Basta solo spostarsi dall’Italia. Paese che vai,
Festival (ci tengo a sottolineare la f maiuscola)
che trovi. Quest’anno ci ho dato più che mai:
giugno al Primavera Sound, luglio con l’immancabile
Benicassim. Ma quei Radiohead
lì non potevano scappare. Giusto, quindi, un ultimo
sforzo e terminare la stagione estiva di happening
internazionali con una novità, sia per quanto
riguarda i menzionati oxfordiani che per il festival
in sé: ero infatti ufficialmente vergine di entrambi.
Si finisce pertanto in bellezza, con un bagno
di folla che da noi ci sogneremmo e orari questa
volta più da Inghilterra che da Spagna. Va bene
così, il freddo che tira già dal tardo pomeriggio
non invoglierebbe a fare le ore piccole anche
ci fossero djs dopo le undici. E, almeno, al mattino
non ci si sveglia immersi in un bagno di sudore.
Venerdì 25 Agosto
Una volta Torino volava su Parigi (Orly) con
EasyJet. Ora ci hanno tolto anche questo. Per
un torinese, partire tre volte (una per le vacanze
non festivaliere) da Orio al Serio in neanche
tre mesi è un vero colpo. Drammatico. Passi ancora
la maledettissima Malpensa. Vabè. Ero con un mio
grande amico e la sua ragazza, entrambi dell’hinterland
milanese, e ci siamo dovuti svegliare alle 03.30
del mattino per partire tre ore dopo. Doppio smacco.
La cosa deprimente è che da Orio si vola su Beauvais,
sperduta località a un’ora e mezza da Parigi (un
po’ come per Londra-Stansted), il cui aeroporto
è un vero buco. La sala di ritiro bagagli è grande
due volte camera mia e ci sono solo due rulli.
Fuori, gli uffici per affittare le auto si trovano
in piccoli containers. Triplo smacco, quindi.
A questo si aggiunge il fatto che nel viaggio
in pullman verso la capitale francese mi trovavo
di fianco ad un tale che soffriva della turba
propria del geometra Calboni di fantozziana memoria:
la celebre Ventilatio Intestinalis Putrens.
E qui sono stati dolori non solo psicologici.
Alla fine comunque si arriva alla Domaine de
St. Cloud, parco a due passi dalla Senna (ma dai..)
dove ha luogo il festival. Dal Pont de Sevres
e da quello di St Cloud, comunque, non si vede
nulla: la fila di alberi è alta e non si riesce
a scorgere neanche il main stage (Grand Scene,
pardon). Ma passiamo all’organizzazione: si entra
e si viene perquisiti a tappeto. Zaini e beauty
case per l’igiene compresi. Il posto in campeggio
è assegnato. Nella mia ingenuità pensavo: “Sta
a vedere che ora arriviamo ed è numerata anche
l’area per la tenda”. Ebbene, non solo numerata,
ma è anche segnata con la vernice la piazzola
per piantarla! Che in Francia abbiano fatto un
decreto Pisanu per i festival?
Alle tre inizia la musica vera e propria, sulla
Scene de la Cascade (il secondo palco) con i Wolfmother.
