In
scaletta : Groove Safari, Mantra Vibes, 5th Suite,
Avril, Weekendance, Alex Dandi, Santos, Richard
Scanty, Timo Maas, X-Press 2
Il parterre de roi radunato dai ragazzi del Maffia
per questa seconda edizione di Re.Set non lasciava
alcuna alternativa: bisognava esserci!
Due serate-maratona dedicate agli amanti della musica
elettronica, ai cultori dei nuovi ritmi, a coloro
che amano sempre essere un po' più "avanti"
e a tutti quelli che, più semplicemente,
adorano ballare ed ascoltare suoni diversi da quelli
proposti sull'effe-emme nazional-popolare.
Disko, avendo
già una certa età, si trovava, suo
malgrado, a dover scegliere tra un venerdì
dedicato alla dance europea più "canonica",
in bilico tra house d'autore e techno-trance di
grana finissima, ed un sabato votato alle tendenze
più di nicchia, con assaggi e contaminazioni
di dub, drum'n'bass, breakbeat e 2step.
L'ingresso nella tenda Estragon del Parco
Nord di Bologna dà un'immediata idea dell'evento
che ci apprestiamo a godere: la consolle troneggia
su uno stage già teatro di numerose esibizioni
live, quasi a suggellare l'oramai vetusta e consunta
icona che rappresenta il DJ come vera e propria
rock-star; sullo sfondo un impianto luci ed effetti
che nulla ha da invidiare a palchi ben più
illustri. A lato, come ad ogni performance multimediale
che si rispetti, DDG proietta sul megaschermo
verticale le sue "schegge visive", una
raffica violenta, frenetica ed ininterrotta di immagini
che sostiene ed amplifica al meglio l'energia che
fuoriesce dal sound-system.
Tra i personaggi di primo piano impegnati nella
non-stop di venerdì, un posto d'onore era
riservato al "nostro" Santos (uno
pseudonimo veramente a prova di bomba, tanto che
continuo ad ignorarne il vero nome!). Vero "self-made-artist",
Santos ha saputo rinnovarsi con stupefacente efficacia,
passando dalla house commerciale (ci ricordiamo
ancora "Larari - Canzone Felice" del 1998,
insieme a Sabino) ad un genere composito decisamente
più energico (per non dire esplosivo), da
lui audacemente battezzato "Shakadelic!"
("Camels"
la hit del 2001).
E la sua performance non fa che giustificarne l'ascesa,
confermata dall'interesse che molti illustri colleghi
ed addetti ai lavori mostrano nei suoi confronti
(il suo ultimo "Helsinki EP" è
stato favorevolmente recensito da Ashley Beedle,
Touchè dei Wiseguys, Way Out West e Fatboy
Slim): il groove, privo di qualsiasi contributo
vocale, non conosce soluzione di continuità
ed il ritmo non scende mai sotto i 130 bpm d'ordinanza.
Tuttavia, ciò che contraddistingue Santos
è la sua presenza scenica, l'evidente entusiasmo
che lui stesso manifesta in ciò che sta facendo,
la sua teatralità spontanea capace di evitare
qualsiasi monotonia e stagnazione: ed il pubblico
danzante lo recepisce come uno di loro, lo segue
nelle sue evoluzioni, facendosi coinvolgere di buon
grado da tanta verve ed arrivando ad acclamare le
miscelazioni, le riprese ed i giochi di pitch.
Il sample vocale di "Drop The Hate" del
maestro Fatboy Slim (la cui anima veglia comunque
sulla situazione, avendo strettamente collaborato
con tutti i protagonisti della serata) segna il
passaggio del testimone al paffuto Richard Marshall,
aka Scanty, che già avevamo sentito
nella serata MTV 2001 ai Magazzini Generali di Milano.
La cassa sempre ben pompata ora sostiene tessuti
elettronici di chiara reminiscenza 80s: una tech-house
fin troppo omogenea che, tra una digressione percussiva
e l'altra, rende omaggio ai talenti dell'indimenticato
Patrick Cowley e del Jean Michel Jarre più
sperimentale (quello di "Zoolook" per
intenderci ). Gli accenni vocali si riducono
a campioni parlati puramente ornamentali, che scarabocchiano
il groove ciclicamente intervallato da benefiche
pause "di decompressione".
Una sorta di funk del terzo millennio proposto in
un set sicuramente più duro di quello ascoltato
giusto l'anno passato (o forse Disko comincia ad
avvertire il peso delle primavere ), ma il
pubblico risponde: basta un inserto della ritmica
di "Da, Da, Da" dei Trio o l'accenno di
un bassone ipnotico tipo "Where's Your Head
At" dei Basement Jaxx (ma non è quello )
per avvertire il gradimento della folla ondeggiante.
Tuttavia, se un appunto si può fare, è
proprio la mancanza di una hit conclamata a mantenere
l'atmosfera su un livello di costante, ma composta,
soddisfazione.
