Esattamente quarant’anni dopo la loro ultima
esibizione romana allo Stadio Flaminio (6 luglio
1967) i Rolling
Stones tornano nella capitale con il loro
“A Bigger Bang Tour”, iniziato addirittura nel
2005 e da molti indicato come il probabile atto
conclusivo dell’infinita avventura live del gruppo.
Sono ormai anni e anni in realtà che si
parla di capolinea, di ultimo spettacolo, di scioglimento
e via dicendo – praticamente ad ogni nuovo tour
– ma le vecchie pietre rotolano ancora piuttosto
bene e tanto ci basta. I gufi sono tanti, critici
noti e meno noti, più o meno faziosi, tutti
accomunati dalla voglia matta di veder spegnersi,
una volta per tutte, l’ultimo, ostinato mito del
rock da sempre in attività; di poter consegnare
definitivamente alla storia gli oltre quattro
decenni di ininterrotta e infaticabile carriera
di una band che se un tempo scandalizzava per
la sua trasgressività, oggi disturba molti
per la sua persistenza, per la sua costante capacità
di inserimento (più ancora che adattamento)
nella realtà musicale contemporanea: outsider
fastidiosi per molti perché tuttora in
grado, specie dal vivo, di mettersi sotto i piedi
molti nipotini. Se Keith Richards, fra artrite,
trauma cranico e abusi vari non è più
quello di una volta, Mick Jagger al contrario
appare sempre più come un autentico emblema
del professionismo, l’autentico perno della band,
al di là della leggendaria doppia firma
apposta ai brani del repertorio. Con una voce
spesso più pulita e intonata che in passato
e una forma fisica che rasenta il fantascientifico
il vocalist di Dartford si è ormai lasciato
indietro il compagno di parecchie lunghezze. Se
i Rolling Stones valgono ancora il prezzo stratosferico
di biglietti come quello di Roma lo si deve sostanzialmente
a lui: un front-man tuttora paradigmatico che
non si risparmia, dal primo all’ultimo minuto.
Insieme a lui sospinge la nave quel motore silenzioso
che riponde al nome di Charlie Watts, in grande
forma nonostante la lotta con la malattia. Profetiche
le parole pronunciate da Jagger qualche tempo
fa: “i Rolling Stones cesseranno di esistere quando
Charlie Watts smetterà di suonare”. Ma
l’uomo silenzioso, l’uomo del lavoro oscuro non
sembra intenzionato a mollare le bacchette.
Il punto debole, molle, appare piuttosto, e un
po’ paradossalmente, quello della coppia d’oro
dei bagordi Richards/Wood. Instabile e imprevedibile
come non mai, protagonista anche recentemente
di una performance talmente indecente da fare
andare su tutte le furie Jagger, il re del riff
è apparso a Roma nonostante tutto in buona
forma, efficace anche nel canto di “You Got The
Silver” e “Happy”. Il classico dialogo rollingstoniano
delle chitarre però, complice anche un
audio non proprio brillantissimo, misteriosamente
ondivago, si è spesso risolto in un unico
muro di suono compatto e piuttosto insapore. Se
pressoché vano è pretendere una
qualità del suono ottimale in concerti
di tale mole, è altrettanto vero che vedere
suonare la chitarra ma di fatto non distinguerne
la linea non è mai molto gratificante.
Questo incoveniente è apparso particolarmente
evidente in brani con attacco bruciante come “Satisfaction”
o “Jumping Jack Flash” nei quali, esauritosi il
riff iniziale, la linea melodica andava spesso
e volentieri a farsi friggere. Per quanto riguarda
la scaletta, trattandosi di fatto di uno dei bonus
del tour dell’anno scorso, i Rolling hanno potuto
permettersi di trascurare l’ultimo album “A
Bigger Bang” in favore dei classici di sempre:
da segnalare in particolare il recupero di “Paint
It Black”, uno dei pezzi più leggendari
e amati della band e da troppi anni poco eseguito
nei concerti nonostante la sua sempre intatta
energia rock.
Grande spettacolo dunque all’Olimpico – stadio
indubitabilmente più “caldo” e ospitale
di S. Siro e forsanche acusticamente migliore
– con i soliti effetti pirotecnici a cui ormai
da anni ci hanno abituati gli Stones: la classica
lingua gonfiabile, palco mobile che si sposta
al centro del prato, fuochi d’artificio e fiammate
che a Milano, a causa della struttura dello stadio,
non era stato possibile mostrare. Qualche parola
infine sull’invasione della platea effettuata
da un migliaio di persone discese da una delle
tribune laterali non numerate: il prezzo davvero
troppo elevato dei biglietti e l’assurdità
dei posti a sedere in un concerto del genere non
giustificano il danno, morale e materiale, arrecato
a coloro che hanno profumatamente acquistato il
diritto ad un determinato trattamento. Fuori luogo
anche la compiaciuta ironia antiborghese con la
quale qualcuno ha fatto riferimento alle proteste,
talvolta violente, messe in opera negli anni settanta
contro la musica a pagamento. Una società
che si pretenderebbe liberale non può esserlo
a più velocità: i mezzi di pressione seri
(in primis quello di boicottaggio) non mancano.
Ma una volta che si sia acquistato un biglietto
di un certo tipo, usurpare i diritti da altri
pagati di tasca propria significa violare, limitare
la libertà altrui, oltreché peccare
di ipocrisia.
SCALETTA:
Start Me Up
You Got Me Rocking
Rough Justice
Rocks Off
She's So Cold
Ruby Tuesday
Can't You Hear Me Knocking
I'll Go Crazy
Tumbling Dice
You Got The Silver
Happy
Miss You (to B-stage)
It's Only Rock'n Roll
Satisfaction
Honky Tonk Women (to main stage)
Sympathy For The Devil
Paint It Black
Jumping Jack Flash
BIS:
Brown Sugar
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