Riff seventies a più non posso, platealmente Deep
Purple e Black Sabbath. Ci danno abbastanza ma
la presenza scenica non è così esaltante e i volumi
potrebbero essere più alti. Convincono quindi
per metà. Di ben altra caratura sono invece i
Calexico. Quaranta minuti dove sulla Grand
Scene si respirano atmosfere desertiche e la pedal
steel ha un ruolo da protagonista. Olè. Joey Burns
è rilassato e sorride puntualmente, John Convertino
è di una bravura immensa e potrebbe suonare ad
occhi chiusi. Il pubblico gradisce e l’appuntamento,
per i parigini, si rinnoverà ad ottobre. Dopo
il cambio palco è tempo di Nada Surf, personalmente
uno dei concerti più attesi dopo il favoloso set
al FIB. E poi si tratta di powerpop, l’unico act
del weekend. La scaletta ricalca molto Benicassim:
si parte a razzo con “Hi-Speed Soul” che manda
il pubblico in visibilio, si prosegue con “Popular”
e “Where Is Your Secret?”. Prevalgono i pezzi
del bellissimo “Let Go” come “Fruit Fly” (tradotta
sul momento da Daniel Lorca), “Happy Kid” e “Blonde
On Blonde”. Matthew Caws dialoga in francese con
l’audience e invita tutti a saltare su “Inside
of Love”: scene di delirio totale, urla e qualche
pianto. Il pubblico d’oltralpe del resto lo si
conosce ed è noto per idolatrare visceralmente
i propri beniamini. Niente di così insolito quindi.
Tra una “Concrete Bed” e, a sorpresa, “The Way
You Wear Your Head”, si giunge alla fine con la
(power)poppissima “Always Love” che il pubblico
canta a squarciagola. Chiusura con “Blankest Year”
assieme ai due trombettisti dei Calexico. Tutto
perfetto. Mancava solo il Santià a ballarmi accanto
come al Fib Club.
Pur non vedendoli da vicino, i Clap Your Hands
Say Yeah regalano, assieme ai Dirty Pretty
Things, una conferma: il clamore e le chiacchere
attorno a loro sono quanto di più ingiustificato
si sia visto nell’ultimo anno solare. Barat e
soci hanno provocato urla di giubilo quando hanno
attaccato un pezzo dei Libertines. Ovviamente
gli inglesi presenti si saranno emozionati come
cani. Già, gli inglesi. Anche qui presenti in
buon numero. Dove c’è festival ci sono inglesi.
Non possiamo neanche prendercela più di tanto,
loro di eventi così ne hanno una miriade eppure
presenziano regolarmente anche fuori dai propri
confini. E’ nella loro cultura e questo non può
che andare a loro favore. Noi abbiamo il festival
di Sanremo o il Festivalbar. A voi l’imprecazione
che ritenete più idonea. I Kasabian, esibendosi
di fronte ad una Cascade stracolma, non fanno
molto meglio dei precedenti. I pezzi nuovi, attorno
a cui ruota principalmente il set, appaiono molli.
Loro stessi non sembrano molto carichi. Un concerto
talmente piatto che ha fatto attendere “Club Foot”
quanto mai. A me che dei Kasabian non è mai fregato
niente ma anche al pubblico, che si aspettava
legittimamente di più. Fortunatamente c’è stata
l’ottima mezz’ora di TV On The Radio sulla
Scene de l‘Industrie, non lontana dalla Cascade
ma distante abbastanza da scacciare possibili
sovrapposizioni di suono che sarebbero state fastidiose.
La band di New York, comunque, non lo avrebbe
permesso lo stesso. Chitarre di una bastardaggine
inaudita che sembrano shoegazer si scaraventano
sul folto pubblico accorso a vederli. Confermano
le voci per cui dal vivo sono un gruppo doppiamente
più caciaresco che su disco. Avrei voluto seguirli
di più ma l’alta affluenza di persone imponeva
di presentarsi con anticipo alla Cascade per Jack
White e Brendan Benson. Semplicemente il concerto
della giornata. I Raconteurs, se non si
fosse capito.
Fanno il loro ingresso sul palco con una marcia
di sottofondo maestosissima, si lanciano subito
in una intro blues-psichedelica. Il masculo dei
White Stripes è veramente un chitarrista della
madonna. Con un ampia gamma di controcazzi e controcoglioni,
insomma. E mi preme dire questo anche se a me
i White Stripes non hanno mai preso più di tanto.
