“S.F. Sorrow is Born”: inizia con
un’affermazione inequivocabile l’album
che segnerà l’ingresso dei Pretty
Things di Phil May e compagnia. La strumentazione
usata, la circolarità acida dei suoni,
i riflessi policromi della loro musica sono segnali
altrettanto inequivocabili del salotto culturale
che la band era solita frequentare: “Bracelets
of Fingers” si apre con i “Love, Love…”
che riportano alla mente gli Who di “Sell
Out” e prosegue con un cantato che non è
certamente immune da riferimenti al dinoccolato
incedere vocale - trasognato e ironico - che faceva
spopolare la voce di John Lennon su tutte le radio
del regno unito.
Eppure, nonostante gli inequivocabili riferimenti
musicali, il progetto portato avanti dai Pretty
Things ha al suo interno qualcosa di molto più
complesso, di molto più articolato, di
molto più arduo. Può sembrare cosa
da poco detta ai primi vagiti del 2004 ma ci troviamo
di fronte alla prima “opera rock”
della storia: passo dopo passo seguiamo la vita
di Sebastian F. Sorrow, dalla sua nascita fino
alla desolazione di una vecchiaia passata solo
con le sue memorie, dopo aver attraversato guerre,
lutti, perdite di coscienza nella droga.
Prima di “Tommy” o di “The
Wall” i Pretty Things tracciano un universo
malato, violento, nelle cui vene marce crescono
i primi sintomi di pazzia, una pazzia senza consolazione,
senza via d’uscita. Laddove gli Who e i
Pink Floyd
concludono le loro partiture con una luce di speranza,
animati da un furore che cerca di abbattere fisicamente
gli ostacoli che trova davanti, “S.F. Sorrow”
si abbandona alla malinconia folk di “Loneliest
Person”; non c’è più
spazio per la rabbia, non ha più alcun
senso combattere.
E in mezzo? E in mezzo l’ascoltatore viene
bombardato da un caleidoscopio di idee, di immagini
e di visioni che non hanno eguali nella musica
dell’epoca: “She Says Good Morning”
è una sfrenata marcetta dilaniata da sfrigolii
sonori, realmente capace di mettere di buon umore,
parente stretta delle atmosfere a metà
tra il cinico e il sognante tanto care ai Kinks.
Straordinaria la lucida critica alla guerra di
“Private Sorrow”, che ha in sé
l’alchimia stralunata di un Barrett e la
disanima sociale di cui si era fatto portavoce
Davies, fino a terminare in improbabili fanfare
zittite dal ritmo secco del tamburo, destinato
a trasformarsi nell’ossessionante incedere
di “Balloon Burning”, ovvero l’America
secondo i Pretty Things, con tanto di deflagrazione
centrale in un assolo sfrenato, che simboleggia
tanto la caduta del pallone aerostatico nel quale
perde la vita la fidanzata del buon Sorrow tanto
la caduta del sempiterno “american dream”,
destinato a dissolversi nei fumi psichedelici
- e psicotropi - nei quali si rifugia la mente
del protagonista, i cui prodromi sono presenti
già nell’angosciante e frastornato
lamento funebre di “Death”, nel quale
esplodono dilatazioni sonore improvvise quanto
attanaglianti.
Il “Baron Saturday” che compare nel
brano successivo è un semplice pusher,
tratteggiato come un incrocio tra il vaudeville
brechtiano di Kurt Weill e il suono pastoso e
tirato della black music - e la digressione percussiva
centrale è a dir poco travolgente -, con
tanto di straniata ipotesi pastorale. “The
Journey” e “I See You” sono
la caduta definitiva nell’acidità
lisergica del trip allucinogeno, con Sorrow oramai
sballottato completamente dagli eventi - e la
voce instabile e drogata di May descrive la condizione
psicofisica del personaggio con una partecipazione
commovente -, mentre “Well of Destiny”
è il risveglio dal sonno, con la consapevolezza
di ritrovarsi nuovamente nell’incubo.
Gli ottundenti riverberi, le insopportabili acidità
della chitarra, il loop organistico non concedono
nulla alla gioia, prima di svanire improvvisamente.
“Trust” sembra tornare alle atmosfere
iniziali dell’album, ma non c’è
più spazio ormai per la vitalità
sprigionata da “She Says Good Morning”,
rimane solo una memoria del passato, non tangibile,
impossibile da far rivivere. Alla fine dei sogni,
l’uomo rimane malinconicamente solo, ma
quantomeno consapevole e non più in balia
degli eventi. In “Old Man Going” i
Pretty Things si lanciano nella descrizione della
vecchiaia più pirotecnica che sia mai stata
pensata, ma è un fuoco di paglia destinato
ad estinguersi nell’acustica dolente di
“Loneliest Person”. Il brano che va
a chiudere un album perfetto, assolutamente impedibile,
al di là (forse) delle stesse capacità
dei suoi creatori, mai più in grado di
mantenersi a questi livelli.
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