A Parigi il cattivo tempo non solo è comune, ma dovrebbe
pure donare al già romantico paesaggio una ulteriore aura di romanticismo,
come suggerisce la tipa che occhieggia felice da sotto l'ombrello sulla copertina
della Lonely: ma la pioggia persistente e il cielo tardo autunnale che mi accolgono
all'aeroporto di Orly mi gettano nello sconforto più nero. E' solo giovedì,
Rock en Seine comincia domani, ma i presupposti meteorologici, assieme all'albergo
che teoricamente doveva essere comodo ma che in realtà richiede l'utilizzo
di tutte e tre le reti urbane su rotaia per essere raggiunto, mi fanno intuire
un weekend tutto in salita (e per fortuna non abbiamo optato nel campeggio,
nonostante fosse incluso nell'abbonamento). Spero vivamente di essere confutato.
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Venerdì 24 agosto
La pioggerellina novembrina del mattino lascia spazio a qualche
timido raggio di sole nel primo pomeriggio, giusto in tempo per mettersi in
fila per la lunga procedura di ingresso, scansione biglietti elettronici, perquisizione
(alla francese, quindi non per finta), braccialetto e ulteriore fila per l'entrata
all'area del festival vero e proprio. Speriamo bene: oggi è il giorno
più interessante, i nomi sono da grida di giubilo tutti stipati nel
giro di poche ore. Solo che tutta l'acqua che si è riversata sul Domain
de Saint Cloud nei giorni precedenti lo ha reso una specie di palude, a stare
in piedi troppo a lungo nello stesso punto si rischia l'effetto sabbie mobili...
ma anche questo fa molto festival. Britannici felici mi passano accanto affondando
i piedi nudi nel fango fino alle caviglie, gli ricorderà probabilmente
Glastonbury.
Guadagno quindi la Scene de la Cascade, uno dei due palchi
secondari, per vedere finalmente da vicino i primi campioni della giornata,
i Dinosaur Jr: siamo in buona posizione ma prima ci tocca
di sorbirci i Rock & Roll, una sorta di versione locale dei Libertines
su cui è meglio tacere. Finora ero riuscito a perdermi i Dinosauri sia
a Urbino nel 2005 che l'anno scorso, ma stavolta sono in prima fila... anche
se mi devo accontentare di un breve set da primo pomeriggio, per giunta su
un palco secondario: così i parigini trattano i nostri tre eroi redivivi.
Murph si prepara facendo stretching ai lati del palco, Lou Barlow e J Mascis
si tolgono gli occhiali, e poi il set comincia, il volume è ovviamente
a palla. Barlow è cinetico, muscolare, Mascis lascia ondeggiare i lunghissimi
capelli bianchi picchiando sopra la Fender, in trance. I brani arrivano dall'ultimo
clamoroso album (ma mancano “Almost Ready” e “Pick Me Up”,
peccato) e dal glorioso passato, “Little Furry Things”, “Feel
The Pain”, l'immancabile “Just Like Heaven” a infiammare
il pubblico. Loro sembra quasi che non se ne accorgano, tirano dritto rocciosi
(o forse non ci vedono senza occhiali, come dice Lou ridendo a metà set),
accordano fra un pezzo e l'altro con le uscite sulle casse aperte a manetta.
In un attimo finisce tutto, e loro tornano ad essere tre tizi che potresti
incontrare al supermercato a comprare lattine di birra. Quanto di più simile
a divinità del rock'n'roll, per quanto mi riguarda.
Ma è già ora di spostarsi sulla Grand Scene,
attraversando tutto il parco, dove troviamo i Mogwai a metà set:
mi sembrano in buona forma, loro, ma a non funzionare è lo scenario
da festival pomeridiano, dominato dallo svacco sul prato, dalle bancarelle
i kebab e gli hamburger. I suoni rarefatti degli scozzesi sembrano perdersi
nella luce del giorno, farsi inconsistenti e scivolare nella distrazione generale.
Le cose sono destinate a cambiare in fretta, perché sul
palco principale sta per arrivare una delle semi-esclusive continentali del
RES, e uno dei momenti più attesi dal sottoscritto: gli Shins,
finalmente. Un ripensamento dell'ultima ora ha consigliato agli organizzatori
francesi di spostarli dalla Cascade alla Grand Scene, visto che ormai la definizione
di band di culto sta stretta ai quattro più uno di Albuquerque, NM;
il pubblico che si assiepa sotto il palco e li saluta con un boato conferma
la bontà della scelta. Chi invece non sembra essersi abituato al successo
planetario sono proprio James Mercer e soci: suonano bene, ma sembrano tirati,
quasi intimiditi dal pubblico straniero. Gli Shins sono ancora quella band
di liceali ultratrentenni che per qualche caso strano si trova fra le mani
una miniera di melodie da perderci la testa. Appunto: la sequenza di perle
che sciorinano nell'oretta scarsa a loro concessa è roba da togliere
il fiato, si parte da “Sleeping Lessons” e le altre highlights
dell'ultimo “Wincing the Night
Away” per poi toccare le vette del
secondo album, “Gone For Good”, “Kissing the Lipless”, “So
Says I”, fino a “Caring is Creepy”, unica ripescata dall'esordio...
