I Two Gallants (da un racconto di James Joyce,”I
due galanti” appunto, di “Gente di
Dublino”), interrompono il silenzio discografico
seguito ai buoni riscontri (di critica soprattutto)
del precedente “What The toll tells”,
dando alle stampe un ep di cinque pezzi, “Scenery
of Farewell”, che sfiora quasi la mezz’ora
di durata ed anticipa di qualche mese l’album
vero e proprio, il terzo per la band di San Francisco,
che dovrebbe vedere la luce in autunno. Le canzoni
sono state composte durante il l’ultimo
tour e poi registrate a San Francisco nel gennaio
di quest’anno con l’apporto fondamentale
di un terzetto d’archi (violino, violoncello
e contrabbasso).
Le peculiarità stilistiche
di questo gruppo non mutano poi molto: nella
sostanza siamo sempre di fronte ad un country-folk
disadorno e pungente (a tratti fin troppo ortodosso
nella forma) dalla vocazione intrinsecamente
narrativa. I Two Gallants cercano infatti nelle
loro spesso e volentieri lunghissime canzoni
di rinnovare e attualizzare la lezione di grandi
maestri della tradizione folk americana come
Pete Seeger e Woody Guthrie, srotolando la pergamena
screpolata di interminabili e polverosi romanzi
orali. Le esperienze più prossime a questo
approccio risultano oggi soprattutto Bonnie Prince
Billy, Bright Eyes, Devendra Banhart e Bill Callahan,
a tratti forse i Wilco. Di loro i Two Gallants
ci mettono una severità quasi ieratica
e una veste frugale e pensosa che probabilmente
nelle passate produzioni era emersa solo a sprazzi.
Sin dal titolo questo “Scenery of Farewell” si
configura come un album fatto di addii, di partenze
e di lontananze, di frontiere invisibili in cui
ad emergere è soprattutto la voce di Adam
Fontane, vibrante e corrugata come una corteccia
incisa da cicatrici profonde, e la sua chitarra,
ruvida e dura come il pane secco. Colpisce l’iniziale “Seems
like home to me”, con i suoi cori rituali
quasi gospel e la sua tellurica progressione,
così come “All your families loyalties” e “Ginger
on”, canzoni nude, scalze, verrebbe quasi
da dire francescane, canzoni in cammino come
viandanti o pellegrini solitari che appartengono
solo al loro viaggio attraverso le pieghe di
un’America che già Dylan, Young
e Cash avevano saputo attraversare e raccontare.
Nelle preghiere e nelle parabole di “Lady” e “Up
The Country” affiora invece un songwriting
che necessita forse di ulteriori affinamenti
stilistici e di una maggiore caratterizzazione
della cornice strumentale, troppo monotona e
uniformemente schiacciata su un soliloquio che
non riesce a schiudersi del tutto. Il futuro
album, che ha buone possibilità di bissare
e incrementare il successo del suo predecessore,
saprà fornire senz’altro in questo
senso indicazioni più dettagliate.
collegamenti su MusiKàl!
Pete Seeger - We
Shall Overcome - The Seeger Sessions
Woody Guthrie - Dustbowl Ballads
Bonnie Prince Billy - The Letting Go
Bonnie Prince Billy - Summer
In The Southeast
Bonnie Prince Billy - Master and Everyone
Matt Sweeney and Bonnie
'Prince' Billy - Superwolf
Bonnie "Prince" Billy & Tortoise - The Brave And The Bold
Bright Eyes - Cassadaga
Bright Eyes - Motion Sickness
Bright Eyes - Concerto al Transilvania Live (Milano)
Bright Eyes - I'm
Wide Awake, It's Morning
Bright Eyes - Digital Ash In A Digital
Urn
Devendra Banhart - Cripple Crow
Devendra Banhart - Nino Rojo
Devendra Banhart - Rejoicing In The Hands
Bill Callahan - Woke On A Whaleheart
Wilco - Kicking Television - Live
In Chicago
Wilco - A Ghost Is Born
Wilco - Yankee
Hotel Foxtrot
Bob Dylan - la Kalporzgrafia
Neil Young - le recensioni
Johnny Cash - American
V - A Hundred Highways
Johnny Cash - American Recordings IV: The Man Comes
Around
Johnny Cash - American III: Solitary Man