Non capita quasi mai, ma ci sono dischi in cui
il genio di chi li ha composti trabocca da ogni
parte. E, cosa ancora più rara, ci sono
album in cui le idee, per quanto geniali, non
soffocano la musica, ma la accompagnano per rendere
le canzoni davvero speciali. In “Scale”
succede tutto questo: è un album politicizzato
ma orecchiabile in maniera sublime; concettuale
(probabilmente servirebbe un piccolo saggio per
ognuno degli undici brani, per capire da dove
arrivano tutti quei meravigliosi suoni) eppure
godibilissimo; debitore tanto dell’avanguardia
della musica concreta quanto del più classico
jazz da big band.
Herbert non arriva alla complessità formale
di “Plat du jour”, ma la miriade di
suoni con cui ha costruito queste canzoni è
comunque impressionante: i messaggi lasciati in
una segreteria telefonica, una batteria suonata
sott’acqua o in una macchina lanciata a
folle velocità, meteoriti, bare, lamiere…
verrebbe quasi voglia di suonare questo disco
secondo per secondo, per godere perfettamente
degli eccezionali incastri timbrici e ritmici.
Oppure, l’altra soluzione è quella
di lasciar scorrere “Scale” senza
preoccuparsi di etica sonora, concettualità
e motivazioni politiche; quello che si incontra
è un album di jazz sontuoso, con un suono
talmente ricco da lasciare sbalorditi, con la
voce morbida di Dani Siciliano adagiata di volta
in volta su tappeti diversi: splendidi archi e
disco anni ’70 (“Moving like a train”),
atmosfere da musical (“We’re in love”,
dove quasi ci si aspetta di veder spuntare Mary
Poppins), ballate psichedeliche frastornanti (“Down”)
e ritmiche incredibilmente complesse (“Just
once”, o la strepitosa “The movers
and the shakers”).
Ma l’album scorre anche a un livello più
profondo, quello dei testi, che rischiano di passare
in secondo piano di fronte a una tale ricchezza
di suoni: attacchi frontali all’imperialismo
occidentale, condanne senza appello a un mondo
schiavo del petrolio e condannato ad autodistruggersi.
“Non succede nulla di essenziale in assenza
di rumore”, scrive Jacques Attali, e Matthew
Herbert traduce questa frase in realtà:
in “Scale” il suono racconta storie,
intrattiene, polemizza, seduce. Chi altro riesce
a creare musica talmente complessa da risultare,
paradossalmente, semplice?