tutti cantano, ma Mercer, serio e concentratissimo, non sa o non vuole sfruttare
la partecipazione del pubblico, anche quando i cori sgorgano naturali, come
sulla immensa “St. Simon” o il singolone “Phantom Limb”.
Quando ringrazia viene praticamente travolto dalle ovazioni, sembra quasi farsi
piccolo. Tre quarti d'ora sono pochi per placare la sete di Shins, chissà se
mi toccherà pigliare un altro aereo per rivederli.
L'imminente arrivo degli Hives sulla Grand
Scene suggerisce che è il momento di andare a mangiare un boccone e
lasciare sbollire da lontano il pogo, tanto “Two Timing Touch and Broken
Bones” l'abbiamo già sentita. E poi bisogna recuperare le forze
per il finalone della prima giornata.
Tutto lascia presagire che stasera gli Arcade Fire faranno
il botto: avevano partecipato a RES 2005 da comprimari dimostrando tutto il
loro potenziale, dopo solo due anni hanno l'onore di tornare come headliner,
e dopotutto sono anche mezzo francofoni. E invece... si limitano a fare uno
show secondo i loro standard: cioè altissimi, quindi più che
sufficienti a fare il botto di cui sopra e portare il pubblico al delirio.
Eppure li avevo visti più carichi nella mia Ferrara, più comunicativi
(qua non vanno oltre un merci beaucoup qua e là), non è decisamente
lo show della vita. Detto questo, lo spettacolo è comunque travolgente,
con una setlist molto simile alla recente data italiana, con un paio di brani
in meno: da “Keep the Car Running” alla già classicissima “No
Cars Go” (che Win Butler presenta come brano nuovo, ma l'avevano suonata
qui anche due anni fa), fino al tripudio di brani da “Funeral”,
con nel finale l'ondata impetuosa di “Rebellion” e la catarsi di “Wake
Up” come unico bis. I canadesi si confermano fenomenali agitatori di
folle, tra i pochissimi in grado di trasformare un live set in un rito di purificazione
collettivo, forti di un repertorio finora immacolato. Tanto basta, per oggi,
la Storia la scriveremo un altro giorno.
Scivolo assieme alla folla per l'uscita aperta di fianco alla
Grand Scene, fuori le forze dell'ordine fermano lo scalpitante traffico parigino
per permetterci di raggiungere il tram.
Sabato 25 Agosto
Il tempo torna ad essere estivo e mi faccio prendere dal liberatorio
furore del turista ignorante, dopotutto siamo a Parì: così succede
che fra un salto allo Starbucks sotto la Piramide e un giro attorno a Notre-Dame
arrivo tardi per vedere The Fratellis. Decido che tutto sommato
posso sopravvivere lo stesso e controllo il programma: oggi non ci si muove
dalla Grand Scene.
Arriva qui una sorpresa: i Cold War Kids sono
stati chiamati all'ultimo minuto per sostituire Amy Winehouse (!). Non ho mai
prestato molta attenzione ai quattro californiani, forse per le loro vicinanze
alla scena del rock cristiano. Dal vivo invece hanno forza e passione, nervi
e sudore in vista: l'energia si può quasi toccare, e Nathan Willett è un
frontman generoso. Nei momenti migliori sembrano quasi dei piccoli Radiohead,
nelle ambiziose costruzioni strumentali e nelle liberatorie aperture vocali
e... l'anno scorso c'erano i Radiohead veri, però. Bisogna pur consolarsi
in qualche modo.