Siamo di fronte a uno dei più grandi chitarristi
di oggi, sicuramente il migliore tra le “nuove
leve” (nel suo caso, non più così nuovo). Brendan
Benson ha una voce altrettanto grande. La prima
canzone in scaletta è la bellissima “Intimate
Secretary” seguita poi dalla cover di “Bang Bang”
di Nancy Sinatra. “Steady As She Goes” richiama
giustamente il pubblico ad un movimento generale
che comunque non manca durante tutta l’esibizione.
E vorrei ben vedere, con un concerto simile. I
pezzi si allungano in code furiose e dilatate
ma mai noiose. La carica e l’energia del gruppo
sono disarmanti. La compattezza del suono altrettanto
ammirevole. I volumi da capogiro. Una figata immensa.
Pezzi come “Broken Boy Soldier” (dal riff esplosivo)
e “Store Bough Bones” sono esaltanti da morirci.
Stesso giudizio per “Together”, ballatona che
non finisce mai con un Benson in stato di grazia.
Chiusura con “Hands” che alza ancora più il tiro.
Un qualcosa di veramente grandioso che forse in
Italia non vedremo mai. Qualcuno, come me, è a
conoscenza dello scarso rispetto che la band ha
per il nostro paese tanto da non volerci suonare
minimamente. Problemi di organizzazione, produzione
e quant’altro. C’è solo da sperare che qualcuno
ci metta una pezza perché un live simile andrebbe
visto, punto e basta. E meritavano loro di chiudere
la giornata sulla Grand Scene.
Tocca invece a Morrissey, tedioso al FIB
ma che qui sembra regalare ben altre emozioni.
In ogni caso, data la fame, si opta per mangiare
un kebab seduti con Moz in sottofondo. Tra “Irish
Blood, English Heart”, “You Have Killed Me” ed
“How Soon Is Now” pare proprio che l’intensità
sia ben più spessa. Complice il trovarsi a metà
strada tra il suo set e quello di DJ Shadow
all’Industrie, comunque, prevale la voglia di
starsene a mangiare, bere e porreggiare in tutta
tranquillità. I Raccontatori di stasera non possono
avere eguali. Così sia.
Sabato 26 Agosto
Il mattino si apre alla grande. Seduti a un tavolo
al bar del campeggio, in lontananza si sente il
soundcheck di qualcuno che suona un paio di pezzi
da un certo album del 1997 acclamato come uno
dei capolavori degli anni ’90. C’entra il computer
ma non saprei dirlo con esattezza. Palle. Non
voglio dire che sono i Radiohead perchè
nel check fanno “Climbing Up The Walls” che non
hanno poi suonato la sera. Rosicherò alla grande
e non posso perdonargliela. Non potevo ancora
saperlo, chiaramente, ma qualcuno mi ha omaggiato
lo stesso di un regalo anche più gradito. Il domandone
che mi rimbalzava in testa ancora prima di partire
era: “Riuscirò a vedere Feist una cazzutissima
volta?”. La bellissima fanciulla, infatti, vive
o viveva a Parigi. Non ha suonato con i Broken
Social Scene nei due concerti italiani che
ho visto e questa era la classica volta da “o
la va o la spacca”, o se preferite all’inglese,
“it’s now or never”. Se non si fosse capito, ho
una passione per Feist che dovevo saziare. Così,
quando ci presentiamo alla Cascade verso le tre
meno un quarto di questo grigio e piovoso sabato
pomeriggio, i miei occhi la cercano con insistenza
dietro al palco. L’ensemble canadese intanto si
presenta con nove elementi pronti a regalare tre
quarti d’ora di indie rock come dio comanda. Meglio
vederli al chiuso ma non c’è comunque di che lamentarsi.
“Fire Eye’d Boy” occupa subito una delle prime
posizioni in scaletta. LEI è là dietro. La presenza
di Feist vale la mancanza di “Climbing Up The
Walls” senza dubbio. Arriva in tutta grazia e
prende il microfono in mano per cantare assieme
a Brendan Canning “7/4 Shoreline” dall’ultimo,
omonimo, disco. Grande voce e carisma da vendere.
