Da ateo non mi capita praticamente mai di soffermarmi
a pensare alla vita ultraterrena, al Paradiso,
alla conformazione delle ali degli angeli. Eppure
se dovessi, costretto con le spalle al muro, concentrarmi
su una visione celeste penso che identificherei
senza problemi il canto dei cherubini nelle note
di “Rejoicing in the Hands”, seconda
fatica sulla lunga distanza per Devendra Banhart.
Basterebbe l’attacco di “This is
the Way”, con quel fingerpicking delicato
e aggraziato per far gridare al capolavoro; la
voce di Devendra si insinua con una dolcezza indicibile
nelle crepe dell’anima, adagiandosi e occludendo
i buchi più vistosi. Viene naturale chiamarlo
folk, e di folk si tratta (onde evitare fraintendimenti),
ma si ha anche la naturale impressione di trovarsi
di fronte a qualcosa di sovraumano, residuo di
civiltà perdute, goccia d’ambra impossibile
da collocare in un tempo definito. In “It’s
a Sight to Behold” gli archi sorreggono
la struttura classicamente basata sull’acustica
della chitarra.
In alcuni istanti sembra di ascoltare la versione
disperata di un Leonard
Cohen vecchia maniera, altre volte fa capolino
l’immagine di Michael Gira, ex-Swans ora
Angels of Light, colui che ha dato visibilità
al genio cristallino di questo ragazzo vagabondo
ai confini dell’America (si narra di una
vita passata tra USA e Venezuela). Mille i nomi
che potrebbero essere fatti, perché mille
sono i colori riflessi da un personaggio che definire
unico non appare certo esagerato: si può
facilmente passare dall’intimismo sussurrato
di un Nick
Drake agli scioglilingua infantili di un Syd
Barrett, dalle spregiudicate schizofrenie retrò
di un Daniel Johnston all’interpretazione
dello scandire delle stagioni nella lentezza pacificante
della musica rurale statunitense. Senza per questo
affidarsi alla sola voce e chitarra: abbiamo già
parlato degli archi, ma si possono ascoltare anche
pianoforte, organo, basso, percussioni.
Nel finale della straordinaria “This Beard
is for Siobhan” si assiste ad un crescendo
di batteria sconvolgente, da lasciarci il fiato
sopra, a dimostrazione di una grandezza compositiva
già mostrata in nuce sia nell’esordio
“Me Oh My the Way the Day Goes By the Sun
is Setting Dogs are Dreaming Lovesongs of the
Christmas Spirit” che nell’EP che
gli aveva fatto seguito. Qui, abbandonato in parte
il lo-fi tout court, il gusto per la melodia e
per l’arrangiamento esplode in maniera a
dir poco deflagrante. Impossibile elencare tutti
i capolavori di cui è composto quest’album:
per tutti citerò la scheggia impazzita
“Todo los Dolores”, con Devendra che
attacca il pezzo dopo averlo dovuto interrompere
tra le risate e dove viene alla luce l’aspetto
più ludico dell’intera operazione,
e soprattutto la conclusiva “Autumn’s
Child”; pochi accordi di pianoforte e la
meravigliosa voce di Devendra a sciorinare versi
impagabili e strazianti nella loro semplicità
prima che, in un soffio, arrivi un arpeggio di
chitarra e si porti via il pezzo.
E allora, alla fine del viaggio, sai di non poter
più fare a meno di questo ragazzo e del
mondo fantastico che ti ha aperto davanti agli
occhi. Perché se avrete la buona creanza
di acquistare “Rejoicing in the Hands”
vi troverete davanti alla più grande opera
di cantautorato da anni a questa parte e al più
bell’album partorito durante questo 2004.
collegamenti su MusiKàl!
Devendra Banhart - Nino
Rojo
Devendra Banhart + Cocorosie - Concerto
a Roma
Daniel Johnston - Fear
Yourself
Leonard Cohen - le
recensioni
The Angels Of Light - Everything
Is Good Here / Please Come Home
Nick Drake - la Kalporzgrafia
Syd Barrett - Barrett