Cade giusto a metà pomeriggio, con la tentazione di
una pennica sulla collinetta che costeggia l'area della Grand Scene, l'esibizione
del neo solista Jarvis Cocker. Dandy, egocentrico, logorroico
fino al parossismo: continuamente alla ricerca di un podio o un pulpito passa
più tempo issato sulle spie che sul palco, si incarta in interminabili,
sconclusionati sproloqui sul cielo e le nuvole in un francese stentato, per
poi scusarsi della scarsa conoscenza della lingua nonostante gli anni passati
in Francia. Il repertorio viene tutto dall'esordio solista, il passato Pulp
viene accuratamente rimosso: i lustrini glam della Disco 2000 sembrano essersi
spenti per sempre, si viaggia dalle parti di un pub rock a tratti piacevole,
a tratti deprimente come un doposbronza. La band, solida e anonima al tempo
stesso, non fa che rafforzare l'impressione generale, troppo media,
cui non sopperiscono i tragicomici siparietti di Cocker. In chiusura arriva
addirittura una cover di “Paranoid” dei Black Sabbath, ossequiosamente
filologica, se chiudo gli occhi posso immaginare che ci sia Ozzy sul palco:
cosa non si fa per scacciare i fantasmi del passato.
La pausa ristoro coincide con un breve salto alla Scene de
la Cascade per rivedere da lontano gli animali da festival per eccellenza dell'ultimo
anno, le onnipresenti CSS: come ebbe a dire il kalporziano
Bardelli a Italia Wave, il gruppo che vorresti a suonare alla festa del tuo
compleanno. Quando sparano “Let's Make Love” in tutta la sua ignoranza
sulla folla non c'è, come al solito, culo che riesca a stare fermo.
Ma non posso farmi trascinare più di tanto, bisogna tornare in tutta
fretta alla Grand Scene per un'altra chicca di RES 2007.
Chi l'avrebbe detto che un giorno avrei visto The Jesus
and Mary Chain dal vivo? La formazione è completamente rinnovata,
ma alla guida ci sono sempre loro, i fratelli Reid: Jim ha la faccia di uno
che gli tocca di rimanere concentrato mentre sta facendo qualcosa di molto
spiacevole; William è praticamente raddoppiato in stazza, sotto i
soliti capelli a cespuglio e gli occhiali scuri non puoi fare a meno di notare
il doppio mento, anche perché se ne sta sempre di profilo a tenere
a bada il micidiale feedback dagli amplificatori. Non so se i motivi che
li hanno spinti alla resurrezione siano più o meno “alimentari”,
ma la mia impressione è che i Jesus si siano ammorbiditi quel tanto
che basta per portare in giro un decoroso greatest hits show, lucidamente
consci dell'opportunità di essere salutati come leggende viventi e
non come eterni caratteracci attaccabrighe. I fan sono numerosi e le emozioni
non mancano: il trionfo è scontato su “Reverence”, “Some
Candy Talk”, “Happy When It Rains”, “Just Like Honey” (invano
attendo l'apparizione di Scarlett Johansson come al Coachella). Però non
ce la faccio, lo devo dire: a sentirle così in fila sono tutte
uguali. Per anni i Reid hanno riformulato, rimasticato, levigato le
fulminanti intuizioni degli esordi... ma non roviniamo la festa, alla fine
Jim regala perfino qualche sorriso tirato e io posso aggiungere una tacca
alla lista dei Miti Visti Dal Vivo.
La serata chiude con i Tool, e io non sono
la persona giusta per parlarne, visto che non frequento gli ambienti metallici
dalla mia lontana adolescenza: eppure mi sentirei di consigliare a chiunque
di vederli, almeno una volta nella vita. A patto di avere uno stomaco forte:
i megaschermi riproducono il loro famigerato immaginario, popolato da corpi
in disfacimento, minati da orridi parassiti e consumati da pestilenze innominabili.
Lo show è comunque sontuoso, immaginifico, appaga la vista con un light
show degno dei Pink Floyd (era da quel giorno a Modena che non vedevo un uso
così cospicuo di laser traccianti), dentro il quale i quattro sembrano
scomparire, ridotti a sagome che si stagliano contro gli schermi alle loro
spalle.
Domenica 26 Agosto
Dopo una obbligatoria passeggiata domenicale a Montmartre
attraversiamo per l'ultima volta i tornelli che portano al Domain de Saint
Cloud. La giornata mi sembra fatta apposta per gironzolare, tanto fino a sera,
quando sua altezza Björk chiuderà il festival, non succede niente
di speciale.
Alla Grand Scene mi trovo di fronte ad un mistero inspiegabile:
cos'ha di speciale Mark Ronson? Il nostro, già affermato
produttore, patrocina un affollato collettivo di vocalist e strumentisti, impegnati
in cover in chiave rythm'n'blues di brani di Radiohead, Coldplay, Kaiser Chiefs...
roba da ascoltare al pub sorseggiando un Manhattan. Diamogli pure atto di aver
riscoperto una gemma mezza dimenticata degli Smiths, “Stop Me” (tenuta
rigorosamente in fondo alla scaletta, e cannano pure l'attacco) ma davvero
non ho visto niente più di una media cover band, punto.
