Credo che al giorno d'oggi sia faticoso essere
ottimisti. Non so come la vediate voi, ma io la
mattina apro il giornale e mi deprimo: ci sono
un sacco di cose che vanno per il verso sbagliato;
e spesso i rimedi più sponsorizzati rischiano
di aumentare il computo dei danni.
In tempi difficili come questi, per stare a galla
bisogna aggrapparsi alle piccole cose, agli spiragli
di luce: in questo momento il mio salvagente si
chiama "Riot Act". E' la mia piccola
certezza: che i Pearl
Jam sono sempre loro, che questo loro ultimo
è un gran bel disco.
La mia introduzione non era comunque del tutto
pretestuosa: perché "Riot Act"
ha a che fare, nel suo piccolo, proprio con le
cose grandi del mondo, quelle che non vanno per
il verso giusto. Perché il settimo album
in studio del quintetto di Seattle è un
disco di riflessione, magari con qualche accento
di protesta, che dà voce allo scetticismo,
alla rabbia, al diritto di pensarla diversamente
dalle maggioranze silenziose e dalle opinioni
pubbliche. Diversamente soprattutto da chi governa
la più potente nazione del mondo, che fa
passare logiche miopi e interessate attraverso
il dogma del patriottismo.
Già, il patriottismo: Eddie Vedder e soci
lo prendono di mira già dal titolo, ("Atto
di rivolta") che è uno sberleffo del
"Patriot Act", proposto da George DoppiaVu
a un mese dall'11 settembre, per allargare l'ampiezza
di manovra di polizia e servizi segreti in America,
e non solo. Ormai lo sanno tutti, nell'album c'è
"Bushleaguer" che è un sommesso
ma chiaro attacco al presidente USA; ma non si
tratta di un disco politico, non in senso stretto.
La politica dell'onorevole Vedder e soci sta nell'illusione,
o nella speranza, che ci sia ancora posto, nell'orribile
complicazione del mondo, per le emozioni più
semplici, per la lealtà, l'incazzatura,
l'amore. Qualcosa di più preciso? "L'uomo
che chiamano il mio nemico/ a sembra piuttosto
me in uno specchio" ("Help Help"):
non è granchè come concetto, ma
di questi tempi non bisogna dare nulla per scontato.
Per tenere fede alla sua ispirazione e al suo
titolo, la musica "Riot Act" è
diretta, semplice e suggestiva: arriva nella testa
molto prima del precedente "Binaural",
è concentrata su una forma canzone che
si aggira sui tre minuti, ma non si tratta di
un disco punk (nonostante la nuova cresta di Eddie
Vedder).
I brani duri, certo, non mancano ("Save
You", "Ghost", "Get Right",
"Green Disease"), ma il disco è
anche percorso da quella vena introspettiva conosciuta
nel superbo e sottovalutato "No Code":
è il caso della splendida ballata "Thumbing
My Way", della narcotica "Help Help",
del singolo "I Am Mine" e di "Love
Boat Captain", dedicata ai morti di Roskilde
("due anni fa abbiamo perso nove amici che
non conosceremo mai/ e se la vita diventasse troppo
lunga aumenterebbe solo il nostro rimorso").
Che i cinque siano ispirati si capisce anche
da un brano atipico come "You Are",
che potrebbe piacere anche ai ragazzini patiti
del nu-metal; e a proposito di gusti, qualcuno
sarà felice di sapere che Mike McReady,
si lancia in certe sbrodolate wha wha che credevo
accantonate già ai tempi di "Vitalogy".
Su tutto regna la voce di Eddie, profonda come
sempre, più di sempre.
Dopo tutto, i Pearl Jam sono dei conservatori:
fedeli a un rock primordiale che conoscono a menadito,
che hanno rigirato e scavato infischiandosene
delle mode. Dieci anni dopo "Ten", sono
una band serenamente incazzata, che ha ancora
la forza di fare un disco rock non solo nei suoni,
ma anche e soprattutto nel suo non scendere a
compromessi, nella fede utopistica che un urlo
o una schitarrarata possano gettare in faccia
al mondo le sue storture.
Ci abbiamo creduto in tanti, abbiamo bisogno di
crederci ancora.
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