I Supergrass
sono tra i gruppi che rappresentano meglio la
vita. La vita che può essere spensierata,
alle volte molto dura, a tratti triste, e nel
mezzo tutte le sfumature che vanno dalle piccole
emozioni alla normalità. Tutte queste sfaccettature
sono sempre finite nelle canzoni della band di
Oxford, e ogni loro album ha tratteggiato a turno
uno di questi vissuti pur mettendoli in scena
tutti. Si è andati dal puro divertimento
di “I Should Coco”
alla candida difficoltà di esistere di
“Supergrass”,
passando per la convinzione che domani è
un giorno migliore di “In It For The Money”.
Non si sta parlando di testi, ma di quello che
la loro musica provoca sulla pelle, di quello
che scatena quando dialoga con la tua vita,
la vita dell’ascoltatore. E ci si ritrova
a capire che quella successione di accordi non
solo sa esprimere una situazione che hai vissuto,
ma che quella successione è la situazione.
Ebbene, con questo “Road To Rouen”
i Supergrass tornano ad esplorare quel sordido
sentimento di inquietudine mascherato da normalità
che già in “Supergrass” avevano
iniziato a fare (si pensi ad un brano come “Moving”).
L’approccio è confidenziale, i suoni
tendenti all’acustico, ma non ci si trova
di fronte al solito album del cantautore malinconico
nella sua cameretta che si macera languendo che
il mondo non lo capisce. I Supergrass sembra che
vogliano raccontare che ci succedono cose beffarde,
a volte tragicamente irridenti, ma che purtuttavia
ci si riassesta e si continua. Come interpretare
sennò la pensierosa cavalcata del singolo
“St. Petersburg”, la calma nervosa
di “Sad Girl”, la boccata d’aria
livida di rabbia di “Kick In The Teeth”?
Si sa, per fortuna ci sono anche momenti più
dolci e “Fin” sembra essere un enorme,
immenso abbraccio di una mamma che non c’è
più, ma è solo un’illusione
a cui fa da contraltare l’incomprensione
cantata in “Tales Of Endurance (Part 4,
5 & 6)” e la fatica materializzata in
“Roxy”.
A chi non si accontenta di sentir descritta la
musica con delle sensazioni si può invece
dire che in “Road To Rouen” si possono
sì ritrovare richiami esterni ai Grant
Lee Buffalo (“Low C”) e ai Talking
Heads (“Road To Rouen”), ma che la
struttura è sempre quella brit-pop a tinte
blues dei Supergrass stessi, ormai talmente personale
da non dover essere paragonata a nulla e nessuno.
Facendo i compìti tecnici del suono si
può spiegare che è un album finalmente
compatto, morbido, che fa dimenticare gli errori
tremendi di produzione di “Life
On Other Planets”, uno dei peggiori
album a livello di suono degli ultimi anni
tra le produzioni di artisti affermati (ha una
carica di frequenze medie che non si sopporta).
Improvvisandosi i Tosatti della musica si può
notare che “Road To Rouen” è
stato inciso in Francia, a St. Mard, e che ciò
ha conferito in effetti in alcuni punti un vago,
leggero retrogusto da opéra sinfonica.
Ma se si rimane in una dimensione più
tecnica come si fa a far capire il perché
di un pezzo strumentale messicano cazzone
come “Coffee In The Pot” posto esattamente
a metà cd come un sipario tra un primo
e un secondo tempo? Da un punto di vista musicale
non si spiega, non c’entra nulla con tutto
il resto, punto. Se si fa però un passo
indietro, e si ritorna alla musica che è
vita, allora si comprende che “Coffee In
The Pot” è la risposta dei Supergrass.
Non un semplice intermezzo, ma la soluzione che
sta nelle pieghe: la vita è cazzona, ogni
tanto bisognerebbe prenderla semplicemente così.
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