Il pomeriggio è bellissimo e si passeggia per il parco,
fra bancarelle varie: si capita così nei pressi della Cascade, dove
si esibisce Kelis: vestita con un improbabile completo fuseaux-canottiera
di lamè messo a ricordare che lei il fisico ce l'ha e se lo può permettere,
propone uno show americano come me ne capita di vederne pochi, arriva
sul palco per ultima e se ne va per prima da vera vedette, fa pigliare
coccoloni alle prime file con scosse di bacino da galera. La voce però,
da sempre bassa e pastosa, qui mi sembra più che altro opaca, fessa.
Molto meglio la corista.
Come gli Hives ieri, i Kings Of Leon sul
palco principale mi sembrano perfetti per essere ascoltati a debita distanza
mangiando un kebab, e mi perdo sia Just Jack alla Cascade che Albert Hammond
Jr sulla Scene de l'Industrie (palco che alla fine avrò visto per circa
dieci minuti complessivi durante i tre giorni). Il penultimo act del RES 2007
si chiama Faithless: e qui la sensazione è stranissima,
mi sembra di trovarmi a Berlino primi anni '90, perché da quel mondo
lì, da quei suoni lì, Maxi Jazz e soci non si sono spostati di
un millimetro: qui siamo in piena cultura rave, fuori tempo massimo, fuori
tempi supplementari. Eppure è stranamente affascinante vedere, nello
splendido sole del tramonto, il prato di Saint Cloud trasformato in una enorme
disco, perché il popolo festivaliero sembra gradire indiscriminatamente
l'imperativo del “muovi le chiappe”.
Eccoci arrivati all'epilogo: Björk.
E' complicato rendere conto di tutte le sensazioni che mi passano addosso durante
il set dell'islandese. Mi viene da pensare che è in forma, molto più dell'unica
altra volta che l'ho vista, quattro anni fa; che è sempre avanti, che
ogni cosa che fa manifesta curiosità, voglia di stupire e coinvolgere.
Questa volta ha una sezione di fiati femminile che porta vessilli sulla schiena
come antichi guerrieri giapponesi, mentre i manovratori elettronici giocano
con console luminose dove appoggiano pedine che generano suoni differenti.
D'altra parte mi viene da pensare che, quando l'ispirazione della Nostra è meno
che superlativa, sono meno disposto a perdonarle certi eccessi. Insomma, Björk
ha un enorme talento ma gioca sempre sul filo del pacchiano, dell'ultrakitsch,
e con un disco interlocutorio come “Volta” da portare in giro certe
cose saltano più all'occhio, a cominciare dall'incartamento dorato da
Ferrero Rocher con cui la signora si presenta sul palco. I brani vecchi, da “Homogenic” e “Vespertine” soprattutto,
vengono riarrangiati per fare spazio agli ottoni che dominano il nuovo album,
e fin qui la curiosità di assaggiare gusti differenti; ma si parlava
di tamarraggine, e lo scenario festivaliero rappresenta una tentazione troppo
forte, con il pubblico che dopo i Faithless ha ancora voglia di saltare. Così succede
ad esempio che il secondo chorus di “Hyperballad” venga travolta
dal beat isterico di “Pluto”, e siamo di nuovo alla Love Parade
en Seine 2007; sul palco, dietro i bellissimi stendardi della scenografia riappaiono
i laser, devono esserseli dimenticati i Tool da ieri. Il finale è liberatorio:
la nuova “Declare Indipendence” è una botta di energia devastante
e perentoria che fa ondeggiare la folla nell'ultimo sussulto.
Appena un attimo dopo RES 2007 è consegnato agli annali,
e i megaschermi ci salutano diligenti con un au revoir all'anno prossimo.
Chissà. Dopotutto non sono nemmeno riuscito a entrare a Notre-Dame...
collegamenti su MusiKàl!
Dinosaur Jr - Beyond
Mogwai - Mr. Beast
Mogwai - Government Commissions (BBC
Sessions: 1996-2003)
Shins - Wincing The Night Away
Shins - Chutes Too
Narrow
Shins - Oh, Inverted World
Hives - Tyrannosaurus Hives
Arcade Fire - Concerto a Piazza Castello (Ferrara)
Arcade Fire - Neon Bible
Arcade Fire - Funeral
The
Fratellis - Costello Music
Jarvis Cocker - Jarvis
CSS - Cansei De Ser Sexy
The Jesus
and Mary Chain - Psychocandy
Tool - 10,000 Days
Tool - Lateralus
Kings Of Leon - Because Of The Times
Bjork - Volta
Bjork - Army of me: remixes
and covers
Bjork - Medùlla
Bjork - Vespertine
Bjork - SelmaSongs
Bjork - Debut