Non resta stabilmente sul palco ma fa comparse
di tanto in tanto. Su “Anthems For A Seventeen
Year Old Girl” si unisce alla nuova cantante (la
bionda dalla lunga chioma) per il pezzo finale.
In mezzo a questo, le hits del gruppo come “KC
Accidental”, “Stars and Sons”, “Cause=Time” dal
fantastico “You Forgot It In People” e chiusura
affidata ad “Ibi Dreams of Pavement” che riecheggia
a lungo anche dopo la conclusione.
 |
| Feist scaccia la pioggia
del primo pomeriggio (foto Daniele Boselli) |
Mi sposto sulla Grand Scene per i Taking Back
Sunday ma decido di fare prima un salto nell’area
dietro al palco. I BSS sono segnati in conferenza
per le 16.00 e mancano giusto cinque minuti. Cerco
con insistenza la sala stampa che sembra non esistere.
Alla fine è una stanzetta con neanche una decina
di sedie da giardino e due divanetti per gli artisti.
Li aspettiamo in quattro e ci guardiamo come per
dire “Che cacchio gli chiediamo?”. Alla fine si
presentano in tre e l’attivo e barbuto bassista
rende le cose facili scherzando e buttandola sugli
sfottò ai giornalisti inglesi. Si finisce per
parlare di musica, influenze e cose così. Mi faccio
avanti per sapere il loro pezzo preferito dei
Yo La Tengo (che hanno citato tra i loro ascolti
più frequenti). Il side I di “Danelectro” per
il bassista, “Blue Line Swinger” per l’altro soggetto.
Non pervenuta la trombettista. Alla contro-domanda
rispondo “Pablo and Andrea”, che per me ha il
miglior assolo di chitarra della storia. L’addetta
alla stampa mi chiede se voglia fermarmi per chiaccherare
coi Rakes ma non mi sembra proprio il caso:
i Phoenix aspettano sulla Grand Scene e
sarebbe brutto perdere un gruppo che fa gli onori
di casa. In tutta onestà, un gruppo che poteva
fare meglio. Mi sarei aspettato un ballo generale
mentre la staticità sembra averla vinta. Il loro
set è onesto e ben suonato ma non riescono a coinvolgere
il pubblico come dovrebbero. Ne esce quindi un’oretta
scarsa di puro intrattenimento, peccato. Vado
quindi a farmi tediare da Skin, una voce
che non ho mai amato, anzi, mi è sempre stata
di peso. I suoi pezzi sono totalmente anonimi
e non canta neanche al massimo delle sue possibilità.
Prova a riesumare gli Skunk Anansie con una versione
di “Hedonism”: risultato piattissimo, non ci mette
una virgola di energia e il pezzo ne risente alla
grande. Basta, da qui in avanti si lotta per guadagnare
una buona posizione per i Radiohead, dato il pienone
di gente riversatasi alla Domaine.
E si comincia a malincuore con i Dead 60’s,
un gruppo che naviga nell’inutilità come troppi.
Hanno azzeccato il singolo con le solite chitarrine
che vanno di moda e il pubblico sembra dalla loro
parte. Il cantante è un Danko Jones meno tamarro
e questo non facilita certo le cose. Andate via
il prima possibile, ve ne prego. Beck
invece è un ospite graditissimo. Durante tutto
il suo set sui megaschermi sono riprese le immagini
delle marionette che ricalcano la band e che fanno
il loro spettacolo al fondo del palco. Un vero
e proprio muppet puppet show. Si inizia col botto
con una versione di “Loser” in sottofondo e che
vede il pupazzo Beck cantare fino alla seconda
strofa. Qui sale sul palco la band vera e propria
e il biondo Hansen può terminarla da solo. Altri
momenti da ridere, quando la band si siede attorno
ad una tavola imbandita e comincia a mangiare.
