Prendete una pazza. Toglietele la camicia di
forza e datele in mano un'elettrica. Probabilmente
quello che vi suonerà sarà molto
simile a "Rid of me". Passata alla Island
dopo l'inatteso successo di "Dry" e
provata nella mente e nel corpo da un lungo tour,
dalla vita nell'odiata Londra e dalla fine della
prima importante relazione, Polly reagisce con
queste 14 canzoni rabbiose, una particolarissima
e rumorosa forma di psicoterapia.
Non è dato sapere se l'angoscia e le fantasie
di vendetta che popolano questo disco siano reali
o solo esasperazioni molto teatrali; vero è
che queste canzoni sanno inquietare come poche
altre, appoggiandosi su testi "malati"
e su una voce perennemente in bilico tra un sussurro
malevolo e un urlo straziato.
La title-track è un perfetto esempio di
quanto detto: una donna disperata che chiede al
suo uomo di non abbandonarla, e l'atmosfera che
di colpo si rende pericolosa e irrazionale, in
un continuo crescendo che termina con un gemito
ossessivo: "lick my legs, I'm on fire/lick
my legs of desire". Immagini simili si rincorrono
anche in "Legs" ("e io/io potrei
anche morire/oppure potrei uccidere te")
e in "Rub 'til it bleeds" (dove l'immagine
materna della testa dell'uomo posata sul grembo
si impregna di follia: "posa la testa su
di me/la accarezzerò dolcemente/la sfregherò
per bene finché sanguinerà").
"Missed" e "Hook", pur non
placandosi nei suoni, mostrano il lato opposto
dell'amore, quello cieco e sottomesso, colmo di
venerazione verso un uomo che sembra essere divino.
La cover della dylaniana
"Highway 61 revisited" introduce alla
seconda parte del disco, quella dove al desiderio
di vendetta va a sostituirsi un sarcasmo e un'ironia
cattiva che non risparmia niente e nessuno: "Dry",
ad esempio, senza tanti giri di parole, recita
"Me l'hai sbattuto in faccia/ mi lasci asciutta";
"Me-Jane" ironizza sulla virilità
prendendo di mira una delle sue icone classiche,
Tarzan.
A volte le vecchie fantasie riprendono corpo,
come in alcuni passaggi della bellissima "Yuri-G"
o in "Man-size" (spiegatemi come non
spaventarmi ogni volta che il basso tace e resta
solo una vocina a mormorare "bagno i capelli
di benzina/che siano leggeri, che siano liberi"
),
ma ora il clima si fatto meno psicotico, complici
i trasformismi di "50 ft queenie" (mai
punk e blues sono stati così vicini) e
della stessa "Man-size".
Dopo tanto dolore e angoscia, "Ecstasy"
arriva beffarda ("Ascolta quel che dico/amore
può significare estasi") a tirare
il sipario. Per alcuni è il capolavoro
di Polly; io lo trovo bellissimo e aspro (d'altra
parte che cosa ci si poteva aspettare da un produttore
come Steve Albini?), anche se l'irruenza e la
spontaneità di "Dry" sono lontane,
e la mancanza a volte si fa sentire. Bellezza
non è sempre uguale a bella forma, e questo
Polly Harvey lo sa.
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