Il remix realizzato da Scanty medesimo su "Shifter"
di Timo Maas (è tutto un magna magna )
segna il passaggio delle consegne proprio al Principe
di Hannover, la cui esibizione costituisce il piatto
forte della serata. Sulla scia dell'unanime riscontro
dell'album "Loud" e del singolo d'apertura
"To Get Down" (a mio parere il più
bel pezzo finora sentito nel 2002), plana sullo
stivale Herr Timo Maas, l'ultimo (in ordine cronologico)
della ristretta schiera dei DJs entrati, per propri
meriti e capacità, nell'olimpo dello star-system
musicale.
Una sigaretta e via con "Silver Screen"
di Felix Da Housecat arrangiata alla maniera del
primo Adamski. L'incipit vagamente melodico illude
l'ascoltatore, il quale rimane poi travolto da un'esplosione
di percussioni progressivamente "sporcate"
da incursioni elettroniche dapprima solo accennate,
poi sempre più strutturate ed organicamente
inserite sulla base impetuosa. La prima parte del
programma si alterna così tra l'energia primordiale
del tessuto sonoro quasi tribale ed il riciclo di
suoni electro reinterpretati dal recente passato,
secondo l'attuale tendenza che ha finalmente rivalutato
il contributo di formazioni quali i New Order, gli
Human League e gli Heaven 17 (così si inserisce
quasi naturalmente una lunghissima versione di "I
Feel Love" restaurata secondo i canoni del
Timo-style).
Pausa molto ruffiana nel bel mezzo del cammino,
quasi a chiamare la standing ovation, e ripartenza
serrata techno-oriented; è in questa seconda
fase che più risalta il talento di Timo nel
saper separare grooves acidi, ipnotici ed inevitabilmente
ripetitivi con sapienti break, parlati, anche corali,
persino cadenzati dal clapping o dalla simulazione
del battito cardiaco: in questo modo l'inserto,
anche se non famoso, si evidenzia da sé solo,
fino a diventare quasi familiare. In ciò
lo agevola la perizia tecnica, che Timo mostra anche
nei consueti e doverosi giochi di filtri ed equalizzazioni
"volanti" nonché nelle oramai estinte
miscelazioni in dissolvenza incrociata.
Tutto ciò premesso, qualcosa mi lascia comunque
perplesso Non che pensassi di essere ad una
finale del DMC, ma anche l'occhio vorrebbe la sua
parte. O meglio: non mi pare che la proposta musicale
di Timo sia così originale da poter catalizzare
su di essa tutte le attenzioni. L'impressione è
che la tecnica e la tecnologia abbiano preso il
sopravvento sul cuore e sulle emozioni. Per questo
il suo atteggiamento così compassato, quasi
distaccato, financo algido, mi dà l'idea
dello studente impegnato quel che basta a svolgere
il normale compitino o persino dell'operaio alienato
dai ritmi ossessivi della catena di montaggio. Senza
voler fare paragoni (forse Disko, invecchiando,
si sta "illanguidendo" ), ma la genialità
e la sensibilità che mi pareva di aver colto
in brani come il citato "To Get Down"
o "Help Me" (l'attuale singolo in promozione,
con la voce di Kelis) non le ho ritrovate in un
set-on-stage fin troppo collaudato, del tutto privo
di dinamicità, di variazioni sul tema e di
un pur minimo simulacro di quell'improvvisazione
che ci si potrebbe legittimamente attendere da un
evento live.
Ad ogni modo alle 2 e un quarto, puntualissimi,
giungono sul palco gli X-Press 2 per chiudere
alla grande questo primo segmento del festival.
Venerato dagli addetti ai lavori che hanno avuto
l'occasione di apprezzare l'intero ultimo album
"Muzikizum" ma altrettanto noto ed apprezzato
dal grande pubblico grazie al mega-hit "Lazy",
interpretato dall'inconfondibile voce del loro fan
più illustre (la "testa parlante"
David Byrne), il trio viene definito come il più
fulgido esempio di house "eclettica",
capace di spaziare dal pop facilino all'elettronica
oscura, dalle atmosfere celestiali ai rumori della
civiltà industriale, dai grooves minimali
ai ritmi elaborati.
Ma si capisce subito che c'è qualcosa che
non va E qui al commento si sostituisce la
pura cronaca: c'è un via vai frenetico sul
palco, c'è un Ashley Beedle irrequieto che
si toglie e si rimette la cuffia una decina di volte,
c'è un tipo con il cappello da cowboy che
strilla con Rocky tappandosi platealmente le orecchie.
Ed intanto la musica va Musica E' una
parola grossa: se nella prima mezz'ora ci fosse
una drum-machine (o un metronomo) al posto delle
tre statue avvolte dai fumi colorati, nessuno noterebbe
la differenza!
I problemi all'impianto tuttavia paiono irrisolvibili
(o i capricci delle star paiono implacabili): fatto
sta che quando cominciano a levarsi i primi e più
che comprensibili fischi, Ashley, Rocky & Diesel
piantano baracca e burattini e levano le tende.
Piomba come un falco Santos a coprire il buco e
la platea dimostra quantomeno di gradire il sacrificio.
L'onda ricomincia ma sono già le 3 e mezza:
Disko, avendo una certa età, decide di salutare
la compagnia. Senza sapere se, nel frattempo, i
tre giovanotti si saranno ravveduti.