia obliqua e dissonanze rock; il synth di "Slow milk" incanta col suo incidere dark, alienante e vagamente elegiaco, che resta incollato alla mente.
Il resto è un inseguirsi e mescolarsi di suoni crudi e ipnotici, feedback e dilatazioni psichedeliche ("Years Mounts Weeks Days"), drones e (dis)armonie sensuali ("Our Revolution"), digitalismi voodoo e attraenti melodie bubblegum ("One Day Soubrette"). Il pubblico sorride e fotografa, si guarda intorno per riconoscere qualche faccia conosciuta di maispeis, beve drink e, quando la musica si fa più incisiva e incalzante, muove un po' il culo a destra e sinistra. Alla fine del generoso concerto, gli Schonwald si fermano a chiacchierare e a vendere copie del disco ai piedi del palco e tutti sembrano contenti, artisti e pubblico. Cosa chiedere di più a un sabato sera piovoso?
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