Se siete alla ricerca di stranezze sonore assortite
e abbinamenti di stile quantomeno opinabili questo
disco fa al caso vostro. Pensavate che Prince e Captain
Beefheart mai e poi mai avrebbero potuto incrociare
le loro strade? Be’, vi sbagliavate, in quel
di New York (e dove sennò?) sono
riusciti a smentire anche questo teorema. Ma la cosa davvero interessante è che
il bello deve ancora venire. Occorre forse partire dall’inizio allora.
Dave Longstreth è un irrequieto polistrumentista proveniente dal Connecticut
che da anni opera nel sottobosco musicale della grande mela, celato dietro
la sigla del suo gruppo dalle geometrie variabili Dirty Projectors, con il
quale è riuscito a licenziare già la bellezza di cinque dischi
(quindi potete ufficialmente iniziare a sentirvi in colpa, se ancora non vi
eravate accorti della loro esistenza). E proprio l’ultimo lavoro “Rise
Above”, il quinto della serie, ha alle spalle una storia stranissima: è infatti
una ricostruzione a memoria di un disco dei Black Flag, “Damaged”,
che un Longstreth ancora tredicenne aveva casualmente carpito dalla collezione
di dischi del fratello più grande, per restarne poi letteralmente ossessionato
(secondo la più tradizionale delle amate favole dell’adolescenza).
Aldilà di tutti gli impliciti sottotesti freudiani che sibilano appena
sotto la superficie di questa storia (cos’è infatti la musica
se non un esercizio di reminiscenza inconsapevole e senza fine e cosa fanno
tutti musicisti di questo mondo se non cercare di (ri)scrivere inconsciamente
la musica che hanno pazientemente assorbito e immagazzinato durante la prima
giovinezza quando l’orecchio era all’apice della sua verginità?),
non serve comunque aggiungere che “Rise Above” è tutt’altro
che un disco hardcore, anzi magari lo fosse stato, che ci avrebbe di gran lunga
facilitato il lavoro. A onor di cronaca va anche aggiunto che già in
un precedente disco, “The Pretty Address”, di per sé dedicato
ai nuovi scenari introdotti in America dalla tragedia dell’11 settembre
e alla distruzione dell’impero azteco da parte di Hernan Cortes, aveva
fatto la sua apparizione nientemeno che Don Henley degli Eagles (!? non chiedetemi
come diavolo sia stato possibile), altro lamentevole spettro dell’adolescenza
musicale del nostro ragazzo.
Non dobbiamo poi stupirci troppo del fatto che anomalie di questo genere accadano
oggi proprio a New York, metropoli che da un po’ di anni a questa parte
(in realtà praticamente da sempre, basta pensarci un secondo) si è elevata
al rango di un enorme e brulicante cantiere a cielo aperto, popolato da orde
sgomitanti di artisti perdigiorno (o presunti tali), che trascorrono pomeriggi
interi della loro improbabile esistenza a spremersi le meningi su come pagare
l’affitto e , nel frattempo, inventare la musica del futuro. Basta pensare
a personaggi come Animal Collective, Black Dice, Liars, LCD Soundsystem, Tv
On The Radio, Oneida, tutta la nutrita e ramificata rete di amicizie e collaborazioni
che fa capo a Devendra Banhart o più recentemente Battles e Yeasayer,
per rendervi rapidamente conto che se avete qualche piccola velleità musicale
nella vita e volete pure passare alla storia, vi conviene fare le valigie al
più presto e trasferirvi per un paio d’anni da qualche parte
in quel di Brooklyn in cerca di oro e fortuna, alla stregua di pionieri del
ventunesimo secolo. E tutto questo perché? Perché a New York
il futuro è già presente, molto semplice. Da questo punto di
vista New York ha già vinto la sfida a distanza con Londra, se mai sfida
c’è stata e se è vero che il massimo che la capitale inglese
ha saputo produrre negli ultimi tempi siano stati i Bloc Party o i Klaxons
(sebbene, eccezione che conferma la regola, l’ultimo Interpol si sia
rivelato, un po’ a sorpresa ma non tanto, inferiore all’ultimo
Editors, questo lasciatemelo dire). E i nostri Dirty Projectors sono assai
tipici esponenti di quella manovalanza intellettuale nuovayorchese (acquisita,
come spesso accade) che si rimbocca le maniche di fronte al disastro per concepire
e plasmare una musica nuova che nessuno ha mai ascoltato prima e che si spinge
con tutte le sue forze oltre la semplicistica e furbesca constatazione della
morte del rock che il secolo scorso ci ha lasciato in eredità come una
gravidanza (anzi: una sterilità) indesiderata e creativamente paralizzante.