Nel mentre, Beck ci regala un intenso momento
di folksinging con “The Golden Age” da “Sea Change”.
Dopodichè, via con “Clap Hands” e il sottofondo
di bicchieri e posate suonati dal gruppo (mentre
le marionette fanno lo stesso). Quando la band
esce di scena parte un filmato dove i protagonisti
sono, neanche a dirlo, i soliti burattini, stavolta
in tour a Parigi e “doppiati” con voci altamente
comiche. Lo show termina alla grande con una “E-Pro”
in cui si fatica a distinguere la voce del cantante,
sommersa dall’unico grande coro del pubblico.
Un applauso ad un grandissimo artista.
Ed è il momento del gruppo più atteso da tutti.
Ora, io non ho mai venerato il gruppo di Thom
Yorke per il semplice fatto che li ho forse rispettati
troppo. Un punto fermo nel rock di oggi, i più
grandi, una band che artisticamente non ha eguali.
Questo mi ha probabilmente impedito di farmi emozionare
dalla loro musica come è invece per tantissimi.
Per me i Radiohead sono, non li metterò mai in
discussione e finisce lì. Non sarò mai un fan
ma non è questo ciò che conta. Conscio di vedere
una delle più grandi band in circolazione, mi
aspettavo un atteggiamento del pubblico totalmente
diverso: stare in piedi in venerazione, non cantare
per non coprire i vocalismi di Yorke. Una sorta
di messa dove i fedeli restano a guardare e immagazzinano
tutto dentro di sé. Insomma, avrei preferito non
trovarmi in mezzo ad una calca umana spaventosa,
sballottato durante i pezzi più tirati. Ma in
fondo questo fa parte del gioco. Detto ciò, il
concerto è senza ombra di dubbio grandioso. Chi
non vorrebbe sentire subito “Airbag”, come se
lo stereo pompasse a dismisura “Ok Computer” dall’inizio
alla fine? Una partenza bellissima che si traduce
poi in “2+2=5” e in una “National Anthem” che
vede i bassi più potenti della storia. Non esagero
se dico che il basso di Lou Barlow è stato messo
in discussione per quanto riguarda la potenza
sonora espressa e che mi sentivo vibrare la gola.
Tutto il concerto in generale è a volumi altissimi.
Lo erano anche quelli di Beck. In Francia fanno
dei volumi come si deve, questa è la morale. “Morning
Bell” prima e “Fake Plastic Trees” poi sono micidiali,
sentirle dal vivo è sicuramente qualcosa che ti
trasmette molto più che su disco, la seconda specialmente.
Non ci sono pecche nel suonato, la voce regge
altrettanto bene. Johnny Greenwood è l’eclettismo.
Emergono, tra le altre, “Paranoid Android”, “Lucky”,
“Idioteque” e “Everything In Its Right Place”
prima di uscire di scena. I nuovi pezzi suonano
bene ma non rapiscono direttamente. Colpa del
primo ascolto. Vorrei un botto finale per il bis
che non arriva: i nostri si “limitano” a eseguire,
oltre ad un’altra nuova canzone, “You And Whose
Army”, “There There” e la conclusiva “Karma Police”.
Ma non mi lamento, con le orecchie che fischiettano
e la gente che scema via in tutta calma. Qualcuno
in lacrime, altri che sorridono a più non posso.
Vincono quindi Raconteurs e Radiohead.
A festival, però, con la Spagna non c’è partita.
E l’anno prossimo si riparte: obiettivo, Primal
Scream. Io e il Santià (che li deve ancora vedere)
iniziamo a non riuscire più a controllare la nostra
condizione di fans terminali. Per me sono richieste
pesanti iniezioni di techno rock, per Hamilton
schitarrate alla “Country Girl” e “Rocks”. E già
ci vediamo impazzire su “Swastika Eyes”. Bobby
Gillespie si ritenga avvisato. Ah, se solo fossimo
andati al Summercase…
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