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ROLLING STONES
Concerto allo Stadio Olimpico (Roma) (6 luglio 2007)
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di Federico Olmi scrivi un'email

foto di Armando Gallo www.leorme.org

Esattamente quarant’anni dopo la loro ultima esibizione romana allo Stadio Flaminio (6 luglio 1967) i Rolling Stones tornano nella capitale con il loro “A Bigger Bang Tour”, iniziato addirittura nel 2005 e da molti indicato come il probabile atto conclusivo dell’infinita avventura live del gruppo. Sono ormai anni e anni in realtà che si parla di capolinea, di ultimo spettacolo, di scioglimento e via dicendo – praticamente ad ogni nuovo tour – ma le vecchie pietre rotolano ancora piuttosto bene e tanto ci basta. I gufi sono tanti, critici noti e meno noti, più o meno faziosi, tutti accomunati dalla voglia matta di veder spegnersi, una volta per tutte, l’ultimo, ostinato mito del rock da sempre in attività; di poter consegnare definitivamente alla storia gli oltre quattro decenni di ininterrotta e infaticabile carriera di una band che se un tempo scandalizzava per la sua trasgressività, oggi disturba molti per la sua persistenza, per la sua costante capacità di inserimento (più ancora che adattamento) nella realtà musicale contemporanea: outsider fastidiosi per molti perché tuttora in grado, specie dal vivo, di mettersi sotto i piedi molti nipotini. Se Keith Richards, fra artrite, trauma cranico e abusi vari non è più quello di una volta, Mick Jagger al contrario appare sempre più come un autentico emblema del professionismo, l’autentico perno della band, al di là della leggendaria doppia firma apposta ai brani del repertorio. Con una voce spesso più pulita e intonata che in passato e una forma fisica che rasenta il fantascientifico il vocalist di Dartford si è ormai lasciato indietro il compagno di parecchie lunghezze. Se i Rolling Stones valgono ancora il prezzo stratosferico di biglietti come quello di Roma lo si deve sostanzialmente a lui: un front-man tuttora paradigmatico che non si risparmia, dal primo all’ultimo minuto. Insieme a lui sospinge la nave quel motore silenzioso che riponde al nome di Charlie Watts, in grande forma nonostante la lotta con la malattia. Profetiche le parole pronunciate da Jagger qualche tempo fa: “i Rolling Stones cesseranno di esistere quando Charlie Watts smetterà di suonare”. Ma l’uomo silenzioso, l’uomo del lavoro oscuro non sembra intenzionato a mollare le bacchette.

Il punto debole, molle, appare piuttosto, e un po’ paradossalmente, quello della coppia d’oro dei bagordi Richards/Wood. Instabile e imprevedibile come non mai, protagonista anche recentemente di una performance talmente indecente da fare andare su tutte le furie Jagger, il re del riff è apparso a Roma nonostante tutto in buona forma, efficace anche nel canto di “You Got The Silver” e “Happy”. Il classico dialogo rollingstoniano delle chitarre però, complice anche un audio non proprio brillantissimo, misteriosamente ondivago, si è spesso risolto in un unico muro di suono compatto e piuttosto insapore. Se pressoché vano è pretendere una qualità del suono ottimale in concerti di tale mole, è altrettanto vero che vedere suonare la chitarra ma di fatto non distinguerne la linea non è mai molto gratificante. Questo incoveniente è apparso particolarmente evidente in brani con attacco bruciante come “Satisfaction” o “Jumping Jack Flash” nei quali, esauritosi il riff iniziale, la linea melodica andava spesso e volentieri a farsi friggere. Per quanto riguarda la scaletta, trattandosi di fatto di uno dei bonus del tour dell’anno scorso, i Rolling hanno potuto permettersi di trascurare l’ultimo album “A Bigger Bang” in favore dei classici di sempre: da segnalare in particolare il recupero di “Paint It Black”, uno dei pezzi più leggendari e amati della band e da troppi anni poco eseguito nei concerti nonostante la sua sempre intatta energia rock.

Grande spettacolo dunque all’Olimpico – stadio indubitabilmente più “caldo” e ospitale di S. Siro e forsanche acusticamente migliore – con i soliti effetti pirotecnici a cui ormai da anni ci hanno abituati gli Stones: la classica lingua gonfiabile, palco mobile che si sposta al centro del prato, fuochi d’artificio e fiammate che a Milano, a causa della struttura dello stadio, non era stato possibile mostrare. Qualche parola infine sull’invasione della platea effettuata da un migliaio di persone discese da una delle tribune laterali non numerate: il prezzo davvero troppo elevato dei biglietti e l’assurdità dei posti a sedere in un concerto del genere non giustificano il danno, morale e materiale, arrecato a coloro che hanno profumatamente acquistato il diritto ad un determinato trattamento. Fuori luogo anche la compiaciuta ironia antiborghese con la quale qualcuno ha fatto riferimento alle proteste, talvolta violente, messe in opera negli anni settanta contro la musica a pagamento. Una società che si pretenderebbe liberale non può esserlo a più velocità: i mezzi di pressione seri (in primis quello di boicottaggio) non mancano. Ma una volta che si sia acquistato un biglietto di un certo tipo, usurpare i diritti da altri pagati di tasca propria significa violare, limitare la libertà altrui, oltreché peccare di ipocrisia.

SCALETTA:
Start Me Up
You Got Me Rocking
Rough Justice
Rocks Off
She's So Cold
Ruby Tuesday
Can't You Hear Me Knocking
I'll Go Crazy
Tumbling Dice
You Got The Silver
Happy
Miss You (to B-stage)
It's Only Rock'n Roll
Satisfaction
Honky Tonk Women (to main stage)
Sympathy For The Devil
Paint It Black
Jumping Jack Flash

BIS:
Brown Sugar

 

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Rolling Stones - le recensioni

 



24 luglio 2007




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