In questo disco infatti la vitalità e l’inventiva sprizzano
da tutti i pori, finendo quasi con il diventare un ostacolo all’effettiva
potabilità di un prodotto discografico ai limiti della schizofrenia
stilistica. Si potrebbe a ragione parlare di un freak folk mutaforma e particolarmente
ardito sulla scia dei vari Espers, Tunng, Akron/Familiy, ma occorrerebbe subito
aggiungere e segnalare la fortissima connotazione soul/R&B (quando non
apertamente afro) che permea l’umore compositivo del disco nel suo complesso,
quasi che le Supremes o i Jackson Five (notevolissimi i cori di Amber Coffman
e Susanna Laiche) rileggessero il repertorio di Crosby, Stills, Nash e Young
o Simon e Gurfunkel, con un Ravi Shankar alticcio alla produzione. A questo
aggiungete pure come ciliegina sulla torta della più deliberata e gratuita
incoerenza una voce in odore di Tim Buckley, dal virtuosismo sin troppo facile.
Una cosa, come dire, quantomeno esotica, come se ci volessero convincere che
possa esistere da qualche parte nel mondo un ristorante cinese che serva tagliatelle
alla tailandese con contorno di crauti all’etiopica e il risultato sia
commestibile o addirittura pregevole.
Pura etno-gastronomia sperimentale. E
sorprende ancor di più che la britannicissima Rough Trade, con una consolidata
tradizione melodica alle spalle, si sia lasciata irretire e abbia alfine acconsentito
a investire le sue sonanti sterline nel talento sghembo e farneticante (e senza
la benché minima possibilità di successo) di questo visionario
e caotico Sufjan Stevens orfano di orchestra che cerca di esorcizzare lo spettro
di Sly and the Familiy Stone imbottendolo di pastiglie e calmanti folk comprati
sottobanco dai Love, dietro qualche via secondaria degli anni sessanta. Eppure,
eppure…pochi dischi come questo riescono ad essere fino in fondo figli
di quel tessuto sociale culturalmente permeabile e promiscuo, di quella porosità cosmopolita
e adulterante che da sempre caratterizza l’anima più intima di
New York, la città più aperta e contaminata del mondo, con tutta
probabilità. Ed ecco allora svelato l’arcano: oggi come e più di
trent’anni fa il futuro della musica risiede tutto o quasi nella possibilità che
le musiche (e le tradizioni che pulsano dietro di esse) abbiano di incontrarsi
e spiarsi in un contesto di libero e reciproco commercio, e forse proprio nella
grande incubatrice di New York si va (anche in virtù di curiosi e pittoreschi
esperimenti come quello dei Dirty Projectors) formando un brodo primordiale
di idee in cui già attecchisce il rock che infesterà i padiglioni
auricolari dei nostri nipotini con le orecchie a punta.
collegamenti su MusiKàl!
Animal Collective - Strawberry Jam
Animal Collective - Feels
Animal Collective - Intervista (19-7-2004)
Animal Collective - Sung
Tongs
Animal Collective - Here Comes The Indian
Black Dice - Creature Comforts
Liars - Concerto all'Estragon (Bologna)
Liars - Liars
Liars - Drum's Not Dead
Liars - They
Were Wrong, So We Drowned
LCD Soundsystem - Sound Of Silver
LCD Soundsystem - Lcd Soundsystem
Tv On The Radio - Return To Cookie Mountain
Tv On The Radio - Desperate Youth, Blood
Thirsty Babes
Oneida - le recensioni
Devendra Banhart - Smokey Rolls Down Thunder Canyon
Devendra Banhart - Cripple
Crow
Devendra Banhart - Nino Rojo
Devendra Banhart - Rejoicing In The Hands
Bloc Party - Silent Alarm
Klaxons - Myths Of The Near Future
Tunng - Comments On The Inner Chorus
Akron/Familiy - Akron/Family
Crosby, Stills, Nash & Young - Deja Vu
Simon e Gurfunkel - Concerto ai Fori Imperiali (Roma)
Sufjan Stevens - The Avalanche
Sufjan Stevens - Illinois
Love - Forever Changes